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martedì 29 settembre 2015
FMF PUB - BIRRA NUMERO 6
Un pub, due amici e due birrette. E le immancabili chiacchiere sul campionato. Vietati i non lo so e i buonismi, la regola numero uno del FMF Pub è esporsi, una risposta netta e ben motivata.
Oggi rispondono alle mie domande Fav10 (F) e Gordon Kun (GK).
1) Che birra prendi?
F: Vista la nottata che ho passato, posso prendere una camomilla ?
GK: Una Guinness, grazie.
2) Spariamola subito grossa: chi vince lo scudetto? Un nome e una motivazione.
F: La Roma perchè sono scaramantico e quest'anno c'è il Giubileo. Ma se vuoi una risposta più tecnica, direi sempre i giallorossi: hanno la rosa qualitativamente migliore (sono di parte?).
GK: Dopo 4 anni dominati in lungo e in largo dalla Juventus penso si sia arrivati, e finalmente oserei dire, a un periodo di transizione: la Vecchia Signora si è rinnovata e secondo me pure indebolita, mentre tutte le concorrenti hanno cambiato in meglio, rendendo più equilibrato il campionato. In questo momento in testa ci sono la mia Fiorentina (non accadeva dal '99) e l'Inter, ma penso che entrambe non possano competere per lo scudetto: la prima per l'organico non all'altezza di certe situazioni, la seconda per un gioco sinora pessimo, che però potrà solo migliorare e magari contraddirmi... Alla fine penso che a spuntarla sarà la Roma, la quale, nonostante la partenza altalenante, sembra possedere la rosa più solida, oltre a un gioco già collaudato. Alla lunga verranno fuori i veri valori di ogni singola squadra, quindi stiamo a vedere! (...e per adesso, intanto, sogno!)
3) La crisi della Juve: voglio una percentuale (tranne 50 e 50) di colpa tra lo smantellamento estivo della dirigenza e le responsabilità di Allegri.
F: 75 società 25 Allegri: se l'hanno scorso Max era un genio per tante ragioni, a partire dal nuovo modulo utilizzato, per arrivare all'aver saputo sopperire alla partenza shock di Conte, quest'anno non può aver battuto la testa. Forse l'ha battuta chi pensava che Tevez, Pirlo e Vidal fossero solo tre numeri di maglia facilmente sostituibili!
GK: Sono due colpe complementari: Allegri, una volta sedutosi sulla panchina bianconera, ha semplicemente osservato ciò che Conte aveva costruito... Per carità, introducendo un nuovo modulo e dando nuova grinta ai giocatori, ma credo fermamente che questa sia stata soltanto una conseguenza del cambiamento, del fatto che tutta la rosa volesse mettersi in mostra e avere la possibilità di giocare con il nuovo allenatore. Si sa, volere è potere: da anni la Juventus poteva andare avanti in Champions, ma ci è arrivata soltanto lo scorso anno. Poi, come detto sopra, c'è stata la rivoluzione che ha sì ringiovanito la rosa, ma allo stesso tempo fatto perdere quella che era la spina dorsale della squadra, affidandosi totalmente alle capacità di un Pogba forse ultimamente troppo montato (nonostante l'indiscusso talento). Non voglio però giustificare Allegri: nonostante le partenze, ci sono stati anche i rinforzi (e che rinforzi!), soprattutto nel reparto avanzato e di conseguenza, i risultati dovevano arrivare. Se si può giustificare la sconfitta contro la Roma, le partite contro Chievo e Frosinone, con tutto il rispetto, no. Ok che i nuovi debbono affiatarsi, ma se il tanto idolatrato Allegri è così forte come egli stesso sostiene, dovrebbe aver già preso per mano la situazione e risolta in poco tempo. Come fece proprio Conte qualche anno fa. Quindi direi responsabilità 35 / 65.
4) Tatticamente parlando, ti ha sorpreso di più la difesa a 3 con Perisic fluidificante di Mancini, o i tanti moduli cambiati in corsa da Allegri? Quale mossa ha creato più confusione?
F: Secondo me i cambi di Allegri ! La difesa a 3 dell'Inter e il ruolo in quella circostanza di Perisic sono stati dettati dall'esigenza del momento e dalle contingenze, non da una volontà di stupire e di trovare una quadra.
GK: Allegri dalla sua ha il fatto che, come detto prima, deve ancora trovare la disposizione in campo corretta, che permetta al suo undici di dare il meglio, mentre Mancini ha il vizietto di cambiare sul più bello. Ok, il gioco non era dei migliori, ma vinceva. Ora, studiando una Fiorentina scatenata sulle ripartenze e in particolare quelle in fascia, ha tentato di sorprenderla chiudendo Kalinic e cercando di attaccare proprio il punto forte della Viola, senza riuscirci e cancellando in poco tempo tutto il lavoro fatto sino a quel momento, riportando le incertezze e rimuovendo quell'illusione di felicità provocata dalle brutte vittorie... Rialzarsi in queste situazioni è sempre dura, perciò opto per Mancini!
5) Il pacco delle prime sei giornate nel rapporto prezzo/prestazioni: Kondogbia, Perisic, Montoya, Bertolacci, Romagnoli, Hernanes o chi altro?
F: Direi Montoya sugli altri nomi ci credo abbastanza, e secondo me si tratta solo di tempo o ruolo in cui sono stati utilizzati.
GK: Tra questi sceglierei sicuramente Montoya, nonostante il basso costo: scarto del Barcellona, ci si poteva aspettare questo risultato. Di certo ha reso al di sotto di ogni aspettativa! Se c'è da scegliere però il peggiore nel rapporto qualità/prezzo allora dico Bertolacci: giocatore che a me personalmente piace, ma rispetto a quanto poteva arrivare prima del riscatto da parte della Roma, e vedendo a quanto è poi arrivato (20 milioni) e quindi anche considerano il rapporto gestione dell'affare/aspettative, si può benissimo considerare il peggior pacco!
6) Chi fa ad oggi il miglior calcio in Italia? Fiorentina, Torino, Sassuolo o Napoli?
F: Per motivi diversi tutte e quattro. Mi piace la fase difensiva del Napoli (quella delle ultime settimane), quella offensiva del Toro, la coralità della Viola e la velocità e il cinismo del Sassuolo , troppo democristiano ?
GK: Nonostante l'oramai risaputo tifo Viola, da diverso tempo ritengo il Torino una squadra davvero completa e pericolosa: ogni anno vende, compra giovani italiani e migliora; difesa collaudata, fasce devastanti, centrocampo tecnico e davanti una sicurezza come Fabio Quagliarella, forse uscito troppo presto dal giro delle grandi e della Nazionale! Unica formazione, peraltro, in grado di mandarci al tappeto sino ad ora...
7) Mihajlovic e il Milan, un matrimonio che stenta a decollare. Il problema è più tecnico, di gioco e uomini, o più caratteriale e di attenzione? Percentualizzameli.
F: In queste circostanze dico 33, 33 e 33...anche se gli uomini e il loro carattere li ha scelti il tecnico quindi facciamo 60, 20 e 20!
GK: 100% problemi tecnici! Da anni sempre la stessa storia: manca il centrocampo... Quest' anno la dirigenza sembrava decisa a dare finalmente una svolta alla questione, ma poi sono arrivati soltanto degli attaccanti, (per un reparto già bello gonfio anche se, per carità, alla fine migliorato) e dei difensori (e qua ritengo corrette le scelte)... In mezzo al campo si è pensato che bastasse un Bertolacci qualsiasi a mettere tutto in ordine, mentre la situazione è critica! Qualche segnale di miglioramento dopo il ritorno di Montolivo, ma poca roba per una squadra che punta alla Champions.
8) Il Carpi ha pareggiato con Palermo e Napoli e perso con Samp, Inter, Fiorentina e Roma. Castori è stato cacciato, tu l'avresti esonerato? Era colpa sua? E tra Giampaolo, Mandorlini e Rossi, chi sarà il prossimo?
F: Io Castori non lo avrei mai esonerato! Un allenatore che fa quel percorso e che ha avuto quel calendario, merita tutte le attenuanti e anche la possibilità di retrocedere con dignità. Guarda gli 11 del Carpi e dimmi se il miglior Zeman anni 90 li farebbe rendere meglio! Vedo moooooooooooooooolto male Delio Rossi (detto fra noi nemmeno mi dispiace ma questa è una cattiveria gratuita).
GK: Risposta secca: no, non avrei esonerato Castori: con una rosa di quel livello stava già superando le aspettative, anche a livello di gioco, a parer mio... E poi, mandare via così l'uomo della storica promozione in A? Io ci avrei pensato su parecchio prima di fare una cosa del genere a questo punto della stagione. Il prossimo? Perchè non Allegri?
