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domenica 18 agosto 2013

I 70 ANNI DELL'ABATINO

Immagine tratta da dnamilan.com
I suoi fan lo esaltavano per il tocco di palla vellutato, la regia lucida e precisa, l'abilità tecnica ed il talento fuori dalla norma. I detrattori parlavano di lui come di un giocatore che non corre, non dotato del fisico di un vero atleta, che costringeva i compagni a sacrificarsi per lui. Gianni Rivera ha diviso spesso il tifo in Italia, soprattutto nella Milano degli anni '60 che vinceva e convinceva in Europa con le sue due rappresentanti, e spesso si giocava Scudetti e intere stagioni nei derby. Quello che di sicuro è stato il numero 10 rossonero è un simbolo, una bandiera, un punto di riferimento per diverse generazioni di milanisti, un idolo come pochi altri. I suoi settant'anni, compiuti oggi, meritano un ricordo e un applauso da tutti gli appassionati di calcio italiani, e non solo.
La carriera di Gianni non inizia subito nel Milan. Ancora ragazzo, muove i suoi primi passi da calciatore nell'Alessandria, la squadra della sua città, che dopo una lunga assenza a fine anni '50 torna a giocare in serie A. Rivera esordisce nel massimo campionato che non ha nemmeno compiuto sedici anni, alla fine della stagione 1959, proprio contro quell'Inter che avrebbe affrontato ancora tantissime volte in futuro. Nel campionato successivo, nonostante la retrocessione dell'Alessandria, diventa una presenza fissa nella squadra e segna 6 reti, diventando il secondo marcatore più giovane nella storia della Serie A dopo il romanista Amadei. Le sue prestazioni gli valgono l'interessamento del Milan, ma il suo fisico esile e poco atletico non convincono del tutto i dirigenti, finché non interviene Schiaffino, uno dei leader della squadra rossonera, che apprezza le qualità del ragazzo e convince tutti ad acquistarlo. E' il 1960, e la carriera di Rivera con la squadra milanese proseguirà per altri 19 anni, con oltre 500 partite e 120 reti realizzate, oltre ad un incredibile numero di trofei. A fare la fortuna di Rivera sarà anche l'incontro con l'allenatore Nereo Rocco, che lo rende subito uno dei cardini del suo gioco, e con cui riesce ad esprimere il meglio delle sue potenzialità. Sotto la guida del Paron, Gianni sarà uno dei simboli del doppio ciclo milanista, che negli anni Sessanta porterà i rossoneri a vincere due Scudetti (1962 e 1968), due Coppe dei Campioni (1963 e 1969), una Coppa Intercontinentale (1969) e una Coppa delle Coppe (1968). Rivera è il Golden Boy del nostro calcio, il ragazzo d'oro che può portare la Nazionale e l'immagine sportiva dell'Italia alla rinascita dopo annate difficili e deludenti, eliminazioni precoci e dolorose. Qualcuno, come il grande giornalista Gianni Brera, non stravede per lui e lo fa notare etichettandolo spesso come "l'abatino", sempre per il suo fisico smilzo e la sua scarsa propensione alla corsa, ma Rocco lo difende sempre ritenendolo fondamentale per quello che è. Il valore internazionale del numero 10 rossonero è testimoniato dalla vittoria del Pallone d'Oro nel 1969, primo italiano nella storia a ricevere un simile onore. Anche dopo la fine della grande epopea milanista, Rivera continua a togliersi soddisfazioni sul campo, su tutte la vittoria di un'altra Coppa delle Coppe nel 1973 e un ultimo Scudetto, quello della stella, nel suo ultimo anno da calciatore, il 1979.
