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domenica 18 agosto 2013

I 70 ANNI DELL'ABATINO

Immagine tratta da dnamilan.com
I suoi fan lo esaltavano per il tocco di palla vellutato, la regia lucida e precisa, l'abilità tecnica ed il talento fuori dalla norma. I detrattori parlavano di lui come di un giocatore che non corre, non dotato del fisico di un vero atleta, che costringeva i compagni a sacrificarsi per lui. Gianni Rivera ha diviso spesso il tifo in Italia, soprattutto nella Milano degli anni '60 che vinceva e convinceva in Europa con le sue due rappresentanti, e spesso si giocava Scudetti e intere stagioni nei derby. Quello che di sicuro è stato il numero 10 rossonero è un simbolo, una bandiera, un punto di riferimento per diverse generazioni di milanisti, un idolo come pochi altri. I suoi settant'anni, compiuti oggi, meritano un ricordo e un applauso da tutti gli appassionati di calcio italiani, e non solo.
La carriera di Gianni non inizia subito nel Milan. Ancora ragazzo, muove i suoi primi passi da calciatore nell'Alessandria, la squadra della sua città, che dopo una lunga assenza a fine anni '50 torna a giocare in serie A. Rivera esordisce nel massimo campionato che non ha nemmeno compiuto sedici anni, alla fine della stagione 1959, proprio contro quell'Inter che avrebbe affrontato ancora tantissime volte in futuro. Nel campionato successivo, nonostante la retrocessione dell'Alessandria, diventa una presenza fissa nella squadra e segna 6 reti, diventando il secondo marcatore più giovane nella storia della Serie A dopo il romanista Amadei. Le sue prestazioni gli valgono l'interessamento del Milan, ma il suo fisico esile e poco atletico non convincono del tutto i dirigenti, finché non interviene Schiaffino, uno dei leader della squadra rossonera, che apprezza le qualità del ragazzo e convince tutti ad acquistarlo. E' il 1960, e la carriera di Rivera con la squadra milanese proseguirà per altri 19 anni, con oltre 500 partite e 120 reti realizzate, oltre ad un incredibile numero di trofei. A fare la fortuna di Rivera sarà anche l'incontro con l'allenatore Nereo Rocco, che lo rende subito uno dei cardini del suo gioco, e con cui riesce ad esprimere il meglio delle sue potenzialità. Sotto la guida del Paron, Gianni sarà uno dei simboli del doppio ciclo milanista, che negli anni Sessanta porterà i rossoneri a vincere due Scudetti (1962 e 1968), due Coppe dei Campioni (1963 e 1969), una Coppa Intercontinentale (1969) e una Coppa delle Coppe (1968). Rivera è il Golden Boy del nostro calcio, il ragazzo d'oro che può portare la Nazionale e l'immagine sportiva dell'Italia alla rinascita dopo annate difficili e deludenti, eliminazioni precoci e dolorose. Qualcuno, come il grande giornalista Gianni Brera, non stravede per lui e lo fa notare etichettandolo spesso come "l'abatino", sempre per il suo fisico smilzo e la sua scarsa propensione alla corsa, ma Rocco lo difende sempre ritenendolo fondamentale per quello che è. Il valore internazionale del numero 10 rossonero è testimoniato dalla vittoria del Pallone d'Oro nel 1969, primo italiano nella storia a ricevere un simile onore. Anche dopo la fine della grande epopea milanista, Rivera continua a togliersi soddisfazioni sul campo, su tutte la vittoria di un'altra Coppa delle Coppe nel 1973 e un ultimo Scudetto, quello della stella, nel suo ultimo anno da calciatore, il 1979.