9) Il conto delle birrette preso qui al FMF Pub è abbastanza salato. Trovami il protagonista della giornata calcistica che ha deluso più di tutti, così gli giro lo scontrino...
F: Pogba... Credo abbia i soldi necessari e le spalle abbastanza larghe per reggere l'esborso! Ora vado a finire il discorso iniziato con la toilette ieri notte!
GK: Giralo pure ad Handanovic, ma prima una dedica da parte di Kalinic è doverosa... Almeno lo scontrino riuscirà a prenderlo? :D
In collaborazione con FMF - Football Manager Forum.
mercoledì 6 maggio 2015
IL SIMBOLO STURARO
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| Immagine tratta da corriere.it e modificata su befunky.com |
"Lasciatemi spendere due parole per Sturaro, è una gioia vedere un giovane italiano giocare con questa personalità in una semifinale di Champions", parole e musica di Carlo Tavecchio, professione Presidente Federale.
Se addirittura Tavecchio si è accorto della maiuscola prestazione offerta da Sturaro ieri sera nella vittoriosa semifinale della Juve contro il Real, allora se ne sono accorti davvero tutti.
E' il simbolo della vittoria, inaspettata, della Juve. Il simbolo dell'italianità, del calcio all'italiana, della voglia di vincere, del lottare su ogni pallone e dare il massimo, il 100% e oltre delle proprie possibilità, indipendentemente dal palcoscenico.
E' un ragazzo di 22 anni arrivato alla Juve da soli 4 mesi, ma che ha incarnato perfettamente il cosiddetto "stile Juve". Pochi proclami e tanto lavoro. Un lavoro che paga, un lavoro prezioso a centrocampo, un lavoro che al Real ieri è mancato.
Il Real è parso piccolo piccolo, mal costruito. Due esterni offensivi a fare le punte, un centrocampo che non faceva filtro, una difesa che definire balbettante è un complimento.
E' la vittoria dell'italianità, della granitica convinzione e attenzione tattica. Di Allegri, che ha dimostrato una maturità pazzesca nel calarsi in punta di piedi nello spogliatoio juventino. Un allenatore quasi deriso nell'ultimo scorcio di carriera milanista, ma che ieri ha dimostrato che la gavetta per chi siede in panchina è fondamentale. Dà lucidità, dà capacità di analisi in ogni situazione: Aglianese, Spal, Grosseto, Sassuolo, i campi polverosi della C2 e della C1. E' stata questa la palestra del buon Max, la palestra che gli ha permesso di arrivare a vincere due scudetti in carriera, e di togliersi lo sfizio ieri di battere il Real in semifinale di Champions.
Magari il Real farà il Real e al Bernabeu spazzerà via la Juve, ma in un altro 5 maggio la Juve ha dimostrato che il calcio italiano c'è, è vivo e lotta.
Senza inventare niente. Ma sorprendendo, perchè non eravamo più abituati a vedere una squadra italiana giocare all'italiana. E con Sturaro.
mercoledì 10 dicembre 2014
ITALIETTA NELLE COPPE
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| Immagine tratta da Ilfattoquotidiano.it |
Roma e Juventus, di gran lunga le migliori formazioni del nostro campionato, escono sconfitte o comunque ridimensionate dopo questi gironi che hanno sancito un'eliminazione amara per i giallorossi e una qualificazione risicata e striminzita per i bianconeri. La squadra di Garcia, più che la qualità, paga la quantità di talento inferiore rispetto ad un Manchester City capace di qualificarsi senza tre elementi come Aguero, Kompany e Yaya Touré, tutti e tre assenti nella sfida di stasera. Ma paga soprattutto il sanguinoso pari di Mosca, molto più doloroso delle sette scoppole prese in casa dal Bayern, che avrebbe sicuramente dato meno pressione ai romanisti. Resta l'impressione positiva di un gruppo in crescita e che, con la giusta esperienza europea, può fare sicuramente progressi e presentarsi alla prossima Champions con maggiori ambizioni.
Gli uomini di Allegri lottano, rischiano e alla fine devono accontentarsi di un punto contro l'Atletico Madrid, strappando all'ultimo il pass per gli ottavi di finale, in un girone in cui secondo molti si poteva quasi ambire al primo posto. L'impressione, in casa o in trasferta, è sempre quella di una squadra che fatica terribilmente, non riesce a imporre il suo gioco o a gestire con serenità un vantaggio acquisito. Contro teste di serie quali Real Madrid, Bayern, Chelsea e Barcellona non si va da nessuna parte, questo è sicuro.
La realtà evidente e lampante è sempre la stessa, senza i mezzi giusti non si va da nessuna parte. Non è solo una questione di soldi o stadi, l'Italia sembra proprio mancare di programmazione e idee per sopperire alle varie mancanze trovando le risorse necessarie in altri modi. In Inghilterra e in Francia si punta molto sul marketing e sui grandi investitori stranieri, in Germania stadi e vivai hanno fatto da traino per la vittoria di un Mondiale, in Spagna le big continuano a rimanere tali senza mai conoscere crisi, e una "piccola" come l'Atletico ha rischiato il clamoroso double Champions-Liga senza avere capitali ingenti o campioni acclamati. Noi non abbiamo nulla di tutto ciò, siamo indietro anni luce con gli stadi, ci stiamo aprendo da pochissimo ad acquirenti stranieri, in quanto a marketing e vivai poi sembriamo letteralmente preistorici.
Se dodici delle sedici ammesse agli ottavi provengono dai quattro Paesi appena citati non possiamo più appellarci al caso. Smettiamola di fingerci grandi, abbandoniamo definitivamente i sogni di grandi risultati internazionali, chiniamo la testa con umiltà e mettiamoci al lavoro per cambiare le cose. Meno chiacchiere e più fatti, per una volta.
venerdì 31 ottobre 2014
LA CRITICA DEL VENERDI' /9
| Immagine tratta da it.eurosport.yahoo.com e modificata su befunky.com |
- L'ultimo minuto croce e delizia del turno di campionato: al 90' lo sciagurato intervento di Romagnoli regala il rigore vittoria all'Inter nel match contro la Samp, al 94' Antonini obbliga la Juve alla prima sconfitta in campionato, regalando orizzonti europei al Genoa, al 92' Higuain fallisce il rigore che poteva significare la svolta nel torneo del Napoli, costringendo i partenopei all'1-1 di Bergamo. Si sono spostati molti punti in pochi istanti: qualcuno più di altri potrebbe rimpiangere o ringraziare la zona Cesarini di questo turno a fine campionato.
- La Juve si è fermata a Genova. Come si fermò ad Atene e prima ancora a Madrid, sponda Atletico. Sono già 3 le sconfitte stagionali. In campo si paga meno aggressività e un minor ritmo tambureggiante, che si traducono in poca cattiveria sotto porta. Fuori dal campo, da quel che emerge da parole e atteggiamenti di Allegri nelle interviste, il tecnico livornese si sta mettendo sulla graticola da solo, auto-creandosi una pressione più interna che esterna. E' irrequieto il buon Max, insoddisfatto, sembra essere un po' in difficoltà, più di quanto in realtà sia. Per la corsa Scudetto, seppur pari, la Juve è ancora prima, ed è in piena corsa per la qualificazione agli ottavi di Champions nonostante i due stop. Ci vuole calma e sangue freddo, e Allegri deve cominciare a trasmettere forza, consapevolezza e sicurezza anche fuori dal campo.
- La bagarre per il terzo posto risente delle trasferte nel campo delle cosiddette "provinciali": Milan, Lazio e Napoli finiscono per impattare contro Cagliari, Verona e Atalanta. Al mega ingorgo per la zona Champions si sono aggiunte il Genoa di Gasp e la Fiorentina di Montella, che in casa sta trovando una discreta continuità.
- Empoli, Cesena, Chievo e Parma stanno passando un bruttissimo periodo. Tecnicamente e mentalmente. L'Empoli sta avendo momenti di blackout che rovinano partite alla portata, il Chievo ha cambiato allenatore senza risultati immediati, il Parma è assalito dalla rassegnazione e nelle prossime due gare incontrerà Inter e Juve. Discorso diverso per il Cesena: i ragazzi di Bisoli son gagliardi e combattivi, ma pagano pecche tecniche piuttosto grosse. La volontà, l'applicazione e la tattica difficilmente basterà in Serie A.
lunedì 20 ottobre 2014
LA CRITICA DEL MARTEDI' /7
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| Immagine tratta da daringtodo.com e modificata su befunky.com |
- Allegri legge male la gara contro il Sassuolo: il 4-3-3 proposto nella ripresa dal tecnico livornese è il momento chiave, in negativo, del match. Nel momento in cui i neroverdi padroni di casa crollano fisicamente, alla Juve mancano le certezze di posizioni e movimenti del suo solito 3-5-2, e va in confusione. Risultato: 1-1 e Roma tritatutto che si avvicina a -1.
