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domenica 18 agosto 2013

I 70 ANNI DELL'ABATINO

Immagine tratta da dnamilan.com
I suoi fan lo esaltavano per il tocco di palla vellutato, la regia lucida e precisa, l'abilità tecnica ed il talento fuori dalla norma. I detrattori parlavano di lui come di un giocatore che non corre, non dotato del fisico di un vero atleta, che costringeva i compagni a sacrificarsi per lui. Gianni Rivera ha diviso spesso il tifo in Italia, soprattutto nella Milano degli anni '60 che vinceva e convinceva in Europa con le sue due rappresentanti, e spesso si giocava Scudetti e intere stagioni nei derby. Quello che di sicuro è stato il numero 10 rossonero è un simbolo, una bandiera, un punto di riferimento per diverse generazioni di milanisti, un idolo come pochi altri. I suoi settant'anni, compiuti oggi, meritano un ricordo e un applauso da tutti gli appassionati di calcio italiani, e non solo.
La carriera di Gianni non inizia subito nel Milan. Ancora ragazzo, muove i suoi primi passi da calciatore nell'Alessandria, la squadra della sua città, che dopo una lunga assenza a fine anni '50 torna a giocare in serie A. Rivera esordisce nel massimo campionato che non ha nemmeno compiuto sedici anni, alla fine della stagione 1959, proprio contro quell'Inter che avrebbe affrontato ancora tantissime volte in futuro. Nel campionato successivo, nonostante la retrocessione dell'Alessandria, diventa una presenza fissa nella squadra e segna 6 reti, diventando il secondo marcatore più giovane nella storia della Serie A dopo il romanista Amadei. Le sue prestazioni gli valgono l'interessamento del Milan, ma il suo fisico esile e poco atletico non convincono del tutto i dirigenti, finché non interviene Schiaffino, uno dei leader della squadra rossonera, che apprezza le qualità del ragazzo e convince tutti ad acquistarlo. E' il 1960, e la carriera di Rivera con la squadra milanese proseguirà per altri 19 anni, con oltre 500 partite e 120 reti realizzate, oltre ad un incredibile numero di trofei. A fare la fortuna di Rivera sarà anche l'incontro con l'allenatore Nereo Rocco, che lo rende subito uno dei cardini del suo gioco, e con cui riesce ad esprimere il meglio delle sue potenzialità. Sotto la guida del Paron, Gianni sarà uno dei simboli del doppio ciclo milanista, che negli anni Sessanta porterà i rossoneri a vincere due Scudetti (1962 e 1968), due Coppe dei Campioni (1963 e 1969), una Coppa Intercontinentale (1969) e una Coppa delle Coppe (1968). Rivera è il Golden Boy del nostro calcio, il ragazzo d'oro che può portare la Nazionale e l'immagine sportiva dell'Italia alla rinascita dopo annate difficili e deludenti, eliminazioni precoci e dolorose. Qualcuno, come il grande giornalista Gianni Brera, non stravede per lui e lo fa notare etichettandolo spesso come "l'abatino", sempre per il suo fisico smilzo e la sua scarsa propensione alla corsa, ma Rocco lo difende sempre ritenendolo fondamentale per quello che è. Il valore internazionale del numero 10 rossonero è testimoniato dalla vittoria del Pallone d'Oro nel 1969, primo italiano nella storia a ricevere un simile onore. Anche dopo la fine della grande epopea milanista, Rivera continua a togliersi soddisfazioni sul campo, su tutte la vittoria di un'altra Coppa delle Coppe nel 1973 e un ultimo Scudetto, quello della stella, nel suo ultimo anno da calciatore, il 1979.