Anche l'avventura in Nazionale di Rivera è lunga e ricca di acuti e soddisfazioni, ma non solo. Il primo Mondiale lo disputa ad appena 19 anni, durante la sfortunata prestazione in Cile, il secondo in Inghilterra nel 1966 è altrettanto deludente, con la clamorosa eliminazione per mano della Corea del Nord e i pomodori al ritorno. Con l'avvento di Valcareggi, l'Italia vive la sua rinascita calcistica, e Rivera è uno dei protagonisti di questa nuova epoca d'oro del calcio azzurro. Nel 1968 si aggiudica il Campionato Europeo, anche se non disputa la Finale, e nel 1970 fa parte della spedizione in Messico che è entrata nell'immaginario di tutti gli sportivi. E' in quell'occasione che il suo dualismo con la stella dell'Inter, Sandro Mazzola, raggiunge l'apice per via della famigerata "staffetta" che vedeva il milanista subentrare al nerazzurro alla fine di ogni primo tempo, quasi per un accordo non scritto con l'allenatore. Pur da riserva, Rivera è protagonista della fase finale del torneo, prima decidendo con il suo ingresso in campo il Quarto di Finale contro i messicani padroni di casa, e poi soprattutto nel leggendario 4-3 in semifinale contro la Germania Ovest, quando si fa prima infilare sul suo palo da calcio d'angolo e poi, un minuto dopo, è nell'altra area di rigore a segnare la rete della vittoria azzurra. Anche nella finale persa con il Brasile di Pelé è protagonista, suo malgrado: stavolta la staffetta non avviene, Gianni gioca solo 6 minuti a gara già decisa, e le polemiche e i dubbi su quello che sarebbe stato con lui in campo turbano a lungo i sogni di Valcareggi e di tantissimi tifosi italiani. La carriera di Rivera in azzurro terminerà dopo un altro Mondiale, quello del 1974, e con la sua finirà anche quella di tantissimi protagonisti di questo glorioso ciclo italiano. In totale, ha disputato 60 partite in Nazionale, con un bottino di 14 reti, niente male per un regista.
Appesi gli scarpini al chiodo, Rivera rimane per un po' di anni nel mondo del calcio come vicepresidente del Milan, ruolo che lascia all'indomani dell'avvento di Berlusconi nel 1986. L'ambiente non si rivela pronto ad accettare uno come lui, con un carattere forte e poco accondiscendente rispetto a tanti altri atleti, così la sua carriera si sposta nella scena politica, dove diventa deputato, sottosegretario alla difesa per 5 anni ed europarlamentare. Solo di recente, nel 2010, Rivera torna a ricoprire un ruolo di rilievo nel mondo del calcio, quando il presidente Abete lo nomina Presidente del Settore Giovanile e Scolastico della Federazione. Ma nessuno, nonostante la sua assenza dalla scena calcistica, ha mai dimenticato le giocate e lo spettacolo offerto dal ragazzo-prodigio italiano, che con un tocco sapeva illuminare una partita e decidere una sfida. Nella Milano rossonera è ancora una delle bandiere più amate e adorate di sempre, per la controparte interista è rimasto uno degli avversari storici, il "nemico" di tanti derby dal sapore di Scudetto. Sempre un protagonista, dunque, e oggi che taglia il prestigioso traguardo dei 70 anni tutti si fermano per ricordarlo, e onorare uno dei talenti più puri del calcio italiano, un numero 10 che ha avuto pochi eguali e nessun vero erede dopo il suo ritiro. Nessuna divisione o fede calcistica, per quanto accesa e convinta, potrà negare quanto sia stato grande l'estro di un campione unico e inimitabile come è stato Gianni Rivera.

mercoledì 22 maggio 2013

LE NOZZE D'ORO DELLA PRIMA COPPA DEI CAMPIONI

Immagine tratta da enhonoralaredonda.blogspot.com
22 maggio 1963: sono passati 50 anni da un giorno molto importante per tutto il calcio italiano, anche se adesso in pochi ci fanno caso o se ne ricordano. In una serata fresca ma gradevole secondo il commento del grande Niccolò Carosio, nel mitico stadio di Wembley (quello di una volta, non quello nuovo che a breve ospiterà la finale di Champions League), il Milan batte il Benfica al termine di una sfida dura ed equilibrata e regala all'Italia la prima Coppa dei Campioni della sua storia. E' il successo del calcio di Nereo Rocco, a cui seguiranno due vittorie dell'Inter di Herrera e un dominio costante per Milano e per il nostro football, durato tutti gli anni Sessanta.
