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mercoledì 10 dicembre 2014

ITALIETTA NELLE COPPE

Immagine tratta da Ilfattoquotidiano.it
Non siamo tra le Nazioni dominanti in Europa. Lo sapevamo già da tempo, dopo le prestazioni deludenti degli ultimi anni, dopo l'umiliazione del Mondiale brasiliano, dopo la diaspora di campioni attratti da soldi e ambizioni che la nostra serie A non riesce più a proteggere. Questa Champions League sentenzia definitivamente la nostra crisi calcistica, il nostro ufficiale ridimensionamento nel panorama europeo del pallone. E non si può più parlare di sfortuna, di casualità, di campi impraticabili o arbitri contrari: si tratta di scuse, punto e basta.
Roma e Juventus, di gran lunga le migliori formazioni del nostro campionato, escono sconfitte o comunque ridimensionate dopo questi gironi che hanno sancito un'eliminazione amara per i giallorossi e una qualificazione risicata e striminzita per i bianconeri. La squadra di Garcia, più che la qualità, paga la quantità di talento inferiore rispetto ad un Manchester City capace di qualificarsi senza tre elementi come Aguero, Kompany e Yaya Touré, tutti e tre assenti nella sfida di stasera. Ma paga soprattutto il sanguinoso pari di Mosca, molto più doloroso delle sette scoppole prese in casa dal Bayern, che avrebbe sicuramente dato meno pressione ai romanisti. Resta l'impressione positiva di un gruppo in crescita e che, con la giusta esperienza europea, può fare sicuramente progressi e presentarsi alla prossima Champions con maggiori ambizioni.
Gli uomini di Allegri lottano, rischiano e alla fine devono accontentarsi di un punto contro l'Atletico Madrid, strappando all'ultimo il pass per gli ottavi di finale, in un girone in cui secondo molti si poteva quasi ambire al primo posto. L'impressione, in casa o in trasferta, è sempre quella di una squadra che fatica terribilmente, non riesce a imporre il suo gioco o a gestire con serenità un vantaggio acquisito. Contro teste di serie quali Real Madrid, Bayern, Chelsea e Barcellona non si va da nessuna parte, questo è sicuro.
La realtà evidente e lampante è sempre la stessa, senza i mezzi giusti non si va da nessuna parte. Non è solo una questione di soldi o stadi, l'Italia sembra proprio mancare di programmazione e idee per sopperire alle varie mancanze trovando le risorse necessarie in altri modi. In Inghilterra e in Francia si punta molto sul marketing e sui grandi investitori stranieri, in Germania stadi e vivai hanno fatto da traino per la vittoria di un Mondiale, in Spagna le big continuano a rimanere tali senza mai conoscere crisi, e una "piccola" come l'Atletico ha rischiato il clamoroso double Champions-Liga senza avere capitali ingenti o campioni acclamati. Noi non abbiamo nulla di tutto ciò, siamo indietro anni luce con gli stadi, ci stiamo aprendo da pochissimo ad acquirenti stranieri, in quanto a marketing e vivai poi sembriamo letteralmente preistorici.
Se dodici delle sedici ammesse agli ottavi provengono dai quattro Paesi appena citati non possiamo più appellarci al caso. Smettiamola di fingerci grandi, abbandoniamo definitivamente i sogni di grandi risultati internazionali, chiniamo la testa con umiltà e mettiamoci al lavoro per cambiare le cose. Meno chiacchiere e più fatti, per una volta.