Anche l'avventura in Nazionale di Rivera è lunga e ricca di acuti e soddisfazioni, ma non solo. Il primo Mondiale lo disputa ad appena 19 anni, durante la sfortunata prestazione in Cile, il secondo in Inghilterra nel 1966 è altrettanto deludente, con la clamorosa eliminazione per mano della Corea del Nord e i pomodori al ritorno. Con l'avvento di Valcareggi, l'Italia vive la sua rinascita calcistica, e Rivera è uno dei protagonisti di questa nuova epoca d'oro del calcio azzurro. Nel 1968 si aggiudica il Campionato Europeo, anche se non disputa la Finale, e nel 1970 fa parte della spedizione in Messico che è entrata nell'immaginario di tutti gli sportivi. E' in quell'occasione che il suo dualismo con la stella dell'Inter, Sandro Mazzola, raggiunge l'apice per via della famigerata "staffetta" che vedeva il milanista subentrare al nerazzurro alla fine di ogni primo tempo, quasi per un accordo non scritto con l'allenatore. Pur da riserva, Rivera è protagonista della fase finale del torneo, prima decidendo con il suo ingresso in campo il Quarto di Finale contro i messicani padroni di casa, e poi soprattutto nel leggendario 4-3 in semifinale contro la Germania Ovest, quando si fa prima infilare sul suo palo da calcio d'angolo e poi, un minuto dopo, è nell'altra area di rigore a segnare la rete della vittoria azzurra. Anche nella finale persa con il Brasile di Pelé è protagonista, suo malgrado: stavolta la staffetta non avviene, Gianni gioca solo 6 minuti a gara già decisa, e le polemiche e i dubbi su quello che sarebbe stato con lui in campo turbano a lungo i sogni di Valcareggi e di tantissimi tifosi italiani. La carriera di Rivera in azzurro terminerà dopo un altro Mondiale, quello del 1974, e con la sua finirà anche quella di tantissimi protagonisti di questo glorioso ciclo italiano. In totale, ha disputato 60 partite in Nazionale, con un bottino di 14 reti, niente male per un regista.
Appesi gli scarpini al chiodo, Rivera rimane per un po' di anni nel mondo del calcio come vicepresidente del Milan, ruolo che lascia all'indomani dell'avvento di Berlusconi nel 1986. L'ambiente non si rivela pronto ad accettare uno come lui, con un carattere forte e poco accondiscendente rispetto a tanti altri atleti, così la sua carriera si sposta nella scena politica, dove diventa deputato, sottosegretario alla difesa per 5 anni ed europarlamentare. Solo di recente, nel 2010, Rivera torna a ricoprire un ruolo di rilievo nel mondo del calcio, quando il presidente Abete lo nomina Presidente del Settore Giovanile e Scolastico della Federazione. Ma nessuno, nonostante la sua assenza dalla scena calcistica, ha mai dimenticato le giocate e lo spettacolo offerto dal ragazzo-prodigio italiano, che con un tocco sapeva illuminare una partita e decidere una sfida. Nella Milano rossonera è ancora una delle bandiere più amate e adorate di sempre, per la controparte interista è rimasto uno degli avversari storici, il "nemico" di tanti derby dal sapore di Scudetto. Sempre un protagonista, dunque, e oggi che taglia il prestigioso traguardo dei 70 anni tutti si fermano per ricordarlo, e onorare uno dei talenti più puri del calcio italiano, un numero 10 che ha avuto pochi eguali e nessun vero erede dopo il suo ritiro. Nessuna divisione o fede calcistica, per quanto accesa e convinta, potrà negare quanto sia stato grande l'estro di un campione unico e inimitabile come è stato Gianni Rivera.