I rossoneri arrivano a giocarsi la partita decisiva dopo aver disputato una grande annata in coppa: superano i lussemburghesi dell'Union con il punteggio record di 14-0, poi eliminano Ipswich Town, Galatasaray e Dundee United. Il mattatore della squadra e del torneo è Josè Altafini, che chiuderà la coppa con 14 reti all'attivo, un record eguagliato solo di recente in Champions da Lionel Messi, ma tutto il gruppo va alla grande, trascinato dal ventenne Gianni Rivera e dall'esperto Cesare Maldini, oltre che da gente di livello come Trapattoni, il portiere Ghezzi, Mora e Pivatelli. Il vero condottiero però è il tecnico Nereo Rocco, campione d'Italia l'anno precedente e benvoluto da tutti i suoi giocatori, con cui condivide anche la doccia e che tratta come suoi figli. Il campionato in questa stagione non è stato proficuo, i rossoneri lo chiudono al terzo posto, dietro l'Inter e la Juventus, ma il successo in coppa cambierebbe tutto. Già qualche anno prima i rossoneri, guidati in campo da Liedholm e Schiaffino, erano arrivati ad un passo dal successo, sconfitti in finale nel 1958 dal Real Madrid di Gento e Di Stefano, e adesso non possono accettare un altro secondo posto. L'avversario però è decisamente più ostico dei precedenti, il Benfica viene da due successi consecutivi in Coppa dei Campioni, e anche se ha mandato via il tecnico vincente Bela Guttmann (con annessa maledizione) ha una formazione di tutto rispetto, con campioni come il capitano Coluna, Josè Augusto, Torres, Simoes. Soprattutto, il nemico numero uno è il centravanti Eusebio, esploso da poco e già diventato una stella del calcio europeo, un attaccante estremamente veloce e con un tiro micidiale, che lo renderanno uno dei bomber più prolifici di tutti i tempi.
La partita non inizia bene per il Milan, che soffre terribilmente il palleggio dei lusitani e deve difendersi dai suoi attacchi iniziali. Rocco fa fatica a comunicare con i suoi ragazzi perchè le panchine, a differenza dell'Italia, sono su un piano rialzato rispetto al campo, e deve affidarsi al suo secondo perchè parli con il portiere Ghezzi e riferisca tutti i suoi suggerimenti ai compagni. Dopo neanche venti minuti, Eusebio sfrutta una delle opportunità a sua disposizione per realizzare la rete del vantaggio dei portoghesi. Il Milan reagisce, cerca subito di pareggiare, ma Altafini non sembra in gran forma e spreca alcune occasioni importanti, così il primo tempo si chiude con i lusitani in vantaggio. Nella ripresa, i rossoneri partono subito molto determinati, e stavolta Altafini sfrutta al meglio un pallone sporco ai limiti dell'area per spedirlo in rete e pareggiare i conti. La sfida diventa molto più tattica, entrambe le squadre cercano il colpo decisivo ma al tempo stesso hanno paura di scoprirsi e perdere la sfida. Santana ha una grande occasione per il Benfica ma la spreca, e poco dopo il capitano Coluna si fa male in uno scontro di gioco e termina la gara zoppicando (all'epoca le sostituzioni non erano permesse), costringendo di fatto la squadra a giocare in dieci e senza uno dei suoi leader. Al minuto 66, un pasticcio della difesa lancia Altafini solo davanti al portiere in posizione regolare, il centravanti si fa parare la prima conclusione ma raccoglie la ribattuta e riesce a metterla dentro, per la gioia dei suoi compagni che già lo insultavano: "Stavi per sbagliare anche questa!". La partita di fatto finisce qui, gli attacchi dei portoghesi si infrangono contro la solida difesa rossonera, e al triplice fischio finale può esplodere la gioia degli italiani, con capitan Maldini che sale le mitiche scale di Wembley e alza al cielo la coppa, un gesto che suo figlio Paolo ripeterà sempre in Inghilterra, a Manchester, quarant'anni dopo.
