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lunedì 11 novembre 2013

PER FAVORE, NON CHIAMATELI ULTRAS

Immagine tratta da giornalettismo.com
Con una partita come Juventus-Napoli, sarebbe sembrato più che logico scrivere un articolo in merito, parlare di quanto si è visto in campo, su una bella partita che dovrebbe essere uno stimolo per chi si è allontanato da questo sport per convincerlo a tornare allo stadio. Invece, preferisco concentrarmi su un semplice campo di Lega Pro in cui è accaduto qualcosa che altrove sarebbe sconcertante solo pensare, impossibile per chi non vive la realtà calcistica del nostro Paese.
Salerno, stadio Arechi: l'attesissimo derby tra la squadra locale e la Nocerina dura appena 20 minuti, perchè gli ospiti esauriscono i cambi dopo un minuto e rimangono infine in sei, troppo pochi da regolamento per disputare una partita. La vicenda è già assurda raccontata in questo modo, diventa irrazionale e inverosimile se si pensa che quanto è successo è il risultato delle minacce e delle intimidazioni di un pugno di violenti e delinquenti che non vale neanche la pena di chiamare tifosi. La motivazione è da ricercarsi nel pre-gara. Salernitana e Nocerina sono divise da una fiera rivalità, che è più volte sfociata in passato in scontri e violenza. Per evitare il sorgere di nuovi disordini, il Prefetto di Salerno ha disposto il divieto di trasferta ai tifosi ospiti, ma non è riuscita a scoraggiare i rappresentanti della curva. Questi si sono recati a Salerno e hanno intimato con minacce ai propri "beniamini" di non scendere in campo per solidarietà nei loro confronti, e sono riusciti nel loro intento, visto che la squadra è scesa in campo per evitare multe e sanzioni ma ha usato il ridicolo escamotage degli infortuni per far sospendere la sfida. E mentre i dirigenti e l'allenatore della Nocerina presentavano le dimissioni, mentre tutto il mondo del calcio si indignava di fronte a questo spettacolo patetico e desolante, gli unici ad esultare erano questi presunti "tifosi", felici per aver raggiunto il loro scopo.
La domanda che sorge spontanea è: vale davvero la pena di definire "tifosi" o "ultras" queste persone? Che diritto ha una frangia di appassionati di decidere al posto di altri se una partita si deve giocare o meno? Che potere hanno la tessera del tifoso, i Daspo e tutti i provvedimenti restrittivi se ogni volta ci troviamo di fronte a questo annoso problema che affligge tutti gli stadi d'Italia. Io, da amante del calcio e tifoso convinto, sinceramente non mi sento di definire "ultras" e meno che mai "tifosi" questa gentaglia, questa massa di delinquenti che si nasconde dietro ad una bandiera o a uno sport per giustificare azioni che di sportivo e di leale non hanno proprio niente. Sono anni che ci troviamo a parlare sempre dello stesso problema, che assistiamo impotenti a episodi simili a questo, con le susseguenti voci di protesta e condanna che si levano per qualche ora, e poi tutti tacciono e aspettano un intervento non si sa bene da chi, almeno fino al nuovo episodio qualche domenica dopo. Se davvero la Lega tiene al prodotto che sta vendendo, se davvero il movimento sportivo italiano vuole che la gente torni ad amare il calcio dopo tanti scandali, cominci con il dare un segnale forte in queste occasioni. Una minoranza non può comandare sugli altri, coloro che vanno allo stadio sono tutti uguali, che paghino un biglietto o un abbonamento, che siano della curva o della tribuna vip, che seguano la squadra sempre e ovunque o che la vedano solo una volta all'anno. Chi sta seduto tutto il tempo e non dice una parola ha gli stessi diritti e doveri di chi canta dal primo all'ultimo minuto, e non va per questo biasimato, isolato o insultato. Ognuno ha il suo modo di vivere un evento, sportivo e non, si tratta di libertà di opinione, a patto ovviamente di rimanere nei limiti consentiti dalla legge.
I capi delle curve sono noti a tutti, società in primis, hanno precedenti e segnalazioni ma sono sempre là, a comandare e ad imporre le proprie regole come fossero tanti padroni. Che i presidenti e i giocatori inizino a distanziarsi da questa gente, che li isolino e li segnalino a chi di dovere, che boicottino o addirittura facciano sciogliere i gruppi organizzati. Coreografie e incitamento sono parte essenziale del calcio, ma non devono essere seguiti da intimidazioni, minacce o prese di posizione, questo senso di impotenza e rassegnazione deve sparire una volta per tutte. E soprattutto, e questa è la cosa più importante, smettano i giornalisti di definire queste persone "ultras", perché queste persone sono tutto fuorché ciò che il termine ultras rappresenta. Nel dizionario, l'ultras "è caratterizzato da un forte senso di appartenenza al proprio gruppo e dall'impegno quotidiano nel sostenere la propria squadra, che trova il suo culmine durante le competizioni sportive." Nessun accenno alla violenza o alla prepotenza, solo sana passione e convinto tifo sportivo. E' questa l'essenza del calcio e del tifoso, è questo lo spirito con cui si deve assistere ad una partita, che si vinca o che si perda. Che tutti se lo ricordino, nei Palazzi dorati del pallone, prima che questo splendido gioco, già sporco e corrotto da troppi scandali, perda per sempre quel poco di innocenza che gli rimane.