Anche l'avventura in Nazionale di Rivera è lunga e ricca di acuti e soddisfazioni, ma non solo. Il primo Mondiale lo disputa ad appena 19 anni, durante la sfortunata prestazione in Cile, il secondo in Inghilterra nel 1966 è altrettanto deludente, con la clamorosa eliminazione per mano della Corea del Nord e i pomodori al ritorno. Con l'avvento di Valcareggi, l'Italia vive la sua rinascita calcistica, e Rivera è uno dei protagonisti di questa nuova epoca d'oro del calcio azzurro. Nel 1968 si aggiudica il Campionato Europeo, anche se non disputa la Finale, e nel 1970 fa parte della spedizione in Messico che è entrata nell'immaginario di tutti gli sportivi. E' in quell'occasione che il suo dualismo con la stella dell'Inter, Sandro Mazzola, raggiunge l'apice per via della famigerata "staffetta" che vedeva il milanista subentrare al nerazzurro alla fine di ogni primo tempo, quasi per un accordo non scritto con l'allenatore. Pur da riserva, Rivera è protagonista della fase finale del torneo, prima decidendo con il suo ingresso in campo il Quarto di Finale contro i messicani padroni di casa, e poi soprattutto nel leggendario 4-3 in semifinale contro la Germania Ovest, quando si fa prima infilare sul suo palo da calcio d'angolo e poi, un minuto dopo, è nell'altra area di rigore a segnare la rete della vittoria azzurra. Anche nella finale persa con il Brasile di Pelé è protagonista, suo malgrado: stavolta la staffetta non avviene, Gianni gioca solo 6 minuti a gara già decisa, e le polemiche e i dubbi su quello che sarebbe stato con lui in campo turbano a lungo i sogni di Valcareggi e di tantissimi tifosi italiani. La carriera di Rivera in azzurro terminerà dopo un altro Mondiale, quello del 1974, e con la sua finirà anche quella di tantissimi protagonisti di questo glorioso ciclo italiano. In totale, ha disputato 60 partite in Nazionale, con un bottino di 14 reti, niente male per un regista.
Appesi gli scarpini al chiodo, Rivera rimane per un po' di anni nel mondo del calcio come vicepresidente del Milan, ruolo che lascia all'indomani dell'avvento di Berlusconi nel 1986. L'ambiente non si rivela pronto ad accettare uno come lui, con un carattere forte e poco accondiscendente rispetto a tanti altri atleti, così la sua carriera si sposta nella scena politica, dove diventa deputato, sottosegretario alla difesa per 5 anni ed europarlamentare. Solo di recente, nel 2010, Rivera torna a ricoprire un ruolo di rilievo nel mondo del calcio, quando il presidente Abete lo nomina Presidente del Settore Giovanile e Scolastico della Federazione. Ma nessuno, nonostante la sua assenza dalla scena calcistica, ha mai dimenticato le giocate e lo spettacolo offerto dal ragazzo-prodigio italiano, che con un tocco sapeva illuminare una partita e decidere una sfida. Nella Milano rossonera è ancora una delle bandiere più amate e adorate di sempre, per la controparte interista è rimasto uno degli avversari storici, il "nemico" di tanti derby dal sapore di Scudetto. Sempre un protagonista, dunque, e oggi che taglia il prestigioso traguardo dei 70 anni tutti si fermano per ricordarlo, e onorare uno dei talenti più puri del calcio italiano, un numero 10 che ha avuto pochi eguali e nessun vero erede dopo il suo ritiro. Nessuna divisione o fede calcistica, per quanto accesa e convinta, potrà negare quanto sia stato grande l'estro di un campione unico e inimitabile come è stato Gianni Rivera.