L'annata favolosa dei rossoneri non avrà seguito, o almeno non nell'immediato. Rocco, nonostante le pressioni della società per farlo restare, onora un accordo che aveva già preso con il Torino e lascia Milano, mentre la squadra non riesce a mantenersi competitiva nelle stagioni seguenti. Il primo traguardo, l'Intercontinentale, sfuma dopo tre durissime sfide contro il Santos di Pelè, in campionato l'Inter finisce costantemente davanti ai "cugini", e in Coppa Campioni la difesa del titolo si ferma ai Quarti di Finale contro il Real Madrid, che poi perderà la finale proprio contro l'Inter di Herrera. Servirà il ritorno di Rocco, nel 1967, per rifare grande il Milan, con alcuni protagonisti diversi e vecchi giocatori come Rivera, Trapattoni e Lodetti ormai divenuti campioni affermati. Restano però la grandezza e l'importanza dell'impresa di quel Milan del 1963, che esattamente cinquant'anni fa ebbe il merito di portare per la prima volta il calcio italiano sul tetto d'Europa, inaugurando una stagione di grandi successi che ebbe ripercussioni positive anche sulla Nazionale, in larga parte formata da elementi delle due squadre. Anche oggi, a distanza di mezzo secolo, non possiamo che celebrare il Paron Rocco e i suoi ragazzi, capaci di alzare la prima di tante "coppe con le orecchie" che hanno reso, nonostante momenti di buio e la crisi economica e tecnica degli ultimi anni, il calcio italiano una delle realtà più affermate e vincenti in Europa e nel Mondo.

giovedì 8 novembre 2012

AUGURI SANDRINO!

Immagine tratta da magicfootball.eu
Non è mai facile iniziare la propria carriera quando porti un cognome importante e tuo padre è entrato nella storia di uno sport. Tutti ti osservano, vogliono vedere se davvero hai talento o se sei uno dei tanti "raccomandati" che non meritano questa fortuna. Tale peso è ricaduto anche sulle spalle di un ragazzo poco più che ventenne, arrivato con grandi prospettive a Milano ma che ad un tratto sembrava sul punto di mollare. Per fortuna, quel ragazzino ha deciso di andare avanti per la sua strada, e ha vissuto una splendida carriera sportiva, tanto da raggiungere e superare la fama del suo amato papà. Il protagonista di questa storia si chiama Sandro Mazzola, e proprio oggi compie 70 anni.
La sua infanzia non è certo avara di problemi: suo padre, il mitico Valentino, e sua madre si separano quando lui è molto piccolo, e nel 1949 perde il suo amato genitore nel terribile disastro aereo di Superga, in cui tutto il Grande Torino perisce. Seguendo le orme del papà, il piccolo Sandro sviluppa da subito un'enorme passione per il calcio, e nonostante le difficoltà economiche in cui versa la sua famiglia riesce a entrare nelle giovanili dell'Inter. Qui, riceve i preziosi insegnamenti di una vecchia gloria nerazzurra, Giuseppe Meazza, che lo aiuta a sviluppare il suo talento e gli insegna il ruolo del centravanti, anche se lui preferisce stare a centrocampo. L'esordio in serie A è piuttosto traumatico: nel giugno del 1961 l'Inter deve recuperare la sfida contro la Juventus, e per protesta il presidente Angelo Moratti fa scendere in campo la squadra primavera. La partita finisce con un rotondo 9-1 in favore dei bianconeri, e l'unico gol dell'Inter lo segna proprio Mazzola su calcio di rigore. Il suo inserimento in prima squadra è lento e tormentato: Moratti stravede per lui e lo vede come un ottimo prospetto, ma l'allenatore, il Mago Helenio Herrera, inizialmente è poco convinto delle sue prestazioni e pensa che il ragazzo non sia adatto al suo gioco. Sandro soffre anche la pressione per il suo cognome, che ricorda a tutti il suo defunto padre, e le critiche e le voci che lo vogliono un raccomandato senza meriti lo feriscono molto. Pensa anche di lasciare il basket per un po', poi però gli incoraggiamenti del fratello Ferruccio e la sua determinazione hanno la meglio.