- Salta la prima panca, Corini al Chievo. Ok, han perso male, dopo mezz'ora erano già sotto di 3 gol a Roma, ma si giocava contro una squadra di un altro pianeta. E' pretestuoso esonerarlo per una sconfitta all'Olimpico, tanto valeva cacciarlo prima della sosta, dando a Maran due settimane in più per ambientarsi con la rosa a disposizione. Negli ultimi 3 anni il Chievo ha sempre cambiato allenatore a campionato in corso, Campedelli sta prendendo la via del mangia-allenatori. Non arrivare a mangiare il pandoro sta diventando un'abitudine. Comunque, tutto molto strano, specie perchè solo questa estate Corini aveva firmato un triennale.
- Inter e Napoli. La partita è stata indecente per 79', con due squadre timide che parevano aver paura di segnare. Poi scatta qualcosa, e la sarabanda di gol è servita. Finisce addirittura 2-2. Le difese qualcosa di inguardabile, la sagra della perdita delle marcature. Finisce con un pareggino-brodino che lascia entrambe le squadre sulla graticola. Da notare come sui 28 giocatori entrati in campo, gli italiani siano stati solo due: Ranocchia e Insigne.
- Lazio, Atalanta e Torino puntellano la classifica con i tre punti. Laziali e granata stanno trovando continuità e buone trame di gioco, specie nel caso dei biancocelesti nel primo tempo di Firenze. I bergamaschi vincono all'ultimo respiro contro il Parma, ma potrebbe essere la classica vittoria che dà tranquillità a giocatori e ambiente.
- Il Milan va. E va in contropiede. Subisce parecchio (il referto conterà 22 tiri, 8 in porta per il Verona e solo 12, 5 in porta, per i rossoneri), ma quando lancia i suoi nelle ripartenze è micidiale. La natura della creatura di Inzaghi è questa: chiudersi e ripartire. Quando prova a fare la partita, si incarta.
- La Fiorentina continua a non convincere. Perde in casa, approccia la gara nel modo sbagliato, regala il primo tempo alla Lazio. Montella non sta riuscendo a trovare qualcosa di diverso, la squadra sembra giocare troppo lontano dalla porta, anche Babacar dà il meglio di sè rientrando e tirando dal limite dell'area. Domenica ha fatto il 59% di possesso per 2 soli tiri in porta. Molti ricami, poca concretezza, e le 5 reti in 7 partite sono lì a dimostrarlo.
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venerdì 17 ottobre 2014
SOMMERSI DALLE CHIACCHIERE
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| Immagine tratta da educalcio.it e modificata su befunky.com |
Help.
Sommersi dalle chiacchiere. Dalle parole, dalle dichiarazioni. E' un'ondata inarrestabile.
Balotelli che accusa Prandelli di non essere un vero uomo, e dà ragione a Conte sulla sua non convocazione, poi De Sanctis che indica come il "Sistema Juve" sia imbattibile, appoggiandosi alle dichiarazioni di Totti, che aveva suggerito ai bianconeri di giocare un torneo a parte, dato lo smaccato favoritismo arbitrale. E ancora la moglie di Andrea Agnelli, che a sua volta invitava Totti a emigrare, con Buffon che indicava la strada del "non inveire contro il direttore di gara", mentre su Twitter Bonucci invitava i romanisti a "sciacquarsi la bocca". E Garcia che si accorgeva che l'area di rigore della Juve è di 17 metri, mentre Allegri scopriva come la Juve avesse tutti contro.
Basta!
E' una gara a chi la spara più grossa, a chi riesce a ottenere il titolone in prima pagina. Tutti fomentati da televisioni e giornali che altro non aspettano che sbattere a otto colonne polemiche, liti a distanza e frasi ad effetto.
Tutto è distruttivo, bianco o nero (senza riferimenti alla Juventus), di qua o di là. L'obiettività è da tempo accantonata a favore di una continua "guerra tra poveri", che al solito fa sempre il gioco dei ricchi.
Come al tempo dei romani (senza riferimento ai romanisti), con l'Imperatore bello tronfio in tribuna che si divertiva a veder scannare tra di loro i gladiatori.
Insomma, quello che succede la domenica sul terreno di gioco oramai è diventato solo un pretesto per poi parlare, polemizzare e avere altro materiale su cui scontrarsi e fomentare odi e rivalità per i successivi giorni della settimana.
Ogni evento in campo è finalizzato allo scoop. Un infortunio fa già partire il toto sostituto sul mercato, una larga sconfitta reca sempre in fondo all'articolo l'insinuazione del prossimo esonero e i nomi dei sostituti (anche senza avere avuto imbeccate certe). Un'espulsione o un'ammonizione in più per un giocatore in diffida, manda già all'erta i complottisti.
E i gesti tecnici sono usa e getta. Sono belli da rivedere e da consumare entro 4-5 ore da quando accadono, poi stop, e via al più redditizio vociare indistinto di giocatori, ex giocatori, espertoni e dirigenti fomentati da giornalisti con la bava alla bocca.
E l'amore verso il calcio si trasforma in una tensione continua, in un contrapporsi esasperato e nauseante.
Così è troppo. Siamo sommersi dalle chiacchiere.
Più campo, meno polemiche. Più gesti tecnici, meno interviste.
Magari si venderà qualche copia in meno, ma si crescerà una generazione più interessata al divertimento in campo, che all'odio, alle polemiche e alle contrapposizioni fuori dal rettangolo di gioco.
giovedì 2 ottobre 2014
IL DIFETTO DELL'ESPERIENZA
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| Immagine tratta da canalejuve.it e modificata su befunky.com |
La Juventus ha pensato troppo, la Roma ha giocato.
E' qui la differenza tra la sconfitta bianconera in casa dell'Atletico Madrid e il brillante pareggio esterno giallorosso con il Manchester City. La squadra di Allegri ha tenuto palla, in modo ridondante e con scopi prettamente difensivi. Come svelato dal mister livornese, è stata una mossa studiata per tenere lontani gli avversari e controllare meglio le loro ripartenze. La Roma ha cercato di proporre in Europa il proprio gioco, il proprio marchio di fabbrica.
La Juventus è stata impaurita, la Roma è stata sfrontata.
Un possesso della sfera del 61% ha prodotto zero tiri in porta, e si è costruita la partita sul timore della forza degli avversari. Così la Vecchia Signora ha snaturato un po' il suo essere dominante che caratterizza il suo triennale monologo in Italia. Stavolta era lei ad aver paura, e non gli avversari, come normalmente succede. La Roma, ritrovatasi in svantaggio dopo soli 4', ha macinato le sue classiche giocate, accettando, seppur in trasferta di mostrarsi a viso aperto.
La Juventus ha basato il suo gioco sugli altri, la Roma su se stessa.
L'Atletico Madrid campione della Liga e vicecampione della Champions è una squadra difficile da affrontare, scorbutica, fallosa, indemoniata. E la Juve ha pensato prima a limitare i pregi degli avversari piuttosto che a esaltare i propri. La Roma invece ha giocato come sa, nel tipico stile che le ha insegnato Garcia. E con la forza dei suoi schemi è andata a sorprendere un Manchester City che è apparso spesso in apprensione.
La Juve in Europa è stata troppo "italiana", la Roma più "europea".
Ha ragione Arrigo Sacchi quando fa notare ad Allegri come la Juventus sembrava esser entrata in campo per il pari. E la risposta di Max non è stata convincente, ammettendo di fatto di aver preparato la gara sul miglior modo di contenere i colchoneros. Non è abituata la Juve a scendere in campo per limitare gli altri, alla vecchia maniera "italiana", e si è visto. 0 tiri in porta e ha perso. La Roma, di contro, quando si trova di fronte una squadra che prova a giocarsi la partita e non a chiudersi in area a riccio, mostra ancor di più il suo bel calcio. E Gervinho diventa devastante. L'eterno Totti può inventare più liberamente, e Pjanic può creare gioco senza marcature soffocanti. In Europa, Atletico Madrid a parte, tutti giocano a viso aperto. Per questo la Roma in queste due partite del girone è apparsa scintillante. Come e più che in campionato.
E forse la Juve (e anche Allegri) ha avuto il limite dell'esperienza, di averne avute troppe deludenti in Europa negli ultimi anni, e la Roma il vantaggio dell'inesperienza, del non aver nulla da perdere. Anche da qui si può partire per spiegare il diverso atteggiamento delle due uniche big italiane nell'Europa che conta.
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giovedì 31 luglio 2014
INSEGUENDO LE TATTICHE DEGLI ALTRI
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| Immagine tratta da duoinfolle.wordpress.com e modificata su befunky.com |
Molto spesso si è detto che il limite europeo del Napoli di Mazzarri di qualche stagione fa, e della Juve di Conte, fosse la difesa a tre.