giovedì 2 maggio 2013

IL VECCHIO E IL BAMBINO

Immagine tratta da bundesligafootball.co.uk
Riprendendo il titolo di una notissima canzone di Francesco Guccini, possiamo davvero dire che la finale di Champions di quest'anno se la giocheranno un "vecchio" e un "bambino", entrambi tedeschi, ma estremamente diversi l'uno dall'altro, per carriera e gestione della squadra.
Il "vecchio" è Jupp Heynckes, 68 anni tra una settimana, nativo di Monchengladbach e con alle spalle una lunga e prestigiosa carriera, sia da giocatore che da allenatore. In campo giocava come attaccante, ed ha lasciato il segno nella squadra della sua città, il Borussia Monchengladbach, di cui detiene il record di marcature e con cui ha vinto quattro Scudetti e una Coppa UEFA, perdendo anche una finale di Coppa Campioni nel 1977. Con la Nazionale dell'allora Germania Ovest ha partecipato al grande biennio 1972-74, conquistando prima il Campionato Europeo e poi la Coppa del Mondo, anche se non ha mai avuto un ruolo da grande protagonista. Ritiratosi nel 1978, ha iniziato quasi subito ad allenare nella sua città, anche se i successi sono arrivati prima con il Bayern Monaco (due titoli e due supercoppe nazionali) e poi soprattutto con il Real Madrid, con cui vince la Champions League nel 1998 interrompendo un digiuno durato oltre trent'anni; in mezzo, tante stagioni in panchina tra Spagna, Germania e Portogallo, prive tuttavia di altri grandi successi, tanto è vero che negli ultimi anni la sua carriera da allenatore sembrava avviata al tramonto. Poi, il rilancio a Leverkusen e il ritorno al Bayern, riportato al successo in Bundesliga quest'anno e condotto la scorsa stagione all'incredibile finale di Champions League persa in casa e ai rigori contro il Chelsea. Si è guadagnato una seconda occasione triturando quella che è stata la miglior squadra degli ultimi anni, il Barcellona, e dando a tutti una netta impressione di superiorità e convinzione, il che rende i bavaresi i naturali favoriti per la finale di Wembley. Il suo gioco punta molto sulla fantasia dei suoi attaccanti Robben, Ribery e Muller, con Schweinsteiger abile direttore d'orchestra a centrocampo e Neuer a guidare una difesa che non prende gol da quattro partite in Champions e sembra molto più solida delle previsioni. Heynckes sa già che a giugno lascerà il club allo spagnolo Guardiola, nonostante il gran lavoro fatto in questi due anni, e vuole andarsene da trionfatore, per dimostrare che chi arriverà dopo di lui potrà solo eguagliare e non migliorare le sue imprese. Dovesse vincere la Coppa, a quindici anni di distanza dalla prima volta, batterebbe il record di Ernst Happel, che trionfò nel 1983 con l'Amburgo esattamente tredici anni dopo aver vinto con il Feyenoord.