giovedì 11 aprile 2013

CHAMPIONS, AUF WIEDERSEHEN!

Immagine tratta da repubblica.it
Si era detto che per ribaltare il pesante 0-2 dell'andata sarebbe servita un'altra Juventus, completamente diversa da quella vista in Germania. Qualcosa di meglio si è oggettivamente visto, ma a conti fatti rimane la sensazione della gara di andata: questo Bayern Monaco era un avversario troppo forte e fuori portata. La grinta, la voglia di fare e la spinta di un meraviglioso Juventus Stadium non sono bastate ad annullare questo gap, a cancellare la differenza di qualità che ad oggi separa di molto le due squadre. 
I tedeschi hanno giocato meglio, non hanno corso quasi nessun rischio, la porta di Neuer rimane inviolata nel doppio confronto, Buffon invece torna a casa con quattro gol di quattro giocatori diversi sul groppone. La foga agonistica tanto voluta da Conte si è spenta lentamente di fronte all'ottimo possesso palla della squadra di Heynckes, che rallentava il ritmo quando la Juve sembrava trovare un po' di abbrivio e lo alzava all'improvviso per cercare di colpirla in contropiede. Robben e Ribery sono signori giocatori, hanno fatto vedere più di una volta che quando cambiano passo sono di un altro livello, i tanto millantati difensori bavaresi hanno retta senza eccessiva fatica ai tentativi di affondo bianconeri, in attacco Gomez e Pizarro fanno panchina, il che è tutto dire sull'ampiezza della rosa a disposizione. Di contro la Juve non è mai riuscita ad imporsi a centrocampo, in attacco ha fatto il solletico ai tedeschi e al netto delle due gare ha tirato sì e no quattro volte in porta, davvero una miseria se si voleva sperare di far breccia nella difesa bavarese. Poco altro da aggiungere, il Bayern è davvero una signora squadra e merita di essere tra le prime quattro d'Europa e di giocarsi la coppa con le grandi orecchie.
La Juventus conclude la sua esperienza europea con un bilancio ugualmente positivo, è tornata ad assaporare il calcio che conta dopo una lunga assenza e ha dimostrato di potersela giocare contro molte avversarie. Ora però bisognerà interrogarsi su molte cose, a partire dal mercato che è stato fatto e che è necessario fare per rinforzare la squadra e portarla davvero a livello delle migliori al Mondo. Non basta essere superiori in Italia per pensare di essere già arrivati in alto, non basta qualche buona riserva per diventare più forti, ci vogliono i campioni veri, e bisogna dire che quest'anno a Torino non se ne sono davvero visti. L'unico che sembra avere le carte in regola per diventare un ottimo giocatore è Pogba, che paga un po' di inesperienza però ha fatto vedere più volte di non temere la pressione e i grandi palcoscenici. Per il resto, poche luci e qualche ombra di troppo dai nuovi arrivati all'ombra della Mole. Asamoah e Isla, arrivati insieme da Udine, non stanno rendendo come ci si aspettava, soprattutto il secondo non si avvicina nemmeno al giocatore ammirato fino alla scorsa stagione in Friuli, mentre il primo era partito bene ma da gennaio a oggi, complice anche la Coppa d'Africa, è notevolmente calato. In attacco, il ritorno di Giovinco non ha sortito gli effetti sperati, la Formica Atomica non riesce proprio ad entrare nel cuore dei tifosi, e soprattutto in Europa paga la differenza di fisico con gli avversari, e in questi casi o hai la tecnica di Messi oppure non vai da nessuna parte. A tutto ciò aggiungiamo il caso Lucio, arrivato quest'estate come grande rinforzo per la difesa e lasciato andare già a dicembre perché non ritenuto utile, e i due desaparecidos Bendtner e Anelka, tuttora dispersi da qualche parte tra le tribune dello Juventus Stadium. Si era parlato per molti mesi di Van Persie, un giocatore che più che mai avrebbe fatto la differenza in Europa e sarebbe stato congeniale al gioco di Conte per le sue caratteristiche. Se ad aprile devi puntare su Padoin, Quagliarella, Matri e Giaccherini vuol dire che obiettivamente c'è bisogno di fare ancora molti aggiustamenti alla rosa. Adesso rimane un campionato da vincere per continuare il nuovo ciclo, e per potersi concentrare davvero sulla Champions League, dopo averla riassaporata quest'anno dopo un lungo digiuno.
Chiudiamo con una panoramica generale su quelle che saranno le semifinali di quest'anno, e che parleranno tedesco e spagnolo. Oltre al Bayern, sono rimaste a contendersi il trofeo il Borussia Dortmund, il Real Madrid e il Barcellona. Possibili tutti gli incroci, con sfide da brivido come i due derby iberico e teutonico o un Real-Bayern rivincita della semifinale dello scorso anno. Delusione per il calcio inglese, che ha perso tutte le sue formazioni già negli ottavi di finale, e non potrà veder rappresentati i suoi colori nella finale di Wembley. Una finale che anche quest'anno, purtroppo, non parlerà italiano.