Troppo difensiva, troppo remissiva, spesso schierata a cinque in linea durante gli attacchi avversari.
Tutte le big europee erano a 4 dietro, messe in campo con il 4-3-3 o il 4-2-3-1.
E allora si consigliava di cambiare, di seguire la strada degli altri. In questa stagione anche un integralista del 3-5-2/3-5-1-1 come Walter Mazzarri nella sua Inter, ha messo in cantiere di giocare qualche partita con la difesa a 4, comprando calciatori adatti a questo schieramento. E così Allegri nella Juventus sta lavorando contemporaneamente sia sul "classico" 3-5-2 che sul 4-3-3.
Per rendere finalmente le nostre squadre più "europee" e ricalcare i moduli che vanno per la maggiore, soddisfacendo le richieste della critica nostrana.
Inseguendo gli altri, insomma.
Ma basta sfogliare qualche giornale o qualche sito estero per scoprire che...la tattica sta andando ancora dalla parte opposta a quella che stiamo pensando di seguire in Italia!
Mentre le nostre big puntano a giocare a 4 dietro per tornare competitive in Europa, dei santoni del calcio stanno provando la difesa a 3!
Louis Van Gaal e il Manchester United in primis. Dopo aver disputato gli europei con quella sorta di 3-5-2 con l'Olanda che tanto faceva storcere il naso ai critici olandesi (puristi del 4-3-3), sta riproponendo lo stesso schema al Manchester.
Pep Guardiola idem al Bayern. Dopo essersi costruito una reputazione sulla difesa a 4 e il tiki-taka, pare sperimentare in questa estate 2014 un 3-4-3/3-4-1-2 (a dire il vero provato anche in qualche gara alla fine della sua esperienza al Barça). Le collocazioni in campo dei calciatori sono come sempre "personali", alcuni siti tedeschi (fcbayerncentral.com) parlano di Lahm e Alaba nei 3 centrali di difesa, di Ribery e Gotze possibili interpreti nei due di centrocampo. Insomma si prevedono grosse novità anche dal fronte bavarese.
E per ultimo Luis Enrique: oggi il Mundo Deportivo apre con la bomba tattica che sta architettando per il suo Barcellona un 3-2-3-2, più barbaramente un 3-5-2 con ali molto offensive, al fine di schierare tutti i suoi talenti insieme in campo. In primis Neymar, Messi e Suarez, con Rakitic e Busquets coppia di mediana a coprire la difesa a 3, ma anche Pedro e Iniesta nel terzetto dietro le due punte. Insomma 3+2 dietro, e tutti gli altri avanti.
Tutto questo per dire, che se Manchester Utd, Bayern e Barcellona preparano la difesa a tre, evidentemente anche i nostri Conte e Mazzarri, che al 3-5-2 erano arrivati molto prima, non erano sulla strada sbagliata. Il problema forse non era tanto la tattica in sé. E ora, mentre i nostri pensano di tornare a 4 dietro, gli altri provano a 3, insomma: mentre il mondo calcistico va da una parte, noi andiamo costantemente dalla parte opposta! Allegri e Mazzarri, continuate a 3!
martedì 22 luglio 2014
INFORTUNI ALLEGRI
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| Immagine tratta da juventus.com e modificata su befunky.com |
Arriva Morata, strette di mano, frizzi e lazzi. Tutti felici, va in campo e...crac.
Rotto. Trauma distorsivo al ginocchio sinistro. In attesa di ulteriori esami, si parla già di 30-40 giorni di stop.
Sfortunato Allegri eh?
Uhm, Allegri. Già, anche al Milan un sacco di infortuni sotto la sua gestione.
Nel 2011/12 si contarono qualcosa come 71 degenti nell'infermeria rossonera. La colpa venne dirottata sullo sprint scudetto, molto stressante a livello fisico. Nel 2012/13 nelle primissime partite dell'anno salutarono la compagnia Pato e Robinho stirati ad agosto e Montolivo k.o. a settembre. E nella scorsa stagione? Ricordate il ritorno di Kakà? Esordio per 70' con il Toro e problema muscolare che lo tenne fuori un mese. A metà settembre il buon Max contava già 10 sventurati alla voce "infermeria".
Anche Seedorf, appena subentrato dichiarò di aver ereditato una squadra in "non buone condizioni fisiche".
Negli ultimi anni al Milan hanno avuto infortuni lunghi o fastidiose ricadute, un gran numero di calciatori: Boateng, Flamini, Pato, Robinho, Bonera, DeJong, Muntari, ElShaarawy, Silvestre, DeSciglio, Abate, Abbiati, Montolivo, Pazzini.
Acciacchi piuttosto pesanti e frequenti, a volte di natura muscolare, ma anche di natura traumatica, tutti capitati sotto la guida del mister livornese.
Arrivati nonostante la presenza del celebre "MilanLab", struttura che dovrebbe costantemente monitorare le condizioni dei calciatori e ridurre al minimo il rischio di infortuni.
Emblematica la sequenza di guai muscolari capitati a Pato, che passò in poco tempo dallo status di "ragazzo prodigio" a quello di "desaparecido".
E ora, alla Juventus, pronti via, e già Morata va k.o. dopo pochi allenamenti.
Possibile che sia solo sfortuna questa di Allegri o, a questo punto, ci sia qualcosa di errato nel modo di condurre la preparazione fisica (specie quella iniziale) da parte sua o del suo staff?
Molto spesso la maledizione degli infortuni è stata (paradossalmente) la salvezza del tecnico al Milan, un parafulmine con il quale difendersi dalle partenze a rilento in campionato, e dalle carenze di gioco degli ultimi tempi. Ma alla Juve non potrà e non dovrà essere così.
Sperando che il buongiorno non si veda dal mattino...
giovedì 17 luglio 2014
IL CUORE E L'AZIENDA
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| Immagine tratta da tuttosport.com e modificata su befunky.com |
In 24 ore si capovolge tutto. Da Conte a Max Allegri. Video su YouTube, conferenza stampa, primo allenamento. E via alla stagione della Juventus. Con Allegri.
E' un risveglio brusco quello dei tifosi della Vecchia Signora, ancora increduli per tempistiche e modalità d'addio del loro condottiero. Vaghe frasi quelle pronunciate da Conte, "sensazioni", "stimoli", niente di sufficientemente chiaro. Niente che potesse tramutare la conferma di metà maggio, nell'addio di mezzo luglio.
Ora Allegri. Max l'"aziendalista". Quello che restò al Milan dopo un 1° e un 2° posto, nonostante avesse perso tra cessioni milionarie, ritiri e svincoli improvvidi i vari Nesta, Thiago Silva, Zambrotta, Aquilani, Gattuso, Seedorf, Van Bommel, Cassano, Ibra, Inzaghi, Pato. Quello che non abbandonò la nave dopo che il Presidentissimo Silvio lo apostrofò con un simpatico "No el capisse un ca***", e galleggiò con uno spogliatoio in rivolta negli anni.
Max non chiede di blindare i suoi campioni, non chiede la Luna in fase di mercato. Fa il sarto con la stoffa che ha in casa. Ha i suoi punti di forza e i suoi contro.
Spesso ha inventato ruoli, come Boateng o Nocerino sulla trequarti, e ha lanciato per mezza stagione stellare El Shaarawy. Ha campato un girone intero con Niang titolare. Ha battuto pure 2-0 il Barcellona di Guardiola in Champions. L'arrivo di Balotelli ha coinciso con il suo definitivo tramonto al Milan, tattico e gestionale-professionale. Da quando SuperMario ha calcato i campi di Milanello, addio bel gioco. L' ingombrante presenza del suo classico equivoco tattico, ha mandato a monte qualsiasi idea di gioco (si cerchi negli annales una squadra che riesce a sviluppare un bel gioco d'attacco con Balotelli in campo).
Prima e dopo di lui al Milan solo gente che non aveva mai allenato (Leonardo, Seedorf, Inzaghi).
Il contro maggiore di Allegri è stato il rapporto, pessimo e conflittuale, con i Grandi Vecchi dello spogliatoio rossonero, più volte emerso in libri, interviste e dichiarazioni ufficiali e ufficiose. Che nell'estate 2012 abbandonarono il Diavolo in massa. Gli stessi con cui, però, vinse anche uno Scudetto all'esordio.
Max è chiara espressione dell'azienda Juventus. Di gestori (Agnelli e Marotta) che cercavano un profilo non troppo esigente, diverso da Conte, che non creasse troppe aspettative nei tifosi e che fosse un tassello, una costola filo-dirigenziale. Non deve piacere a tutti, ma vincere.