La stagione 1962-63 è quella della sua esplosione: Herrera gli concede qualche chance da titolare (all'epoca non c'erano le sostituzioni in campionato), lui finalmente si sblocca e fa vedere a tutti le sue qualità. Nel ruolo di centravanti, trascina l'Inter al suo primo scudetto del ciclo dell'allenatore spagnolo, segnando anche il gol-partita nella sfida decisiva contro la Juventus. E' l'inizio di una striscia di vittorie incredibili, nelle quali Sandro veste sempre i panni del protagonista: l'Inter vince altri due scudetti, nel 1965 e 1966, arrivando così a fregiarsi della prima stella, e soprattutto conquista due Coppe dei Campioni nel 1964 (due gol di Mazzola nel 3-1 in finale contro il Real Madrid dei fenomeni) e 1965, e due Coppe Intercontinentali. Quella squadra è ormai nell'immaginario di tutti gli sportivi italiani: oltre a Mazzola, i vari Facchetti, Burgnich, Guarneri, Picchi, Jair, Suarez e Corso sono dei veri miti per i tifosi interisti, e il mito della Grande Inter di Herrera e Moratti si diffonde presto in tutta Europa e nel Mondo. Non è una squadra di amici, come in tutti i gruppi con personalità forti ci sono scontri e incomprensioni, e i rigidissimi metodi di allenamenti del Mago qualche volta alimentano queste tensioni, ma in campo si vede solo una sinfonia armoniosa, una poesia per gli occhi.
Il ciclo si interrompe nel 1967, quando l'Inter perde nello stesso anno lo scudetto all'ultima giornata e la finale della Coppa dei Campioni contro i Celtic di Glasgow, nonostante il vantaggio iniziale firmato ancora da Mazzola. Herrera lascia Milano, la squadra comincia a perdere alcune delle sue pedine storiche, ma Sandro rimane uno dei simboli della squadra, con cui giocherà fino alla fine della sua carriera, arretrando la sua posizione a centrocampo, proprio come sognava. Arriverà un altro titolo, nel 1971, dopo una storica rimonta sui rivali del Milan, e un'altra finale di Coppa dei Campioni l'anno dopo, anche questa persa, contro l'Ajax del mitico Cruyff. Nel 1977, Mazzola decide di dire basta con il calcio giocato, e lascia l'Inter dopo 565 partite e 160 reti complessive, quarto nella classifica di tutti i tempi in entrambi i casi. Diventa in due occasioni dirigente per i nerazzurri, oltre che per il Genoa e per il Torino, e ha la grande soddisfazione di portare a Milano un giovanissimo Ronaldo nell'estate del 1997, oltre a bloccare un certo Platini, che la società deciderà di non acquistare; in seguito è anche opinionista e commentatore televisivo con la RAI, e ha la fortuna di commentare il vittorioso Mondiale del 2006.
A proposito della Nazionale, anche la sua carriera in azzurro, che inizia quasi in contemporanea con quella nel club, è ricca di gol e soddisfazioni. Esordisce a Milano nel 1963, contro il grande Brasile di Pelé bi-campione del Mondo, e si toglie la soddisfazione di marcare una rete nel 3-0 finale. Dopo l'infausto Mondiale del 1966, quello della Corea del Nord per intenderci, è uno dei punti di forza dell'Italia di Ferruccio Valcareggi, che riporta lustro al calcio nazionale dopo anni di delusioni e umiliazioni. Nel 1968 è membro della squadra che riesce a vincere il Campionato Europeo, battendo nella doppia finale la Jugoslavia e regalando un titolo agli azzurri dopo 30 anni esatti; salta la prima finale per indisposizione e non la prende bene, ma nella ripetizione Valcareggi lo schiera titolare e lui disputa una grande partita. Nel 1970 è parte integrante della squadra che arriva seconda nel Mondiale alle spalle del Brasile, e protagonista della discussa "staffetta" con cui Valcareggi alterna lui e Gianni Rivera, stella del Milan arcirivale della sua Inter, facendo giocare un tempo ad entrambi, con Sandro titolare e Gianni che gli subentra nella ripresa. Chiude la carriera in Nazionale nel 1974, dopo lo sfortunato Mondiale tedesco, con all'attivo 70 presenze e 22 reti.