mercoledì 20 giugno 2012

PrOnOsTiCaNdO i quarti di finale POLAND- UKRAINE 2012





Immagine tratta da affarando.it

GERMANIA - GRECIA 4-0
Parliamoci chiaro, non penseremo mica che i tedeschi compiano passi falsi?
Partita dal chiaro sapore di 1 fisso e over 1,5! Magari scarica di gol, la Grecia
penserà solo a difendersi e non farà la cosa giusta.

REPUBBLICA CECA - PORTOGALLO 0-1
Diamo favoriti i portoghesi che arrivano da un buon girone dove hanno perso solo
la prima,giocando comunque una buona gara contro la Germania.

SPAGNA - FRANCIA 3-1
I Campioni del Mondo contro le grandi soffrono, ma alla fine vincono...
Azzardiamo un 1handicap perchè la Francia in difesa è poca roba e manca
pure Mexes!!!

ITALIA - INGHILTERRA 0-0
Forse forse e dico forse l'Italia sta anche meglio, ma nei match ad eliminazione diretta
ogni errore può essere fatale. L'Inghilterra dalla sua ha il ritorno di un affamato
Rooney. Vedremo una bella gara sicuramente, ma può darsi non si decida nei
90 minuti regolamentari.

Tra i marcatori, visto che quest'anno si può giocare chi segna o chi no, proviamo:
Marchisio non è ancora andato a segno e ci è andato spesso vicino.
Rooney ha ritrovato subito il gol e calcia anche da casa sua, se vuole.
C. Ronaldo si ritrova ad inseguire Mario Gomez per il titolo di capocannoniere.
Gomez, se parte titolare rischia addirittura una doppietta decisiva.
Torres anche lui è bomber in questo Europeo e, come dicevamo, la difesa francese non è delle migliori.
Balotelli può dare continuità alla sua sforbiciata, magari stavolta con un bel tiro da 30 mt.
Iniesta o Xavi o Muller o Schweinsteiger o Pirlo metteranno la loro firma in caso di minimo
due gol  in partita.
Attenzione anche ai colpi di testa di Pepe, Bonucci, Lescott, Piquè su calcio d'angolo.

lunedì 11 giugno 2012

Adieu gran Milàn


Adieu Thiago Silva.
Il difensore brasiliano ad un passo dal PSG. Al Milan 50 milioni di euro. Al giocatore 9.
È la notizia del giorno.
foto tratta da sportemotori.blogosfere.it
Il condizionale è però d’obbligo, dopo l’affaire Pato, saltato all’ultimo secondo a Gennaio, sempre sull’asse Parigi-Milano.
Si concluderebbe l’affare del terzo millennio, perché la squadra più titolata al mondo andrebbe a vendere il difensore più forte del mondo alla squadra che vorrebbe diventare la più forte, per una cifra astronomica, soprattutto per un difensore.
Adieu al Milan che non vendeva i suoi campioni.
Nel giro di pochi anni vende prima Kakà al Real Madrid, regala Pirlo alla Juve e poi quasi vende Pato al Manchester degli sceicchi.
Adieu al Milan degli invincibili, alla conquista dell’Italia, dell’Europa e del mondo. Dei campioni che rincorrevano il sogno di vestire la maglia rossonera.
Adieu al Dio denaro della famiglia Berlusconi.
Il modo di accaparrarsi giocatori negli anni 80 e 90 sperperando miliardi, come un boomerang, ora, li costringe a cedere ai petroldollari.
Gran Milàn, frase del milanese doc, ad indicare la grandezza della capitale economica dell’Italia, nonostante la nebbia.
Nebbia che ora scende fitta su Milanello, prossimo orfano del vero fenomeno della squadra, dopo gli addii illustri di fine campionato. Sulla testa di Galliani, costretto a parare i malumori del tifo milanista, degli altri big delle squadra ed ad inventarsi un mercato che nonostante questa copiosa entrata, sarà povero di euro.
Alla fine vincono i soldi, quelli illimitati degli sceicchi contro quelli che il Milan di Berlusconi non vuole più spendere-perdere. 