giovedì 28 giugno 2012

TANTI AUGURI, FRECCIA DEL SUD!

Immagine tratta da paolomerenda.it

Con le Olimpiadi sempre più vicine, sono tanti i gloriosi ricordi di vittorie e imprese italiane che tornano alla mente. Nell'atletica leggera, che storicamente non ha mai riservato grandissime soddisfazioni agli atleti azzurri,  una delle immagini più belle è l'arrivo dei 200 metri piani di Mosca 1980, con l'incredibile rimonta di Pietro Mennea che vale un meritatissimo oro. Oggi la Freccia del Sud, come veniva soprannominato per le sue origini pugliesi, taglia un altro importante traguardo, i 60 anni di vita.
Nativo di Barletta, proveniente da una famiglia umile, Pietro Paolo Mennea si avvicina allo sport quasi subito, con la passione e con la voglia di chi viene dal nulla e ha una voglia disperata di emergere. La sua attività preferita è la corsa, con cui secondo la leggenda, appena quindicenne, si guadagna qualche soldo sfidando e battendo in velocità una Porsche e un'Alfa Romeo sulla distanza di 50 metri. Buona promessa dello sport italiano, il giovane Mennea fa il passo decisivo per diventare un grande atleta quando si trasferisce a Formia, ad appena 19 anni, e si affida agli allenamenti del professor Carlo Vittori, il maestro di tantissimi sprinter azzurri. La convivenza tra i due non è sempre facile, gli allenamenti a cui viene sottoposto Pietro sono estremamente duri e lunghi, ma i frutti di questo lavoro ben presto cominciano a farsi vedere; nel corso degli anni, l'italiano diventa uno dei migliori atleti nel panorama mondiale della velocità, soprattutto sulla distanza dei 200 metri, che diventeranno la sua specialità.
Dopo aver debuttato l'anno precedente ai Campionati Europei, vincendo un bronzo nella staffetta 4x100 metri, Mennea si mette in mostra nelle Olimpiadi di Monaco del 1972, appena ventenne, quando conquista la finale dei 200 metri e ottiene un altro terzo posto. Due anni dopo, nei Campionati Europei del 1974 che si disputano a Roma, sulla stessa distanza arriva la prima vittoria, mentre nei 100 metri e nella staffetta conquista l'argento, e la stagione successiva è ancora grande protagonista con la doppia vittoria nei 100 e 200 metri sia ai Giochi del Mediterraneo che alle Universiadi. Nel 1976 però, l'anno delle Olimpiadi di Montreal, vive un periodo di risultati deludenti, e al torneo a 5 cerchi ottiene solo il quarto posto nei "suoi" 200 metri. Superato il periodo difficile, la Freccia del Sud torna ai suoi livelli con un'altra doppietta agli Europei del 1978, ma è il biennio successivo che lo consegna alla storia.
Universiadi di Città del Messico, 1979: una data storica per l'atletica italiana. Mennea disputa la finale dei 200 metri e la vince con il tempo strepitoso di 19' e 72'', che gli vale il nuovo record del Mondo nella specialità, anche grazie all'altitudine particolare e al vento favorevole. Questo primato resisterà per 17 anni, prima di essere superato la prima volta da Michael Johnson nel 1996, ed è tuttora il record europeo su questa distanza, a oltre 33 anni di distanza. Con queste premesse, e anche grazie all'assenza degli americani, Pietro si presenta alle Olimpiadi di Mosca 1980 con i favori del pronostico, e non può fallire l'appuntamento con l'oro. Le premesse però non sembrano buone, visto che viene eliminato in semifinale nei 100 metri e nella finale dei 200 parte in ottava corsia, la peggiore. Ma con una gara intelligente e grazie ad una progressione micidiale, Mennea rimonta e sopravanza l'inglese Alan Wells, che sembrava destinato alla vittoria, e si prende con merito l'alloro olimpico. A completare una grande Olimpiade, arriverà anche il bronzo nella staffetta 4x400.
Con l'avanzare degli anni, Mennea si avvia lentamente verso la fine gloriosa della sua carriera. Dopo un primo ritiro per dedicarsi agli studi, torna alle corse e ottiene un bronzo nei 200 metri e un argento nella staffetta 4x100 ai Mondiali del 1983, mentre alle Olimpiadi di Los Angeles conquista la quarta finale consecutiva sempre nei 200 metri, record assoluto per un atleta olimpico. Non ha gloria, arriva solo settimo, e decide di ritirarsi nuovamente dalle corse, per poi fare marcia indietro e tornare a gareggiare nelle Olimpiadi di Seul 1988, dove non lascia il segno ma ha l'onore di portare la bandiera azzurra durante la cerimonia inaugurale. In totale, nella sua lunga carriera sportiva, Mennea vanta anche 3 titoli di campione nazionale nei 100 metri, 11 nei 200 e 1 nella staffetta 4x100.
Lasciata l'attività sportiva, Pietro si toglie molte soddisfazioni anche nella vita privata, conseguendo 4 lauree (in Scienze Politiche, Giurisprudenza, Scienze dell'Educazione Motoria e Lettere) e esercitando la professione di avvocato e dottore commercialista; viene anche eletto al Parlamento Europeo dal 1999 al 2004, e insieme alla moglie Manuela Olivieri da vita alla Fondazione Pietro Mennea, una Onlus che si occupa di aiuti umanitari, sensibilizzazione dei giovani allo sport e lotta al doping. Un personaggio a tutto tondo insomma, che si è fatto largo anche al di fuori dello sport, ma che per tanti appassionati italiani rimarrà sempre la Freccia Azzurra, il giovane ragazzo arrivato dal Sud e diventato grande a costo di sacrifici e fatica. Un atleta che oggi compie 60 anni, ma che non ha mai smesso di correre veloce per la sua strada.