Conte era il cuore bianconero, era quello che si schierava strenuamente contro le cessioni dei suoi gioielli, quello che voleva sempre alzare l'asticella della competizione, quello che lo Scudetto non bastava, quello dei 102 punti. Quello che in questa lista della spesa per cambiare modulo in un 4-3-3 aveva inserito nomi come DiMaria, Sanchez, Iturbe.
Max è quello che quando arriva fa aprire i giornali su Candreva, Savic, Astori e Pastore, tanto per intenderci.
lunedì 12 maggio 2014
MILAN CRISIS
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I problemi dei rossoneri, l'avevamo già detto in passato, erano nati in estate, con un mercato poco convincente, e soprattutto un'intesa sempre meno salda tra allenatore e società, che in alcuni momenti sembravano davvero andare in direzioni opposte. Hanno pesato due addii illustri, uno per la parte tattica, l'altro per quella emotiva, non meno trascurabile: parliamo della cessione di Boateng e della rinuncia al rinnovo di Ambrosini. Il primo, ancora giovane e molto dotato tecnicamente, resta uno dei migliori centrocampisti milanisti degli ultimi anni, è stato fondamentale per lo scudetto e ha rappresentato più di ogni altro l'idea del giocatore voluto da Allegri, un mix di estro, tecnica e incisività. Il vecchio Ambro, seppur in calo evidente e bersagliato ancora dagli infortuni che hanno fatto sempre parte della sua carriera, era l'ultimo vero simbolo del glorioso spogliatoio del passato, di quel nucleo storico e indomabile che riusciva a superare anche i momenti più difficili e rinascere dalle sue ceneri; la sua assenza in gruppo ha pesato più di quanto si possa pensare, perché nei momenti decisivi la presenza di un leader come lui sarebbe stata necessaria per tenere unita la squadra e guidarla nella stessa direzione. Al contempo, la campagna acquisti ha lasciato molti dubbi, con la difesa rimasta praticamente inalterata, il centrocampo rimpolpato dal solo Poli (una delle note più liete, a conti fatti), e un attacco che con il ritorno di Kakà e l'acquisto di Matri, forse l'unico vero giocatore voluto da Allegri nonostante il pessimo rendimento, ha avuto problemi di sovrabbondanza senza per questo dare garanzie di affidabilità.
Nella bufera scatenata dal pessimo inizio di campionato, l'anno scorso era emersa con prepotenza la cresta di El Shaarawy a indicare una possibile soluzione, anche tattica, ad un Allegri in difficoltà e a dare in qualche modo il via alla risalita in campionato. Stavolta, anche complici i continui infortuni del giovane Faraone, nessun eroe a sorpresa si è offerto come scudo e sostegno all'allenatore, con Balotelli molto al di sotto delle attese e il solo Kakà, pure impeccabile per impegno e amore della maglia, insufficiente al suo attuale livello per cambiare le cose. Con la crescita esponenziale delle dirette concorrenti, Roma e Napoli su tutte, per questo Milan non c'è stata davvero speranza. Il mercato di gennaio ha messo qualche pezza ai tanti buchi del gruppo, in particolare Rami e Taarabt hanno dato qualcosa in più alla squadra, ma al contempo sono arrivati oggetti misteriosi come Honda e Essien, fantasmi abulici e fuori luogo rispetto ai campioni che erano apparsi in passato. La soluzione logica ed estrema per uscire dalla crisi, ad un certo punto, è stato l'addio ad Allegri, con il ricorso ad una vecchia gloria come Seedorf, che dalla sua non ha però l'esperienza (e sicuramente non ha avuto il giusto sostegno) per rimettere insieme i cocci di un vaso andato in troppi frantumi. Lui ci ha sicuramente messo del suo, ma la verità è un'altra: al Milan mancano le certezze a partire dalla società, che mai come adesso appare con pochissime idee per il futuro. Il dualismo Galliani-Barbara Berlusconi, l'addio ad Ariedo Braida, le troppe esternazioni negative del patron Berlusconi e dello stesso Galliani, sono tutte cose mai viste fino ad ora in casa rossonera.
Ora che l'Europa è appesa ad un filo più che sottile, con un sesto posto che porterebbe soldi ma costringerebbe il Milan a iniziare l'anno prestissimo e a partecipare ad un'Europa League che, in realtà, quasi nessuno vuole, bisogna davvero ripartire da 0 e cercare di ricostruire il più possibile dalle macerie di questo disastro. Kakà può essere il nuovo leader emotivo, più di un Montolivo che non convince come capitano, gente come i Constant o i Robinho devono essere mandati a casa, forse anche il sacrificio di un Balotelli mai davvero amato può essere necessario per ricostruire la rosa e portare in casa gli uomini giusti per ripartire. Ma la prima mossa dev'essere quella relativa al tecnico: si tratti di Montella, Spalletti, Inzaghi o dello stesso Seedorf, conterà soprattutto l'appoggio incondizionato della società, nelle scelte di mercato come in quelle tattiche. I cicli possono terminare e ricominciare in pochissimo tempo, il calcio italiano è pieno di esempi in questo senso, non ultimo la Juve tricampione d'Italia e sonoramente sbeffeggiata appena tre estati fa. Ci vorranno pazienza e idee chiare, ma soprattutto ci vorrano lo spirito di sacrificio, la pazienza e la volontà che hanno reso il Milan una delle squadre più importanti d'Italia e del Mondo.
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sabato 31 agosto 2013
MILAN REVOLUTION
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| Immagine tratta da corrieredellasera.it |
Se oggi Boateng è diventato un giocatore tanto richiesto e appetibile a livello mondiale, il merito va sicuramente al tecnico toscano, che è riuscito a trasformarlo in poco tempo in un'arma tattica fondamentale, e ad esaltare tutte le sue doti. Arrivato quasi per caso a Milano, grazie alla collaborazione con il Genoa di Preziosi, Prince in poco tempo è diventato una pedina sempre più importante nello scacchiere rossonero, con Allegri bravissimo a valorizzarlo nel ruolo di trequartista dietro le due punte. La sua esplosione ha consentito al Milan di rinunciare a un giocatore ritenuto fino ad allora incedibile come Ronaldinho, ed è stata la base per la vittoria del Campionato 2011 e per i nuovi sogni di gloria europea della compagine italiana. E' vero che negli ultimi tempi l'apporto di Boateng alla causa rossonera era un po' diminuito, anche a causa dei molti infortuni e del cambio di modulo che lo ha costretto di volta in volta ad arretrare fra i tre di centrocampo o ad allargarsi come esterno d'attacco. L'inizio di questa stagione però era stato più che promettente, con i due gol nella sfida decisiva al PSV che sono valsi la Champions (e relativo introito economico) al Milan, e soprattutto nel suo nuovo ruolo di esterno sembrava molto ben integrato con Balotelli ed El Shaarawy, quindi nulla faceva pensare ad una sua partenza. Soprattutto, non convince il modo in cui la dirigenza rossonera si sta muovendo sul mercato per rimpiazzare il prima possibile il vuoto lasciato dal ghanese di origine tedesca.
La prima mossa è stata l'acquisto di Alessandro Matri, un vecchio pallino del mister Allegri, ma il suo arrivo ha lasciato piuttosto perplessi, perché ricopre un ruolo completamente diverso da quello di Boateng. E' una prima punta di peso, e nel suo ruolo si troverà davanti la concorrenza spietata di Balotelli e Pazzini, che nella scorsa stagione hanno fatto più che bene quando chiamati in causa. Avere tre attaccanti fisici e da area di rigore in una squadra che si è abituata a giocare con un solo vero centravanti sembra poco logico, a meno che non si intenda cambiare nuovamente modulo e tornare al vecchio 4-3-1-2, marchio di fabbrica del tecnico toscano. In quel caso, però, anche adattando Balotelli a fare la seconda punta, la scelta ricadrebbe su uno tra El Shaarawy, Pazzini, Matri, Robinho e Niang. Sei giocatori diversi, anche per ricoprire tre ruoli in attacco, più che un vantaggio sembrano uno spreco. Poco convincente è anche la seconda mossa di Galliani, che sembra stia forzando la mano per arrivare subito al giapponese Honda, desiderio di questo mercato del Milan, ma contemporaneamente si è mosso con decisione per un clamoroso ritorno, quello di Kakà. Si è parlato di una soluzione temporanea: visto che il CSKA, squadra in cui gioca Honda, non vuole liberarlo prima di gennaio, il brasiliano sarebbe una sorta di rimpiazzo per questa prima parte di stagione, per poi lasciare nuovamente Milano, destinazione Stati Uniti, a inizio anno nuovo. Anche in questo caso, i dubbi sono prima di tutto di natura tattica, perché il livello tecnico di Kakà, o almeno del Kakà ammirato per molti anni a San Siro, è fuori discussione. Bisogna sempre ricordare, però, che il brasiliano viene da quattro anni complicati a Madrid, con gli infortuni a frenarlo all'inizio, e l'ostilità di Mourinho a relegarlo spesso in panchina in seguito. Ha 31 anni, cinque in più di Boateng, e soprattutto è meno duttile come ruoli, adattandosi a fatica a fare l'esterno d'attacco. Un suo arrivo lo costringerebbe a giocare in una posizione non sua, oppure obbligherebbe Allegri a cambiare nuovamente modulo, con tutte le difficoltà già citate prima. C'è anche il precedente poco fortunato del cavallo di ritorno Shevchenko, riapparso a Milano nel 2008-09 come l'ombra del campione ammirato in precedenza. Le premesse insomma non sono delle migliori. Anche Honda lascia molti dubbi, visto che il campionato russo è sicuramente inferiore come livello alla nostra Serie A, nonostante i milioni investiti di recente dai magnati sovietici. Inoltre, se il giapponese parteciperà alla fase a gironi di Champions con il CSKA diventerà inutilizzabile a torneo in corso in caso di passaggio al Milan, e questo toglierebbe un giocatore per le sfide decisive da febbraio in poi.