giovedì 7 giugno 2012

IN RICORDO DEL MOZART DEI CANESTRI

Immagine tratta da basketcase.blogosfere.it

Oggi, in Croazia, è una giornata di lutto nazionale, perché ricorre un triste anniversario: la morte del Mozart dei Canestri, Drazen Petrovic. Un tragico incidente stradale, il 7 giugno del 1993, se l'è portato via a nemmeno 29 anni di età, gettando nello sconforto e nel dolore migliaia di tifosi di tutto il Mondo, appassionati da quello che il giovane cestista croato riusciva a fare sul parquet.
Nato a Sebenico, città costiera nel sud della Croazia, Drazen sviluppa da subito un amore viscerale per lo sport e per la pallacanestro, ispirato anche dal fratello maggiore Aleksandar (visto anche in Italia da giocatore e allenatore). La sua è una passione a dir poco maniacale: si sveglia tutte le mattine alle sei, va nella palestra del paese, di cui ha le chiavi, e si allena per alcune ore a tirare e dribblare le sedie prima di correre a scuola. A quindici anni entra nella squadra della sua città, e presto conquista un posto da titolare, trascinando la sua formazione a disputare due finali consecutive di Coppa Korac, entrambe perse contro il Limoges. Nel 1984 si trasferisce al Cibona di Zagabria, con cui si impone definitivamente tra le stelle del basket europeo: in 4 stagioni vince un Campionato jugoslavo, tre Coppe di Jugoslavia, due Coppe dei Campioni e una Coppa delle Coppe, e in una singola partita di campionato segna la bellezza di 112 punti. Desideroso di nuove sfide, nel 1988 si trasferisce in Spagna al Real Madrid, dove in un solo anno ottiene Coppa di Spagna e Coppa delle Coppe, dimostrandosi un vero e proprio dominatore, un giocatore di livello superiore rispetto a tutti gli altri in Europa.
La sua voglia di competere è tale che nell'estate del 1989 decide di compiere il grande salto: si dichiara eleggibile per il Draft NBA, e viene scelto dai Portland Trail Blazers, la squadra di Clyde Drexler. La sua è un'esperienza difficile, perché in quel periodi i giocatori europei godono di scarsa considerazione in America, e infatti Drazen è considerato poco più di una riserva; gioca 12 minuti a partita, per lo più nel "garbage time" (ovvero a risultato già acquisito) e nel suo ruolo viene chiuso da almeno altri 4 giocatori. Per questo, neanche il raggiungimento della Finale NBA del 1990 (persa con Detroit) lo soddisfa, e così nel gennaio 1991 viene scambiato con i New Jersey Nets. Qui, Petrovic trova la fiducia dell'ambiente e il minutaggio che cercava, e subito ripaga tutti con prestazioni di altissimo livello. La sua media punti lievita oltre i 20 a partita, il suo ruolo di leader in campo non è più contestato da nessuno, e alla fine della stagione 1993 viene addirittura inserito nel terzo quintetto della NBA, riconoscimento storico per un cestista europeo.