Ha fatto storia, il vecchio Sandro, è stato uno dei grandi protagonisti del calcio italiano di tutti i tempi e ha saputo dimostrare ai critici che non era solo un raccomandato di lusso, ma un campione vero. Per anni è stato il simbolo della Milano nerazzurra, e ha infiammato i derby della Madonnina insieme al suo fiero avversario Rivera, un rivale in campo ma un campione che ha sempre rispettato profondamente al di là di quello che hanno scritto di loro i giornalisti. Avrebbe probabilmente meritato di vincere il Pallone d'Oro come Gianni, ma non è stato altrettanto fortunato ed è arrivato al massimo secondo nel 1971, alle spalle di Cruyff. Il suo dribbling ubriacante, la sua grande tecnica e il suo estro sotto porta, e quei baffetti unici e inconfondibili hanno fatto sognare intere generazioni di bambini, cresciuti con la sua figurina o con quella di altri grandi della sua epoca nel diario. Per loro, lui rimarrà sempre il ragazzo esile e talentuoso con i baffetti, un campione immortale che non invecchia mai, che resta giovane in eterno. Auguri Sandrino!

giovedì 19 luglio 2012

ITALIA-COREA DEL NORD, 46 ANNI DOPO

Immagine tratta da golcalcio.it

Se a un italiano appassionato di calcio chiedi qual è stata la più grande sconfitta per la Nazionale azzurra, molto probabilmente ti risponderà: Italia-Corea del 1966. E' questa in effetti una delle più grandi batoste di sempre per lo sport nostrano, una macchia indelebile nella storia del calcio azzurro, che neanche il passare degli anni ha cancellato dalla memoria collettiva, e che ancora oggi rievoca notti insonni e bruttissimi ricordi in chi visse quella gara da protagonista. Oggi è il triste anniversario di quella pagina nerissima per il calcio italiano.
L'Italia si presenta ai Mondiali del 1966 in terra inglese come una delle squadre più in forma del periodo. Nelle amichevoli di preparazione al torneo, gli azzurri hanno messo in mostra un ottimo gioco e segnato tanti gol, così tutti si aspettano una prova migliore delle precedenti edizioni, concluse già al Primo Turno. La squadra può contare su un portiere esperto come Albertosi, su solidi difensori come Facchetti, Burgnich, Rosato, Guarneri, Janich e Salvadore, su centrocampisti tecnici e talentuosi come Bulgarelli, Rivera, Juliano e Mazzola e su attaccanti di ottimo livello come Perani, Meroni, Pascutti e Barison. In girone, l'unico avversario veramente temibile è l'URSS del leggendario portiere Jasin, mentre il Cile e la Corea del Nord non sembrano ostacoli difficili da superare; contro i sudamericani c'è anche la voglia di vendicare la sconfitta di quattro anni prima, in quella che viene ricordata come la Battaglia di Santiago per il gioco sporco e violento dei cileni, mentre gli asiatici sono dei perfetti sconosciuti, che non fanno paura a nessuno.