lunedì 14 maggio 2012

Una curva piena di gnocca


Immagine tratta da: blog.panorama.it


La notizia dell’arresto dei capi-ultrà del Bari, accusati di aver minacciato i calciatori della loro squadra per vincere ingenti somme di denaro tramite  scommesse, è solo l’ultimo di una lunga serie di episodi spiacevoli che anche quest’anno hanno condito il nostro calcio, facendocene vergognare. Lasciando per un attimo da parte la vicenda del calcio-scommesse, scopriamo che i protagonisti di questi avvenimenti sono sempre loro: gli ormai famigerati ultras. Infatti, dopo essersi distinti negli anni passati per atti gravissimi come l’omicidio Raciti, o “goliardate” come il celebre motorino che rotola allegramente per gli spalti di San Siro, anche la stagione 2011/2012 ha avuto la sua giusta dose di demenza da parte del tifo organizzato e che potremmo quindi definire demenza organizzata. Prima dell’arresto dei tifosi baresi, la performance che più aveva lasciato il segno nell’opinione pubblica era stata quella dello stadio Marassi e dei giocatori costretti a togliersi le maglie e a consegnarle alla curva, come in sacrificio all’altare di una divinità a cui bisogna prostrarsi. Come dimenticare poi Totti -sì proprio lui, il campione del mondo- che va di fronte alla Sud, impassibile e muto, a fare non si sa bene cosa; forse a scusarsi, a metterci la faccia o a sfidare, ma dando, ad ogni modo, considerazione e importanza a quel tipo di pubblico. E poi ci sono stati gli immancabili ululati razzisti, squadre intrappolate negli stadi da tifosi imbestialiti, contestazioni pesanti e conseguenti fitti colloqui tra capi-ultrà e capitani, assalti ai pullman delle squadre … insomma, come al solito, non ci facciamo mancare nulla.
Il fatto che si riesca a parlare di simili episodi con una certa disinvoltura e spensieratezza dimostra quanto siamo ormai abituati, e forse rassegnati, a questi comportamenti; tuttavia, questo non ci deve indurre a sottovalutarne la gravità, considerandoli qualcosa di normale. Tutto il modo in cui viene vissuto il calcio e il sostegno alla propria squadra in questi ambienti è, a pensarci bene, piuttosto discutibile: si ha l’impressione che il calcio non sia altro che un pretesto per essere parte di qualcosa e, quindi, colmare un certo vuoto esistenziale. La forza di questo sport è immensa, il modo in cui un pallone e 22 giocatori in un campo riescano a generare emozioni così autentiche e forti è ancora un mistero; ma è chiaro che, se il senso di appartenenza ad una fede calcistica diventa una vera e propria ragione di vita, il significato, non solo del calcio, ma di tutto lo sport viene frainteso. Se, poi, questa maniera malata di vivere la propria passione non portasse a situazioni tragicomiche ma solo ad un affetto incondizionato e illimitato per i propri colori non staremmo nemmeno a discuterne. Al contrario, questa dedizione totale porta questo unico, enorme individuo chiamato ultras, ad essere il più esigente dei tifosi: pretende di vedere ripagati i propri sforzi e quando la squadra vive periodi difficili la fischia e la insulta, prendendone le distanze. Basti pensare alle incredibili contestazioni a squadre come la Fiorentina e il Genoa che, dopo diverse stagioni a tratti anche esaltanti, ora vivono un fisiologico calo. Inoltre, l’ultras è convinto di essere incarnazione e custode della storia e della gloria della propria squadra; bisognerebbe chiedere ai protagonisti dell’episodio di Marassi se ritengono che il loro ricatto abbia difeso o infangato la storia del club più antico d’Italia.
Ormai sono anni che sentiamo sempre lo stesso ritornello: modello inglese, maggiore severità, nuova cultura sportiva, leggi più aspre e l’immancabile “lo stadio non può più essere una zona franca” ma, nonostante tante belle parole, tessere e leggi varie, poco sembra essere cambiato. Tra l’altro è risaputo che le società, chissà perché, pagano gli ultras. Allora ecco una proposta concreta (oltre ad un utilizzo massiccio di manganelli): impedire l’accesso dei gruppi organizzati alle curve e riempirle di ragazzini, anziani e soprattutto donne. Già, perché non riempire le curve di gnocca? Dovremmo rinunciare ai cori, ma potremmo farne a meno visto che l’80% del repertorio è fatto di insulti all’avversario e parolacce. E poi siamo sicuri che allo stadio si canterebbe comunque. Dovremmo rinunciare alle coreografie forse, ma magari qualcun altro potrebbe farlo al posto loro. Ad ogni modo, anche in questo caso chi crede che un po’ di gnocca sia la soluzione di tutti i problemi ha ragione: siamo sicuri che potrebbe essere uno spettacolo nello spettacolo, porterebbe un nuovo entusiasmo e, soprattutto, allontanerebbe dagli stadi un certo malcostume. Così, avrebbe campo aperto chi ha una passione forte ma sana, chi gioisce e soffre, piange e si abbraccia col proprio vicino, magari al momento giusto impreca e fischia ma sa anche, come hanno fatto i tifosi del Lecce ieri o della Samp lo scorso anno, applaudire la propria squadra che retrocede.