I dubbi sono tanti, e a meno che non ci sia dietro qualche piano segreto del mago del mercato Galliani si fa fatica davvero a star dietro ai ragionamenti del Milan. Verrebbe quasi da pensare che, anche alla luce dello sfogo di Allegri subito dopo il preliminare, qualcosa possa essersi incrinato tra il tecnico toscano e la dirigenza, e che le due parti non remino nella stessa direzione. Boateng, come detto, era uno dei punti di forza del primo Milan allegriano, una delle sue scommesse più azzeccate e vincenti. Cedere lui significa mandare via uno dei fedelissimi del mister, e smontare in maniera praticamente definitiva la squadra che solo due anni fa vinceva il suo diciottesimo titolo. Dei titolari di quel gruppo sono rimasti il portiere Abbiati, il difensore Abate, che a gennaio sembrava destinato a trasferirsi in Russia, e Robinho, anche lui in partenza da oltre un anno e sempre trattenuto, oltre alle riserve Bonera, Antonini, Amelia ed Emanuelson. L'ossatura portante di quella squadra, tra cessioni per questioni di budget e addii a tanti alfieri di lungo corso, anche il modulo è stato cambiato per fronteggiare le necessità tecniche della nuova rosa messa in mano ad Allegri. Il Milan appare in continua evoluzione, e nonostante tutti gli sforzi è molto lontano dalla squadra forte e temibile ammirata appena due anni fa. Difesa e centrocampo sembrano decisamente più deboli, la coppia Zapata-Mexes alterna buone prestazioni a momenti di preoccupante blackout, in mezzo il solo Poli non basta a rinforzare una mediana con tanti giocatori di corsa e poca qualità. Forse è lì squadra che bisognerebbe provvedere sul mercato, anziché pensare al reparto avanzato. Attacco a parte, si ha ancora la sensazione di una squadra incompleta, in cerca di una identità precisa e soggetta a nuove possibili variazioni a stagione in corso. Il primo obiettivo, la qualificazione al girone di Champions, è stato raggiunto, ma in compenso il campionato è partito con il piede sbagliato, e vista la concorrenza ripetere la miracolosa rimonta con terzo posto finale dello scorso anno sarà sempre più difficile senza rinforzi adeguati. A meno che non si decida, come l'anno scorso, di affidarsi temporaneamente all'abilità tattica e alle scelte vincenti di Allegri, almeno fino a gennaio, quando San Adriano (Galliani) potrebbe riuscire a strappare qualche altro giocatore di livello con prezzi più consoni alle casse del Milan attuale.
Per il momento, l'unica cosa certa è che non si potrà più assistere al moonwalk della festa scudetto 2011, al gran gol contro il Barcellona e alla tripletta di Lecce della stagione successiva, alle capriole e all'esultanza rabbiosa che aveva reso Boateng un idolo di San Siro. Allegri e il Milan perdono un altro simbolo e un giocatore dalle indubbie qualità, vedremo se anche questo sacrificio sarà compensato a dovere, dal mercato o dalla tattica.
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mercoledì 13 marzo 2013
LA FINE DEL SOGNO
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| Immagine tratta da sportlive.it |
Tutto offensivo l'undici del Barça, con Villa preferito a Sanchez in attacco e Mascherano in difesa al posto di capitan Puyol, leggera e quasi obbligata la formazione milanista, con Niang centravanti per l'infortunato Pazzini, Flamini preferito a Muntari in mediana e Constant a sinistra al posto di De Sciglio. I ragazzi di Allegri sono sembrati quasi impreparati all'impeto prepotente e al pressing asfissiante della formazione di Vilanova e Roura, nonostante i ripetuti annunci di giocatori e stampa locale che questa sarebbe stata per loro la partita della vita; squadra corta ma non abbastanza, incapace di chiudere in maniera adeguata sui rapidissimi fraseggi dei palleggiatori blaugrana e soprattutto disattenta nelle ripartenze, con troppi palloni sanguinosi persi appena al limite dell'area. Si capisce subito che la gara di San Siro è stata ampiamente dimenticata dal Barcellona: un solo tiro in porta in tutta la partita allora, due nei primissimi minuti ieri sera. Il secondo è letale, perché Messi risponde alle critiche con una giocata da campione, un sinistro piazzato e preciso che trova il pertugio giusto e fredda Abbiati; sono passati appena cinque minuti, la gara è già sbloccata, e adesso è tutta in salita.
Il pubblico carica ancora di più la squadra, il Milan subisce il colpo e fatica letteralmente a tenere il pallone, i catalani ringhiano sulle caviglie dei portatori di palla e continuano ad attaccare. El Shaarawy prova ad approfittare di una delle poche ripartenze buone, ma con il controllo si allarga troppo il pallone e lo calcia debolmente tra le braccia di Valdes. Ben altra cosa è il Barcellona, che ha un'altra grande occasione con Iniesta e Messi: il primo costringe Abbiati a respingere il suo destro sul palo, il secondo di testa non trova la porta sulla respinta. Anche Xavi, che amministra con sapienza ogni pallone blaugrana, prova a segnare da fuori, e il portiere rossonero risponde ancora presente. Passati i primi venti minuti di fuoco, la partita sembra calmarsi un po', ma il Barcellona continua a tenere un esasperato possesso palla, il Milan prende un po' di coraggio ma non riesce proprio ad imbastire azioni valide per impensierire la porta avversaria. Un gol cambierebbe tutto, da una parte e dall'altra, e così ecco che nel giro di due minuti avvengono gli episodi che in definitiva indirizzano la sfida. Clamoroso svarione difensivo dei catalani, Niang brucia sullo scatto Mascherano e si presenta solo davanti a Valdes, con la porta spalancata; è l'occasione della vita, ma purtroppo il giovane francese non ha la freddezza necessaria e allarga il tiro quel tanto che basta da mandare il pallone sul palo anziché in rete. Sul capovolgimento di fronte, Ambrosini si fa rubare palla a centrocampo da Iniesta, che subito verticalizza per Messi, rapido a controllare e battere a rete di sinistro, sorprendendo Abbiati che non vede partire il tiro. Dal possibile 1-1, si passa al 2-0 che di fatto annulla il risultato dell'andata e si rivela un'ulteriore doccia fredda per i rossoneri.
La ripresa ricomincia dove era finita, con Messi che quando ha la palla tra i piedi sembra inarrestabile, ma per fortuna stavolta calcia debolmente. Gli avanti del Milan non riescono proprio a tenere un pallone, il pressing blaugrana impedisce ai rossoneri di ragionare, Dani Alves fa il bello e il cattivo tempo dalla parte di Constant, e la reazione tanto sperata dopo l'intervallo non si vede. Il Barça insomma sembra giocare sul velluto, va al doppio della velocità degli avversari, e soprattutto è cinico a sfruttare ogni minimo errore in fase di ripartenza dei rossoneri. Al decimo, è l'ennesima palla persa a regalare il terzo gol agli spagnoli: Xavi riconquista la sfera e lancia nello spazio Villa, Constant è in ritardo e manca la chiusura, e per il Guaje è un gioco da ragazzi aprire il sinistro e battere Abbiati. Ora il Barcellona è qualificato, al Milan il gol serve come il pane, ma la reazione è ancora una volta sterile, e l'inserimento di uno svogliato Robinho per lo sciagurato Niang e di Muntari per un Ambrosini in debito d'ossigeno non cambia le cose. Messi cerca un altro gol da cineteca con un gran sinistro da fuori, alto sulla traversa, Allegri prova a scuotere i suoi senza successo, inserisce anche un altra punta, l'ex tutt'altro che rimpianto Bojan, per un confusionario Flamini, ma le occasioni continuano a mancare. I catalani provano ad addormentare la partita rallentando il ritmo con il loro palleggio, i cambi di Roura sono chiaramente difensivi, soprattutto l'ingresso dell'esterno difensivo Adriano per quello offensivo Pedro (prima erano entrati Sanchez e il capitano Puyol per Villa e Mascherano). Una buona occasione è per Robinho, che taglia bene in area e batte a rete da buona posizione, ma Jordi Alba si immola sul suo tiro e il Barcellona si salva ancora. E' l'ultimo guizzo rossonero, gli altri attacchi si rivelano sterili, e in pieno recupero arriva anche il poker, con un rapido contropiede Messi-Sanchez-Alba, che batte Abbiati da pochi passi e scatena la festa.