Anche con la Nazionale arrivano importanti soddisfazioni per lui. Nelle prime competizioni che disputa con la maglia della Jugoslavia, conquista un bronzo nelle Olimpiadi del 1984, nei Mondiali del 1986 (in cui è anche eletto MVP) e negli Europei 1987. Poi, con l'arrivo in panchina di Dusan Ivkovic e l'emergere di altri grandi talenti come Paspalj, Kukoc, Radja e Divac, oltre ai giovani Djordjevic, Danilovic e Savic, Petrovic diventa il leader di una squadra fantastica, che mette in mostra un basket fenomenale e si impone come una grande realtà a livello mondiale. Nel 1988 arriva l'argento alle Olimpiadi contro la grande URSS di Sabonis, poi solo vittorie, agli Europei casalinghi del 1989 e ai Mondiali 1990. All'apice del successo, però, sulla squadra si abbatte il dramma della guerra che sta esplodendo in Jugoslavia tra croati e serbi, dilaniando il Paese e i suoi abitanti. Dopo la separazione dalla Serbia, Petrovic diventa il capitano della neonata nazionale croata, che trascina ad uno storico argento contro il Dream Team USA del 1992, e nell'estate successiva guida i suoi nelle qualificazioni agli Europei.
E' proprio in questo contesto che arriva il tragico appuntamento con il destino. Dopo una partita in Polonia, Petrovic e compagni devono recarsi in Germania per il match successivo, ma lui decide di non seguire i compagni in aereo, e di recarsi sul posto in macchina con la fidanzata. La donna però, a causa del maltempo e della scarsa conoscenza delle strade, si spaventa mentre è alla guida, e provoca l'incidente che costa la vita a Drazen. E' il 7 giugno 1993, il giocatore croato muore sul colpo a 28 anni. La notizia fa il giro del Mondo, in Croazia l'intera Nazione è sotto choc per la scomparsa del suo simbolo più grande, in America tutta la NBA lo compiange e i New Jersey Nets ritirano la maglia numero 3 in suo onore. Sulla sua lapide, molti anni dopo, riuscirà a piangere anche Vlade Divac, cestista serbo che per anni aveva condiviso la stanza e una fortissima amicizia con Drazen, prima che la guerra e alcune incomprensioni li dividessero per molti anni, e la morte impedisse ai due la riappacificazione (la NBA ha raccontato la loro storia in uno splendido documentario, Once Brothers).
Oggi ricorre il diciannovesimo anniversario della sua scomparsa. Il basket europeo e mondiale è molto cambiato nel frattempo, la NBA ha definitivamente aperto le porte a giocatori provenienti da altri continenti, alcuni dei quali (Parker, Nowitzki, Gasol) hanno ormai acquisito il ruolo di autentiche superstar, quasi alla pari con gli americani. Ma nessuno ha mai dimenticato il Mozart dei Canestri, il micidiale cecchino che non si tirava mai indietro e affrontava ogni nuova sfida con grinta e decisione, convinto di vincere. Con il suo esempio, è diventato un mito per tutti i cestisti d'Europa, ha aperto le porte dell'America a tanti ragazzi talentuosi, alcuni provenienti da quella che era la sua Jugoslavia. Ancora oggi, tanti anni dopo la sua scomparsa, la Croazia lo piange e ricorda commossa quel suo giovane figlio che, a detta della sua stessa madre, era un angelo nella vita, e un diavolo quando si trovava sul parquet.

sabato 2 giugno 2012

GRAZIE DI TUTTO, ZDENEK!