Il "bambino" è Jurgen Klopp, 46 anni a giugno, nato a Stoccarda ma cresciuto calcisticamente nel Mainz, con cui ha disputato tutta la sua carriera da giocatore. prima nel ruolo di attaccante e poi in quello di difensore. In campo non ha mai lasciato davvero il segno, ma una volta smessa la casacca per indossare la divisa da allenatore ha subito fatto vedere di possedere buone qualità. Sedutosi sulla panchina dello stesso Mainz, ha portato la squadra dalle zone basse della serie B tedesca ad una fantastica promozione in Bundesliga, con due salvezze consecutive e una storica qualificazione in Coppa UEFA nel 2006. Il miracolo non è poi proseguito, nel 2007 è arrivata la retrocessione e l'anno dopo gli sforzi per una immediata risalita non hanno portato frutti, ma Klopp si era già conquistato l'attenzione di alcuni team importanti, colpiti dal suo metodo di lavoro. E' arrivata la chiamata del Borussia Dortmund, che veniva da un difficile periodo condito da problemi economici e un evidente calo di prestazioni in campionato, e lui subito si è messo al lavoro riportando la squadra ad alti livelli. Dopo due quinti posti consecutivi, nel 2010 i renani hanno dominato il campionato, superando nettamente i rivali del Bayern Monaco e ottenendo una prestigiosa vittoria in Bundesliga dopo un'attesa durata nove anni, impresa bissata anche l'anno dopo e arricchita anche dal successo in Coppa di Germania. La prima esperienza in Champions, lo scorso anno, era terminata già al primo turno con l'ultimo posto in girone, questa volta i ragazzi terribili di Klopp hanno stupito tutti dimostrando una grinta e un'organizzazione invidiabili, che li ha portati a compiere l'impresa contro il temibile Real Madrid e a conquistare la seconda finale della loro storia, la prima tutta tedesca. L'abilità del giovane tecnico è senza dubbio il suo modo di formare i giovani, visto che talenti come Lewandowski, Gotze, Hummels e Subotic sono stati forgiati da lui fino a diventare colonne portanti della squadra e oggetti del desiderio di moltissime altre formazioni europee. A ogni cessione è corrisposto l'inserimento in squadra di un altro giovane di talento, lo scorso anno Gundogan per Sahin, stavolta Reus per Kagawa, e il rendimento del Dortmund anziché peggiorare è sempre migliorato. A Wembley non partirà da favorito, ma di sicuro se la giocherà fino alla fine contro gli avversari ormai storici del Bayern, per vendicare il titolo perso e l'eliminazione in Coppa di Germania subita quest'anno, e anche per dimostrare che i campioni forgiati in casa possono valere di più di quelli comprati in altri club.
Quale che sia il vincitore tra i due alla fine, il vero trionfo è sicuramente quello del calcio tedesco, che negli ultimi anni ha prodotto e continua a produrre tantissimi talenti nei vivai, ha costruito stadi nuovi e accoglienti, molto moderni e sempre pieni di tifosi appassionati ma corretti, ed economicamente è una delle leghe migliori nel panorama europeo. Dopo il sorpasso all'Italia nel ranking un paio di stagioni fa, ottenendo un posto in più in Champions ormai la Germania si sta consolidando come potenza mondiale nel calcio, per la prima volta avrà due sue squadre in finale e porterà a casa per la settima volta, superando l'Olanda nella speciale classifica. Il vecchio Heynckes e il giovane Klopp, così diversi per età e carriera, rappresentano in fondo quel misto di esperienza e novità che sta portando i tedeschi a diventare i nuovi padroni del calcio, in Europa e non solo.