Inutile gettare la croce addosso sul povero Niang, che ha davvero avuto sui piedi il pallone che poteva valere i quarti, o maledire Portanova per aver azzoppato Pazzini, che con la sua abilità nel far salire la squadra sarebbe stato utilissimo ieri, o ancora chiedere ad Allegri perché escludere il super Muntari dell'andata per un duo Flamini-Ambrosini decisamente inadeguato alla sfida. E' mancata la testa, è mancata la grinta, è mancata la concentrazione per ripetere quanto fatto all'andata, ed è anche mancata un po' di fortuna. Il Barcellona che sembrava in crisi si è ritrovato in una sera, Messi ha ricordato a tutti che i quattro Palloni d'Oro consecutivi non sono casuali, Xavi e Iniesta hanno dimostrato ancora quanto siano abili con il pallone tra i piedi. Il sogno è finito, al Milan resta solo il campionato per completare la sua incredibile rimonta, con la speranza di ottenere il piazzamento Champions e poter schierare anche Balotelli l'anno prossimo. Magari, pregando di non incontrare ancora questo Barcellona.
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lunedì 24 settembre 2012
PAGELLARIO SERIE A: QUARTA GIORNATA
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| Immagine tratta da goal.com |
I MIGLIORI
Fabio Quagliarella: Passare in pochi giorni da quinta punta della rosa ad attaccante titolare e decisivo della squadra: è proprio quello che è successo al centravanti della Juventus, che dopo il gol al Chelsea si è ripetuto sabato con la doppietta che ha steso il Chievo. Dato per partente in estate, poco considerato da Conte e Carrera, teoricamente chiuso dai vari Giovinco, Vucinic e Matri e dal nuovo arrivato Bendtner, Fabio alla fine è rimasto a Torino e ha deciso di giocarsi le sue carte sul campo. Chiamato in causa, ha risposto a modo suo, ovvero con due gol da campione, tanto movimento e una presenza costante in fase d'attacco, il che sicuramente gli ha fatto guadagnare punti nelle gerarchie della squadra. Chissà che il top player tanto cercato dalla Juve, alla fine, non possa essere proprio lui...Voto 8.
Ivan Pelizzoli: Essere chiamato in causa all'improvviso e diventare il protagonista della giornata con una sola parata, ma decisiva. Il rigore neutralizzato nella trasferta del Pescara a Bologna, oltre a regalare il primo punto del torneo agli abruzzesi, riporta tra i protagonisti una ex promessa del calcio italiano, considerato a inizio carriera un portiere molto promettente. Poi, per Pelizzoli era iniziato un lento ma inesorabile declino, che ormai l'aveva trasformato in una riserva d'esperienza, utile più a scaldare la panchina che a compiere parate in campo. Oggi ha avuto la sua grande chance e l'ha sfruttata, entrando a freddo dopo l'espulsione del collega Perin e respingendo il tiro dal dischetto di Diamanti. Nella prossima partita sarà ancora titolare, e chissà che un'altra buona prestazione non gli possa valere una conferma tra i pali anche per il resto della stagione. Voto 7,5.
Mathias Ranegie: Quando è stato acquistato dall'Udinese, nelle ultime ore del mercato estivo, in tanti hanno pensato a lui come ad uno dei tanti stranieri semisconosciuti che arrivano in serie A, giocano un paio di spezzoni di partita e vengono presto rispediti a casa, senza lasciare traccia. Invece questo ragazzo svedese di origine guadalupense ha dimostrato di poter essere un buon attaccante anche in Italia, dopo il buon numero di reti realizzate in patria nelle ultime stagioni. Non più giovanissimo visti i suoi ventotto anni compiuti, Ranegie è esploso piuttosto tardi come realizzatore, ma in questa settimana ha fatto vedere le sue qualità e si è candidato a giocarsi un ruolo da titolare con le altre punte della rosa. Ieri contro il Milan ha realizzato un gol da opportunista e si è procurato il rigore che ha deciso la sfida, meritandosi gli applausi del Friuli. Qualcuno ha azzardato un paragone piuttosto improbabile con il suo illustre connazionale Ibrahimovic, a lui va già bene non essere avvicinato a Goitom, un altro svedese che non ha lasciato un gran ricordo dalle parti di Udine. Voto 7,5.
Gianluca Pegolo: Parlando di portieri che sembravano avviati ad una brillante carriera ma non sono mai esplosi davvero, merita senza dubbio una citazione l'estremo difensore del Siena. Considerato una grande promessa quando era a Verona, questo portiere sembrava aver perso l'occasione dopo tanti anni trascorsi in serie B senza mai compiere il vero salto di qualità. In Toscana era arrivato per fare la riserva, ma il buon girone di ritorno disputato lo scorso anno gli è valso una maglia da titolare in questa stagione, e lui sta rispondendo bene. Ieri a San Siro ha letteralmente stregato gli attaccanti dell'Inter, compiendo alcune parate importantissime e decisive per la vittoria della sua squadra. La strada per la salvezza è ancora durissima, anche a causa della penalizzazione per il calcio-scommesse, ma Pegolo e il Siena hanno dimostrato di esserci e di voler lottare fino alla fine. Voto 8.
I PEGGIORI
Stevan Jovetic: Per una volta, dopo un inizio di stagione scoppiettante e in grande spolvero, il giovane talento montenegrino finisce dietro la lavagna dei cattivi. A Parma è scesa in campo la brutta copia del talento viola, che in tutta la partita non è mai riuscito a lasciare il segno con una giocata degna di nota. Per di più, sul suo giudizio pesa l'errore commesso dal dischetto, quando si è fatto respingere da Mirante il rigore che avrebbe di certo chiuso la partita, tirando male e senza la giusta convinzione. Risultato: in pieno recupero il Parma ha trovato il pareggio e ha tolto due punti che sembravano ormai certi alla Fiorentina. Una giornata storta può capitare a tutti, martedì ci sarà la grande sfida contro la Juventus per reagire subito e dimostrare che questa squadra ha i numeri e il talento per essere la vera rivelazione di questa stagione. Voto 4,5.
Massimo Cellino: Per una volta, siamo costretti a dare un brutto voto al protagonista di una partita che non è stata nemmeno disputata. La querelle del presidente del Cagliari con la Federcalcio sta diventando una vicenda grottesca, a tratti ridicola, visto che il problema dello stadio nel capoluogo sardo è una questione che già da molti anni andava risolta. Dopo l'ennesimo intervento della Prefettura, che obbligava i sardi a disputare la loro seconda partita casalinga consecutiva a porte chiuse, Cellino ha deciso di rifiutarsi di obbedire, invitando i tifosi di casa a recarsi ugualmente allo stadio. Così, lo stesso Prefetto si è visto costretto a rinviare la sfida per evitare disordini, e adesso il Cagliari rischia anche la sconfitta a tavolino e una penalizzazione. Capiamo la rabbia di Cellino per questa situazione paradossale, ma sfidare la FIGC in questo modo e prendere tanto alla leggera la sicurezza delle persone ci sembra una mossa davvero sconsiderata. Speriamo che per la prossima sfida interna con il Pescara tutto sia finalmente a posto. Voto 3.
Kamil Glik: Domenica a dir poco difficile per il roccioso difensore polacco del Toro, che probabilmente cercherà di dimenticarsi della sfida contro la Sampdoria al più presto. Sarà stato l'orario insolito della partita, disputata alle dodici e mezza, sarà stata semplicemente una giornata storta, fatto sta che il povero Kamil non ne ha indovinata neanche una. Nel primo tempo ha perso un banalissimo pallone mentre era ultimo uomo, e solo una prodezza del portiere Gillet ha impedito il peggio. Nella ripresa poi, con la squadra in vantaggio, Glik ha pensato bene di stendere in area Eder e provocare il rigore del pareggio avversario. Insomma, una partita davvero insufficiente per lui, che già normalmente fatica a mettersi in mostra visto che gioca in coppia con un fenomeno come Ogbonna. Mercoledì a Torino arriverà l'Udinese, e tutti sperano che il polacco non ripeta la prestazione di ieri. Voto 5.