Immagine tratta da sport.sky.it

Quest'oggi, all'Adriatico di Pescara, si chiuderà ufficialmente una grande avventura, breve e anche per questo indimenticabile. Si chiuderà un'annata da sogno per una città che da tanti anni aspettava di respirare nuovamente aria di grande calcio, di serie A. Si chiuderà il fantastico sodalizio tra il Pescara e il suo attuale allenatore, Zdenek Zeman, che dopo 19 anni ha riportato la squadra nel massimo campionato italiano, e l'ha fatto regalando gol e spettacolo agli spettatori abruzzesi.
Il boemo e i suoi ragazzi terribili si presentavano ai nastri di partenza della serie B 2012 come una formazione in grado certamente di divertire e regalare bel calcio, ma nessuno avrebbe mai immaginato che la loro si sarebbe presto trasformata in una cavalcata trionfale verso la promozione. Anche perché l'organico a disposizione di Zeman non sembrava certamente in grado di competere con le altre squadre, più organizzate e dichiaratamente costruite per ottenere la serie A, come Torino, Padova, Sampdoria e Brescia. C'era una base di calciatori rimasti dopo la scorsa stagione (Sansovini, Soddimo, Cascione, Gessa, Zanon, Verratti), a cui sono stati aggiunti giovani interessanti, in prestito da grandi club perché facciano esperienza; come i difensori Brosco e Romagnoli, cresciuti nella Roma e nel Milan, l'ivoriano Kone, centrocampista proveniente dall'Atalanta, e soprattutto gli attaccanti Immobile e Insigne, rispettivamente scuola Juve e Napoli. Oltre a loro, sono arrivati anche alcuni giocatori d'esperienza, come il portiere Anania, prima riserva ma poi titolare inamovibile, e il difensore Bocchetti, centrale solido e affidabile.
Con questa rosa, la stagione del Pescara è iniziata in modo un po' altalenante, con belle vittorie interne alternate a sconfitte in trasferta, anche se presto la squadra ha dato maggiore continuità ai suoi risultati, tanto da chiudere il girone di andata al quarto posto, a soli tre punti dal Torino capolista. A gennaio, il mercato ha portato all'Adriatico due nuovi centrocampisti, il danese Nielsen e l'esterno romano Caprari, che hanno aggiunto quantità e qualità in mezzo al campo, consentendo al tecnico di provare nuove soluzioni. Nel girone di ritorno, molti pensavano che il Pescara sarebbe calato, ma i ragazzi di Zeman hanno chiarito subito che non sarebbe stato così: alla venticinquesima giornata, gli abruzzesi hanno guadagnato addirittura il primo posto in classifica, alternandosi poi con il Torino nelle successive partite. Tra marzo e aprile, è arrivato il periodo più difficile della stagione, con un pareggio e 4 sconfitte consecutive, l'ultima il giorno della tragica scomparsa di Morosini. Sembrava arrivato il calo che tutti aspettavano, invece il Pescara ha saputo trovare nuove energie ed è ripartito alla grande: escludendo il recupero con il Livorno, la squadra ha vinto le ultime 7 partite di campionato, battendo avversarie quotate come Padova (0-6 in trasferta), Torino (2-0 all'Adriatico) e Sampdoria (1-3 a Genova, nella partita che ha sancito la promozione) e riconquistando il primo, meritatissimo posto in classifica, e con esso la serie A. 
I numeri finali parlano chiaro: 26 vittorie, appena 5 pareggi e ben 90 gol fatti, con i soli Immobile (capocannoniere), Insigne e Sansovini che hanno segnato più di tutte le altre squadre di B. La difesa, storico tallone d'Achille delle squadre di Zeman, ha subito molto, ma nelle ultime e decisive partite il passivo si è ridotto a soli 3 gol, e anche questo ha contribuito molto alla promozione e al successo finale. Oggi, come detto, il ciclo del boemo giunge purtroppo alla sua conclusione: benché molti sperassero nella sua permanenza anche in A, l'allenatore ha deciso di tornare ad un suo vecchio amore, la Roma. Un duro colpo per i tifosi abruzzesi, che però non smetteranno mai di ringraziarlo e di ricordare con gioia questa magnifica stagione, in cui il Pescara ha mostrato bel calcio in tutti gli stadi d'Italia e ha dimostrato a tutti che non sempre c'è bisogno di spese folli e campioni importanti per diventare grandi ed entrare nella leggenda.