giovedì 25 aprile 2013

UNA CHAMPIONS PER PANZER?

Immagine tratta da ilsole24ore.com
Ha detto una volta Gary Lineker, grande attaccante inglese degli anni Ottanta, che "il calcio è uno sport semplice: 22 uomini rincorrono un pallone per 90 minuti, e alla fine vincono i tedeschi." Questa sua teoria non ha sempre trovato delle conferme in anni recenti (soprattutto quando gli avversari della Germania eravamo noi italiani), ma ieri si è clamorosamente rivelata vera. La severa lezione di calcio impartita dal Borussia Dortmund al Real Madrid segue di appena ventiquattr'ore l'altra netta batosta subita dal Barcellona contro il Bayern Monaco nelle semifinali di Champions League. La doppia sfida tra Germania e Spagna, finora, non ha avuto storia, a Wembley già iniziano a preparare i vessilli tedeschi, perché una finale tutta teutonica è molto più che una probabilità in questo momento.
Dopo le tante, forse troppe parole della vigilia tra i tecnici Klopp e Mourinho, ieri come sempre è stato il campo a dire la sua, e l'ha fatto con un verdetto impietoso: questo Borussia è una squadra, il Real visto ieri sera proprio no. I giovani tedeschi non hanno minimamente sofferto la pressione di una sfida tanto importante e sentita, sono scesi in campo con la sfrontatezza e la voglia di chi sa che un'occasione del genere capita poche volte nella vita. Di fatto non c'è stata partita, l'organizzazione e la determinazione dei ragazzi di Klopp hanno fatto la differenza, e anche dopo il gol praticamente regalato agli avversari i gialloneri non si sono abbattuti, anzi hanno disputato un secondo tempo rabbioso prendendosi meritatamente la vittoria con un secco 4-1. Grandissima la prova corale della squadra, sugli scudi il regista di centrocampo Gundogan, l'inarrestabile esterno offensivo Reus e il centravanti Lewandowski, autore di tutte e quattro le reti. Se si esclude il portiere e capitano Weidenfeller, tutti gli altri giocatori in campo sono nati tra il 1985 e il 1992, e la maggior parte di loro viene dal vivaio del club o è stata acquistata a prezzo davvero basso. La politica intelligente della dirigenza renana ha portato una squadra in difficoltà e senza pretese alla ricostruzione e al sogno di una finale di Champions, un vero esempio per tutti coloro che amano il calcio. Per contro, il Real ha mostrato preoccupanti limiti di gioco, carattere e concentrazione, e se dopo il primo svantaggio ha comunque preso campo e cercato il pareggio, nella ripresa si è letteralmente sciolto davanti alla pressione indemoniata dei tedeschi. Ronaldo da solo non può fare miracoli, il portiere Diego Lopez ha tenuto in piedi la baracca con un paio di grandi parate, ma in difesa la coppia Pepe-Varane ha sofferto le pene dell'inferno, in mezzo al campo Xabi Alonso ha totalmente sbagliato partita, e in generale il Real ha dato l'impressione di puntare tutto solo sulle ripartenze, una tattica che come si è visto in Europa non paga. Ci vorranno un'altra squadra e una vera impresa martedì al Bernabeu, lo esigono il prestigio, la storia e i tanti soldi spesi per costruire quella che dovrebbe essere la migliore squadra del mondo. Finora gli spagnoli hanno sempre eliminato i tedeschi nei doppi confronti in Champions, e con tanto talento a disposizione il miracolo è ancora possibile.
Solo un giorno prima, come detto, avevamo assistito ad un'altra impressionante lezione di calcio, addirittura più netta se si analizza non solo il 4-0 secco del Bayern sul Barcellona, ma il modo in cui questo risultato è arrivato. I tedeschi hanno già in tasca la Bundesliga e sono in finale di Coppa nazionale, ma puntano chiaramente alla vittoria in Champions, obiettivo solo sfiorato negli ultimi anni. Dopo le prove di forza con Arsenal e Juventus, è toccato ai blaugrana assaggiare la voglia di successo e la determinazione dei bavaresi, padroni del campo per tutta la gara e mai messi in difficoltà dagli avversari. Il tiki-taka dei catalani non si è visto, il Bayern ha mantenuto il controllo del gioco e colpito a volte con facilità irrisoria, sfruttando la grande giornata di Muller, Robben e Ribery, giocatori stellari che se sono in giornata fanno sempre la differenza. Schweinsteiger e Martinez hanno surclassato il centrocampo avversario, annullando Xavi e Iniesta, mentre la difesa non ha concesso nulla a Messi e compagnia, con il portiere Neuer che non si è nemmeno sporcato i guanti. Heynckes sovrasta Villanova tatticamente, lo batte proprio in quello che doveva essere il suo pane quotidiano, aggressività e possesso palla, e forse pone la parola fine al lungo ciclo della squadra catalana, che ha portato tanti successi negli ultimi quattro anni. Il Barcellona è tornato quello di San Siro, che non tirava in porta nemmeno per sbaglio, in difesa ballava in maniera preoccupante e rischiava seriamente l'eliminazione. Allora prese due gol e riuscì a rimontarli in casa, stavolta ce ne vogliono cinque per andare avanti, e contro quella che appare una corazzata l'impresa sembra davvero impossibile. E intanto in Germania cominciano già a interrogarsi: servirà davvero Guardiola a una squadra così? Ai posteri l'ardua sentenza...
La Spagna ha una settimana intera per preparare la rivincita, caricarsi e dare il tutto per tutto nelle due sfide interne, la Germania nello stesso tempo studierà le contromosse ad ogni possibile "remuntada" e si aggrapperà probabilmente alla cabala: anche lo scorso anno Real e Barça, favorite per giocarsi la Coppa, giocarono l'andata in trasferta perdendola e in casa non riuscirono a ribaltare il risultato. Se davvero sarà così, se a Wembley sventoleranno solo bandiere tedesche il 25 maggio, allora questa volta la teoria di Lineker sulla superiorità della Germania nel calcio si sarà rivelata decisamente esatta.

giovedì 11 aprile 2013

CHAMPIONS, AUF WIEDERSEHEN!