Nonostante le apparenze però, il gruppo azzurro non è certo lo squadrone che tanti immaginano: c'è poca coesione, i blocchi interni di giocatori delle stesse squadre (Bologna, Milan, Inter) non vanno d'accordo, lo stesso capitano Salvadore non è ben visto da parte dello spogliatoio. Anche il tecnico Fabbri ci mette del suo rinunciando al libero Picchi, capitano e leader della grande Inter di Herrera, e al fantasista Corso, scatenando polemiche e alimentando le divisioni nella squadra azzurra. Inoltre, la forma fisica degli azzurri non è buona come sembra, e anzi col passare dei giorni il calo atletico dei giocatori è sempre più evidente. Nella prima partita, contro il Cile, arriva la vendetta tanto attesa, ma il gioco non è convincente; la gara successiva, contro l'URSS, si risolve in una sconfitta di misura, che però pone l'Italia davanti a un bivio. Contro la Corea ci vuole una vittoria netta e convincente, più che altro per l'orgoglio e per ridare entusiasmo, perché nessuno crede in una sconfitta e nella successiva eliminazione. I coreani però non sono il gruppo allo sbando che tutti credono, pur essendo tutti dei calciatori dilettanti: dopo la sconfitta contro i sovietici, hanno imposto il pareggio al Cile, e hanno dalla loro parte il pubblico inglese, che li ha "adottati" e tifa con calore per loro.
Fabbri è molto fiducioso, fa un po' di turnover in vista dei Quarti di Finale, esclude il capitano Salvadore dando la fascia a Bulgarelli, e rinuncia a Rosato, Burgnich e Meroni. La partita inizia con un attacco continuo degli azzurri, che sbagliano un numero incredibile di gol per imprecisione, sfortuna e bravura del portiere avversario. I coreani si difendono come possono, ma dimostrano anche di avere delle buone individualità e quando possono ripartono in contropiede, creando problemi alla difesa italiana con la loro velocità. A metà primo tempo, poi, il capitano Bulgarelli si fa male al ginocchio e deve lasciare il campo, costringendo i suoi a rimanere in 10 per tutta la gara perché al tempo le sostituzioni non sono ancora permesse. Con l'uomo in meno, e un po' sfiduciati per i tanti errori commessi, gli azzurri iniziano a sentire la pressione, e la Corea ne approfitta poco prima dell'intervallo. Il centrocampista Pak Doo Ik, divenuto celebre per tutti gli sportivi italiani e ricordato dalla stampa come un dentista (aveva quella qualifica, ma in realtà era un docente di educazione fisica), batte Albertosi e porta gli asiatici in vantaggio. Fabbri cerca di dare la sveglia durante l'intervallo, ma la situazione non cambia, l'Italia è sempre più sfiduciata e alla fine si rassegna alla clamorosa sconfitta e all'eliminazione. E' la notte più nera per il calcio italiano, la batosta che fa più male. Al rientro a casa, i calciatori vengono accolti con insulti e pomodori dalla gente, il tecnico Fabbri viene cacciato e squalificato per un anno, la Federazione chiude le porte agli stranieri con l'intento di ridare vigore al movimento calcistico nazionale. La Corea invece sfiora un'altra impresa nei Quarti del torneo, quando va in vantaggio 3-0 contro il Portogallo di Eusebio, prima di arrendersi 5-3 agli avversari e al poker del grande attaccante lusitano.
Nei 46 anni che sono trascorsi da quella cocente umiliazione, sono stati versati fiumi e fiumi d'inchiostro, si sono fatte mille ipotesi sugli errori e sulle colpe di quella sconfitta. Fabbri è stato accusato di scarsa attenzione alla squadra, di non aver gestito il gruppo, di aver escluso un attaccante promettente come Riva dai convocati, di non aver dato la giusta fiducia al blocco dell'Inter, e ha portato il peso di questa batosta fino alla morte. Ma tutta la squadra ha pagato la supponenza e la sicurezza con cui affrontò la partita, visto che gli avversari erano stati presentati come "una comica di Ridolini", e il progressivo andamento della gara ha dimostrato che gli asiatici meritavano ben più attenzione e rispetto. Dopo quello sfortunato episodio, la Nazionale ha saputo rialzarsi e conquistare il Campionato Europeo nel 1968 e il secondo posto ai Mondiali del 1970, ma nemmeno le vittorie hanno cancellato il ricordo di quella clamorosa disfatta, che può essere ricordata a buon diritto come la madre di tutte le sconfitte dello sport azzurro.