Le due milanesi: Vedere le due tifoserie che esultavano più per i gol di Udinese e Siena che per la prestazione delle rispettive squadre fa un po' tristezza. Abituata a dominare il calcio negli ultimi anni, prima con i nerazzurri e recentemente con i rossoneri, quest'anno Milano rischia davvero di rimanere a bocca asciutta. Due squadre con problemi piuttosto evidenti e con tanti dubbi ancora irrisolti: quella di Stramaccioni cerca il modulo e gli uomini giusti e un po' di concretezza in più sotto porta, quella di Allegri ha bisogno di nuove idee e grinta per non far rimpiangere le partenze illustri dell'estate e restare grande. Una brutta domenica per entrambe le squadre meneghine, e non basta parlare di "maledizione San Siro" o di cattiva sorte per nascondere la realtà dei fatti: servono tempo e lavoro per rendere nuovamente competitive queste due formazioni, così diverse eppure così uguali in questi momenti di difficoltà. Insomma, come ha fatto giustamente notare qualcuno, se Atene piange Sparta di certo non ride. Voto 4.
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martedì 21 agosto 2012
CASSANO-PAZZINI: A CHI CONVIENE?
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Partiamo dal Milan. I rossoneri sono reduci da una stagione al di sotto delle aspettative, dopo le premesse di un grande ritorno tra le grandi d'Europa; tra infortuni a ripetizione, qualche evidente lacuna nell'organico e un mercato di gennaio che, anziché Tevez, ha portato Mesbah e Muntari, la squadra di Allegri si è vista sfuggire una dopo l'altra Champions, Coppa Italia e Campionato, e l'allenatore che sembrava sul punto di aprire un ciclo si trova improvvisamente in discussione. Il mercato attuale, più che un rinnovamento, sembra più che altro una sorta di piccola smobilitazione: affari solo in prestito o con giocatori a parametro zero, e tante cessioni illustri. Via Ibra e Thiago Silva in direzione Paris Saint Germain, addio a tante vecchie glorie, Gattuso, Nesta, Seedorf e Inzaghi su tutti, ma anche Zambrotta, Oddo e Van Bommel, giocatori come Aquilani e Maxi Lopez non confermati; di contro ben pochi arrivi, Acerbi in comproprietà, Constant e Zapata in prestito, Montolivo e Traoré a costo zero, con una rosa che appare nettamente impoverita in difesa e in attacco. In nome del tanto decantato "fair play finanziario", il Milan sembra aver puntato soprattutto a fare cassa, risparmiare il più possibile sugli ingaggi e trascorrere una stagione di transizione, per far crescere qualche giovane elemento e gettare le basi per un nuovo gruppo vincente, magari aggiungendo qualche altro campione a gennaio.
In quest'ottica, il malumore di Cassano per la partenza di tanti campioni sembra piuttosto evidente. Il barese è arrivato in rossonero per vincere tutto il possibile, ha una gran fame di campo dopo i problemi dello scorso anno, e vuole un gruppo competitivo, perché sa che la sua carriera volge alla fine e non avrà più molte chance di successo. Inoltre, avendo compiuto trent'anni a luglio, non può ricevere il rinnovo pluriennale che chiedeva, perché il Milan da sempre offre ai giocatori ultratrentenni un rinnovo annuale. Allegri ha più volte chiesto una prima punta di fisico, come Matri che ben conosce, perché Pato non ha dato sufficienti garanzie negli ultimi due anni, e Cassano, Robinho ed El Shaarawy non hanno le caratteristiche che piacciono a lui. La società, a questo punto, è disposta a rinunciare ad un altro contratto oneroso, cedendo l'attaccante più anziano della rosa e un giocatore scontento e poco motivato, Cassano appunto, per arrivare a quella punta che il mister chiede, e che ha proprio le caratteristiche di Pazzini.
Passiamo all'Inter. Anche i nerazzurri sono reduci da una stagione poco positiva, ancor più deludente di quella dei "cugini", visto che per la prima volta dopo 10 anni non disputeranno la Champions. Il periodo della grande incertezza in panchina successiva all'addio a Mourinho, con l'alternarsi dei vari Benitez, Leonardo, Gasperini e Ranieri, sembra finalmente conclusa con la fiducia al giovane Stramaccioni, autore di un finale di stagione convincente e ben visto da dirigenza e spogliatoio. Ringiovanire è la parola d'ordine che riguarda anche il resto della squadra: addio ad alcuni protagonisti della vecchia guardia, con nuovi campioni motivati e desiderosi di vittorie pronti a prendere il loro posto. Lasciati andare i flop dello scorso anno Forlan, Zarate e Palombo, salutati l'eterno Orlandoni, l'amato Cordoba e il "traditore" Lucio, i nerazzurri hanno aggiunto alla rosa pedine importanti come Handanovic, Silvestre, Mudingayi e Palacio, oltre a riscattare Guarin e confermare la fiducia al giovane Coutinho. Il rinnovamento sembra a buon punto, l'assenza dal grande palcoscenico della Champions può servire per concentrarsi sul campionato e dare esperienza a questo gruppo nuovo, su cui costruire un futuro di nuovi successi. Con un altro paio di cessioni importanti, come quella di Julio Cesar o di Maicon, e qualche altro tassello (De Jong?) a centrocampo, la squadra sembra quella che vuole Stramaccioni.
In questa situazione, Pazzini ha già capito di non essere più al centro del progetto del giovane allenatore, che punta spesso su un solo centravanti supportato da due-tre giocatori tecnici alle sue spalle; il prescelto per questo ruolo è chiaramente Milito, e il Pazzo a ventotto anni non può più permettersi di fare la riserva, si è già giocato l'Europeo per questo. In questa Inter, lui non ha più spazio, mentre nel Milan tutto l'attacco ruoterebbe intorno a lui, e quindi potrebbe finalmente ritagliarsi quel ruolo da protagonista che sta cercando per rilanciarsi. Via un giocatore scontento e non indispensabile, dunque, dentro un altro tipo di attaccante, meno fisico ma più tecnico, utile per dare qualità e fantasia all'attacco e completare il reparto con Sneijder, Coutinho, Palacio e Alvarez. Cassano da questo punto di vista è un giocatore che può far bene nell'Inter, anche grazie alle sue motivazioni, ma restano dei dubbi sulla sua tenuta fisica e sull'equilibrio della squadra, che con troppi giocatori offensivi rischia di scoprirsi troppo in difesa; l'innesto di un ulteriore giocatore come De Jong, un lottatore che corre e copre in tutto il campo, sembra proprio dettato da questo bisogno di maggiore copertura a centrocampo.
In sintesi dunque, chi ci guadagna di più da questo scambio? In teoria, il Milan anche se di poco, perché come detto prende il tipo di giocatore ritenuto indispensabile dal suo allenatore e si libera di un contratto oneroso e di un atleta che sembra aver già dato il meglio di sé. Occhio però alla voglia di Fantantonio, che con la maglia nerazzurra ha sempre sognato di giocarci e per questo potrebbe smentire tutti, contribuendo a riportare in alto l'Inter con la sua classe e i suoi preziosi passaggi sotto porta. In realtà, sarà come sempre il campionato il vero giudice di queste trattative e di queste scelte, per cui mettiamoci comodi e aspettiamo di vedere chi dei due ex-gemelli del gol saprà stupirci di più.
martedì 15 maggio 2012
VIA l'IBRA per PATO...
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| immagine tratta da affaritaliani.libero.it |
In questi giorni si vocifera di un clamoroso addio di Zlatan Ibrahimovic dalla corte di Silvio Berlusconi, e io dico: che problema c'è ? Forse è la volta buona che il Milan inizi un progetto di squadra, un progetto senza lanci lunghi e con un gioco fluido e veloce (SimilJuve) con gente giovane che deve dare ancora tutto quello che ha come Boateng, El Sharaawy e Pato.
Insomma non è poi così una cessione sofferta, se dovesse veramente partire.
Ibrahimovic si è preso l'anno scorso i meriti di uno scudetto sul quale senza dubbio ad inizio stagione ha contribuito fortemente, ma sul quale, tutto sommato, alla fine ha solo partecipato.
Non dimentichiamo che un certo Kevin Prince Boateng correva anche per lui e che il sig. Pato fece gli stessi gol di Ibra e Robinho senza rigori. Inoltre l'Ibrahimovic di febbraio in genere dovrebbe giocare solamente nei campi Uisp.
Senza dubbio è arrivata la sua ora, la possibile partenza dello svedese dà finalmente il via libera al Papero che, sicuramente, dal prossimo ritiro sarà il re di Milanello e non più il ranocchio strapPATO!
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