Immagine tratta da repubblica.it
Si era detto che per ribaltare il pesante 0-2 dell'andata sarebbe servita un'altra Juventus, completamente diversa da quella vista in Germania. Qualcosa di meglio si è oggettivamente visto, ma a conti fatti rimane la sensazione della gara di andata: questo Bayern Monaco era un avversario troppo forte e fuori portata. La grinta, la voglia di fare e la spinta di un meraviglioso Juventus Stadium non sono bastate ad annullare questo gap, a cancellare la differenza di qualità che ad oggi separa di molto le due squadre. 
I tedeschi hanno giocato meglio, non hanno corso quasi nessun rischio, la porta di Neuer rimane inviolata nel doppio confronto, Buffon invece torna a casa con quattro gol di quattro giocatori diversi sul groppone. La foga agonistica tanto voluta da Conte si è spenta lentamente di fronte all'ottimo possesso palla della squadra di Heynckes, che rallentava il ritmo quando la Juve sembrava trovare un po' di abbrivio e lo alzava all'improvviso per cercare di colpirla in contropiede. Robben e Ribery sono signori giocatori, hanno fatto vedere più di una volta che quando cambiano passo sono di un altro livello, i tanto millantati difensori bavaresi hanno retta senza eccessiva fatica ai tentativi di affondo bianconeri, in attacco Gomez e Pizarro fanno panchina, il che è tutto dire sull'ampiezza della rosa a disposizione. Di contro la Juve non è mai riuscita ad imporsi a centrocampo, in attacco ha fatto il solletico ai tedeschi e al netto delle due gare ha tirato sì e no quattro volte in porta, davvero una miseria se si voleva sperare di far breccia nella difesa bavarese. Poco altro da aggiungere, il Bayern è davvero una signora squadra e merita di essere tra le prime quattro d'Europa e di giocarsi la coppa con le grandi orecchie.
La Juventus conclude la sua esperienza europea con un bilancio ugualmente positivo, è tornata ad assaporare il calcio che conta dopo una lunga assenza e ha dimostrato di potersela giocare contro molte avversarie. Ora però bisognerà interrogarsi su molte cose, a partire dal mercato che è stato fatto e che è necessario fare per rinforzare la squadra e portarla davvero a livello delle migliori al Mondo. Non basta essere superiori in Italia per pensare di essere già arrivati in alto, non basta qualche buona riserva per diventare più forti, ci vogliono i campioni veri, e bisogna dire che quest'anno a Torino non se ne sono davvero visti. L'unico che sembra avere le carte in regola per diventare un ottimo giocatore è Pogba, che paga un po' di inesperienza però ha fatto vedere più volte di non temere la pressione e i grandi palcoscenici. Per il resto, poche luci e qualche ombra di troppo dai nuovi arrivati all'ombra della Mole. Asamoah e Isla, arrivati insieme da Udine, non stanno rendendo come ci si aspettava, soprattutto il secondo non si avvicina nemmeno al giocatore ammirato fino alla scorsa stagione in Friuli, mentre il primo era partito bene ma da gennaio a oggi, complice anche la Coppa d'Africa, è notevolmente calato. In attacco, il ritorno di Giovinco non ha sortito gli effetti sperati, la Formica Atomica non riesce proprio ad entrare nel cuore dei tifosi, e soprattutto in Europa paga la differenza di fisico con gli avversari, e in questi casi o hai la tecnica di Messi oppure non vai da nessuna parte. A tutto ciò aggiungiamo il caso Lucio, arrivato quest'estate come grande rinforzo per la difesa e lasciato andare già a dicembre perché non ritenuto utile, e i due desaparecidos Bendtner e Anelka, tuttora dispersi da qualche parte tra le tribune dello Juventus Stadium. Si era parlato per molti mesi di Van Persie, un giocatore che più che mai avrebbe fatto la differenza in Europa e sarebbe stato congeniale al gioco di Conte per le sue caratteristiche. Se ad aprile devi puntare su Padoin, Quagliarella, Matri e Giaccherini vuol dire che obiettivamente c'è bisogno di fare ancora molti aggiustamenti alla rosa. Adesso rimane un campionato da vincere per continuare il nuovo ciclo, e per potersi concentrare davvero sulla Champions League, dopo averla riassaporata quest'anno dopo un lungo digiuno.
Chiudiamo con una panoramica generale su quelle che saranno le semifinali di quest'anno, e che parleranno tedesco e spagnolo. Oltre al Bayern, sono rimaste a contendersi il trofeo il Borussia Dortmund, il Real Madrid e il Barcellona. Possibili tutti gli incroci, con sfide da brivido come i due derby iberico e teutonico o un Real-Bayern rivincita della semifinale dello scorso anno. Delusione per il calcio inglese, che ha perso tutte le sue formazioni già negli ottavi di finale, e non potrà veder rappresentati i suoi colori nella finale di Wembley. Una finale che anche quest'anno, purtroppo, non parlerà italiano.

mercoledì 3 aprile 2013

A LEZIONE DI TEDESCO

Immagine tratta da gqitalia.it
Doveva essere la prova del nove, la sfida che chiariva una volta per tutte fino a dove si potesse spingere questa Juventus. La sfida tra i Campioni d'Italia uscenti e candidati al bis e gli ormai prossimi Campioni di Germania e vicecampioni d'Europa in carica ha chiarito in modo piuttosto eloquente come stanno le cose. Ci ha ricordato una volta di più che la nostra serie A, nonostante le belle parole e il nostro amore patriottico, non è più il campionato di vertice che era una volta.
I bianconeri, al cospetto di un Bayern carico a mille e deciso finalmente ad alzare la coppa dalle grandi orecchie, dopo due finali perse in tre anni, sono sembrati una squadretta di provincia, una di quelle piccole formazioni che quando affrontano una grande pensano prima di tutto a limitare i danni, a non prenderle. Anzi non riescono nemmeno a pensare a questo, perché la pressione degli avversari è tale che manca il tempo per ogni genere di ragionamento, e ci si può solo difendere e sperare che la tempesta passi. La Juve ieri non ha praticamente giocato, la squadra che più di tutte cerca di imporre il suo gioco nel campionato italiano ieri ha assistito per lunghi minuti al monologo dei tedeschi, ad un possesso palla semplice e piuttosto concreto, con accelerazioni improvvise degli uomini di maggior fantasia e un pressing asfissiante che soffocava ogni tentativo di creare gioco. Certo, il gol segnato da Alaba dopo appena 25 secondi di gioco ci ha ovviamente regalato un'altra partita, perché andare sotto subito dopo aver battuto il calcio d'inizio è chiaramente un colpo duro per qualsiasi squadra. Rimane la sensazione, però, che questo Bayern sia di un livello troppo alto per questa Juventus, e che tra i Campioni d'Italia e le grandi d'Europa ci sia ancora un certo gap da colmare.
Deludente la prova dei bianconeri, pericolosi con il contagocce e costretti per lunghi tratti di partita a rintanarsi nella propria metà campo, alzando le barricate in difesa e cercando di resistere nel miglior modo possibile alle folate offensive dei bavaresi. Hanno tradito soprattutto i due uomini di maggior esperienza, quelli che dovrebbero essere due colonne portanti della Vecchia Signora e della nostra Nazionale: Buffon e Pirlo. Il primo è stato poco reattivo sulla rete iniziale, nonostante la minima deviazione di Vidal, e sul secondo gol poteva fare decisamente meglio, e anche se con alcuni interventi ha limitato il passivo rimane comunque il peso di questi errori; il secondo è stato praticamente annullato dai tedeschi, che gli hanno messo addosso prima Kroos e poi Muller, seguendolo a uomo per tutta la partita e impedendogli di illuminare il gioco, con un'infinità di passaggi sbagliati. Non che il resto della squadra sia andato meglio: male il trio di difesa, su tutti Barzagli che finora era stato una sicurezza, sottotono Marchisio e i due esterni, inesistenti le punte, poco servite e incapaci di tener palla e far uscire un po' la squadra dal pressing; il migliore, a conti fatti, è stato il cileno Vidal, guerriero del centrocampo e unico a rendersi davvero pericoloso, ma il cartellino giallo che ha preso gli farà saltare il ritorno, e la sua assenza peserà molto, insieme a quella dello svizzero Lichtsteiner per lo stesso motivo.
Non saranno le squalifiche però il problema principale in vista della rivincita di Torino di mercoledì prossimo: occorrerà un atteggiamento diverso, meno paura e molta più grinta e durezza in mezzo al campo e in attacco. Conte ha scelto di giocarsi la sfida di andata senza timori e la scelta non ha pagato, forse avrebbe fatto meglio a coprirsi di più a centrocampo con un Pogba in campo e una punta in panchina, ma sono discorsi che con il senno di poi non servono a nulla. Si sapeva che il Bayern non è il Celtic di Glasgow, con tutto il rispetto per gli scozzesi, ma la differenza tra le due squadre è stata decisamente spropositata, e adesso i bianconeri devono dimostrare a tutti che la loro presenza tra le migliori 8 d'Europa non è dovuta solo al sorteggio o alla fortuna. Lo Juventus Stadium dovrà essere pieno e caldo per spingere i giocatori verso questa rimonta che appare molto difficile ma non impossibile, se la gara viene giocata nel modo giusto. Il 3-0 rifilato ai Campioni d'Europa uscenti del Chelsea deve essere il punto di partenza, il ricordo da cui partire per disputare la partita perfetta, per non sbagliare nulla. O almeno, se le cose non dovessero andare bene, per concludere in modo degno questo ritorno in Champions, onorando fino in fondo la competizione e ripresentandosi ai nastri di partenza il prossimo anno con maggiore fiducia e convinzione; e magari con un top player serio in attacco, perché a quanto si è visto un giocatore che faccia la differenza in Europa serve eccome.

domenica 22 aprile 2012

GIOVANI, BRAVI E VINCENTI - PARTE SECONDA


Li avevamo lasciati l'anno scorso con il Meisterschale, il trofeo dei campioni di Germania, e fiumi di birra per festeggiare il loro incredibile successo; li ritroviamo quest'anno nella stessa, identica situazione, nonostante lo scetticismo di molti e le difficoltà incontrate a inizio stagione. I ragazzi terribili del Borussia Dortmund hanno colpito ancora, sono riusciti a confermarsi campioni nazionali per il secondo anno consecutivo, e l'hanno fatto con pieno merito, mostrando quel gioco piacevole ed efficace che è ormai diventato un marchio di fabbrica della squadra di Jurgen Klopp.
Eppure, la prima parte di stagione non era sembrata all'altezza dell'anno passato: dopo la sconfitta ai rigori in Supercoppa contro lo Schalke, il Dortmund aveva perso tre delle prime sei partite di Bundesliga che aveva disputato, e in Champions League aveva profondamente deluso, finendo quarto nel suo girone e lasciando prematuramente l'Europa calcistica. Poi però, i ragazzi terribili di Klopp si sono ritrovati, e hanno inanellato l'incredibile serie di ventisei partite consecutive senza sconfitte, riconquistando la vetta della classifica e conquistando ieri la matematica certezza del titolo, grazie al 2-0 contro l'altro Borussia, quello di Monchengladbach, che ha permesso di conservare 8 punti di vantaggio sul Bayern Munchen a 2 giornate dal termine. Fondamentali per la svolta della stagione sono state proprio le due sfide contro i temutissimi bavaresi, da molti considerati i favoriti per il titolo, soprattutto il confronto di andata: la vittoria dei gialloneri all'Allianz Arena di Monaco grazie ad uno dei suoi talenti migliori, Mario Gotze, ha ridato speranze al Dortmund e ha riaperto completamente il torneo; nella gara di ritorno, poi, il gol di Lewandowski e il rigore sbagliato da Robben hanno permesso al Borussia di staccare gli avversari in maniera significativa, chiudendo definitivamente la corsa al titolo.
Una conferma importante non solo per la squadra, ma per il credo calcistico di Klopp e della società, che negli ultimi anni hanno lavorato tantissimo sui giovani, costruendo una squadra dall'età media bassissima ma ricca di talento e di carattere. La maggior parte dei giocatori è nata tra il 1988 e il 1989 (Subotic, Hummels, Schmelzer, Grosskreutz, Sven Bender, Kagawa, Lewandowski), con l'eccezione del vero talento della squadra, il centrocampista Mario Gotze, classe 1992; molti di questi ragazzi provengono dal vivaio del club, e gli altri sono stati acquistati a prezzo bassissimo quando erano dei perfetti sconosciuti. L'oculatezza e l'attenzione al bilancio e ai giovani talenti è dimostrata anche dal mercato dell'ultima estate: dopo aver ceduto uno dei suoi centrocampisti migliori, Nuri Sahin, al Real Madrid, il Dortmund ha reinvestito subito i soldi ottenuti in due giocatori molto interessanti, Perisic e Gundogan, rispettivamente di 22 e 21 anni. Una bella lezione insomma, quella di Klopp, a tutti i critici che sostengono da sempre che con i giovani si può giocare un buon calcio ma difficilmente si riesce a vincere.
Ora il club tedesco può concentrarsi sulla finale di Coppa di Germania, nella quale affronterà ancora una volta il Bayern Munchen, per centrare così una doppietta da sogno, e poi passare l'estate a programmare la nuova stagione, con l'obbiettivo di fare meglio in Europa, unica vera delusione di quest'anno. Sarà difficile tenere tutti i giovani talenti che si sono messi in mostra nelle ultime stagioni e hanno attirato più di un club europeo, ma anche in caso di partenze eccellenti, a Dortmund sono tranquilli: Klopp e i suoi riusciranno sempre a trovare rimpiazzi adeguati per mantenere la squadra ad alti livelli.