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mercoledì 10 settembre 2014

FAME, ZAZA E FANTOZZI

Immagine tratta da twitter.com e modificata su befunky.com
Non si subiva gol da due partite di fila da un anno. Non si vincevano due gare in sequenza da un anno. E' questo il biglietto di presentazione di Conte in Nazionale. 
Un doppio 2-0 con Olanda e Norvegia. Qualificazioni all'Europeo iniziate con il piede giusto.
La Nazionale messa ieri in campo è stata la nazionale della fame e non della fama. 
Ranocchia, Astori, Darmian, Florenzi, Giaccherini, DeSciglio, Immobile, Zaza hanno tutti questa caratteristica. Magari sono poco reclamizzati, ma in campo stanno dando il 110%.
Tecnicamente non è stata una grande Italia. A un certo punto, a inizio ripresa diciamo, si notava che mancava qualche piedino un po' più educato della media per i passaggi e gli stop.
Ma si è sopperito con Conte. Scacchiera tattica perfetta. La Norvegia non ha mai tirato in porta, la squadra si è chiusa benissimo. Difesa perfetta. Azzurri aggressivi, di corsa, di lotta.
Gli undici in campo hanno dato l'anima, e ognuno di loro nelle interviste ha sottolineato il merito dell'allenatore. Ponendo come punto di rottura con il passato l'"entrare in campo e sapere esattamente cosa fare". 
Questo era evidente, ogni giocatore aveva il suo compito, chiaro, in fase di possesso e in quella di non possesso.
Belli i movimenti di Zaza e Immobile, i veli, i suggerimenti, tutte mosse simil-Juve provate e riprovate allo sfinimento. 
Son sembrati due giocatoroni. Zaza in particolare, senza proclami e a testa bassa, ha sciorinato un repertorio sconosciuto ai più. 
Il centrocampo avrebbe bisogno di qualche calciatore più tecnico, ma allo stesso tempo dedito al sacrificio. Pasqual è sembrato più incisivo di DeSciglio, con il suo piedino sinistro super educato che in passato ha fatto la gioia di Luca Toni. Dal suo piede infatti è arrivato il cross per il raddoppio di Bonucci. Unica pecca del Capitano della Fiorentina sta nella carta d'identità, che segna 32 primavere. Ma per il resto è forse il miglior crossatore della nostra Serie A. E negli incursori di mediana, si accetteranno volentieri suggerimenti dal Campionato. 
E' chiara poi la scelta dell'unico regista, equivoco tattico che in passato aveva dato qualche problema a Prandelli, facendo stagnare il gioco troppo dietro tra i vari Pirlo, DeRossi, Montolivo e Verratti. Cercare di usare più di uno di questi registi alla volta, potrà essere la nuova sfida di Conte. Assieme magari a quella di Candreva sull'out di destra, per una versione più offensiva del 3-5-2. 
Uno stimolo in più, per cercare continuamente di migliorarsi.
Chiosa per il mite Tavecchio, coraggiosamente presentatosi in tenuta secondo tragico Fantozzi all'intervista Rai. Film del 1976. Tanto per mostrare la sua anima "giovane". Chapeau. 

venerdì 5 settembre 2014

PRANDELLI E' NUDO

Immagine tratta da tuttosport.com e modificata su befunky.com
E' bastata una partita amichevole. Sono bastati dieci minuti di Antonio Conte sulla panchina della Nazionale italiana. 
Prandelli è stato spazzato via, mostrato in tutti i suoi limiti tattici e caratteriali.
Ma Cesare che aveva capito dell'Italia che ha portato al naufragio in Brasile?
Sono bastati sei allenamenti di Conte. Lo si ami o lo si odi, la differenza è netta, palese, solare. La difesa ha giocato alta, altissima, aprendo il gioco sulle fasce che era un piacere, anticipando in ogni giocata gli avversari. I terzini fluidificavano: sulla linea d'attacco nelle azioni offensive, e ripiegamenti difensivi in quelle in cui la palla l'aveva l'Olanda. Le punte erano vicine e cercavano gli scambi stretti, sempre pronte ad eludere il fuorigioco in caso di lanci del difensore che impostava o del regista. Il centrocampo era composto da un regista, anima della squadra e da due incursori, pronti a supportare il gioco d'attacco e tornare indietro al momento del bisogno. E un approccio mentale diretta conseguenza della "fame" di chi era seduto in panchina.
Ognuno sapeva cosa fare. E l'ha fatto quasi a memoria. 
Rete di Immobile su lancio di Bonucci, 1-0. Replay con rigore e annessa espulsione di Martins Indi, nella fuga di Zaza su suggerimento di De Rossi, per il 2-0. Nei 10 minuti iniziali.
Semplice ed efficace. 
Poi controllo, pressing, tanta aggressività, un buon giro palla e Olanda non pervenuta, chiusa in difesa con la speranza di evitare la figuraccia.
Questa prestazione nient'altro è che una conferma della pochezza e della confusione del lavoro prandelliano prodotto nel ritiro di Mangaratiba.
Servivano pochi concetti, e chiari. Un giusto approccio e un'adeguata concentrazione. Un'organizzazione in cui ognuno sapeva esattamente cosa fare. Avere le idee chiare.
E invece no. Si cambiava modulo di continuo, i giocatori cambiavano ruolo da una partita all'altra. Non ci capivano nulla, basti ricordare le prestazioni indecorose di Thiago Motta o Paletta.
Il 3-5-2 era il modulo che andava per la maggiore in Campionato, il modulo di Conte, della Juve che ha fatto tris di Scudetti. Bisognava usare quello e replicarlo. L'ossatura base c'era: Buffon, Barzagli, Bonucci, Chiellini, Marchisio, Pirlo. E se vogliamo pure Ogbonna, Giaccherini, Giovinco e Quagliarella. Era tutto molto semplice. Studiarsi le gare della Juve e riproporle. E infatti Conte da qui è ripartito.
Prandelli ha osato e si è perso, e la prestazione azzurra di ieri sera, per giunta in amichevole, mette a nudo il suo fallimento tecnico-tattico prima di tutto. Le amichevoli di Prandelli erano quelle della svogliatezza, dell' 1-1 con il Lussemburgo, 0-0 e 0-2 con l'Irlanda, 2-2 con Haiti, 0-3 con la Russia, 0-1 con gli Usa, 0-1 con la Costa d'Avorio. Quelle dell'imbarazzo e delle scuse. Conte batte l'Olanda, terza ai Mondiali solo due mesi fa.
Ora si che Prandelli è nudo.

venerdì 15 agosto 2014

IL CONTE PUMA

Immagini tratte da sportmarketingnews (logo Puma), spaziojuve.it (viso Conte) e modificate con Paint
Conte accetta la mega-offerta di Tavecchio, Puma and co. e diventa per i prossimi due anni il C.t. e coordinatore unico della Nazionale italiana.
Alè. Tre considerazioni.
1. Antonio Conte era l'unica scelta possibile da parte di Tavecchio per acquistare un briciolo di credibilità agli occhi del mondo calcistico. Una scelta da portare a termine a ogni costo e a ogni prezzo. Far sedere il migliore allenatore italiano sulla panchina azzurra, di più non poteva fare. E un domani potrà rivendicare che Conte in Nazionale ce l'ha portato lui.
2. Conte si gioca una carriera. Dopo tre scudetti di fila con la Juve (presa dopo due agonizzanti settimi posti) è nel suo miglior momento. Poteva probabilmente ambire ad altri lidi, piazzarsi in una squadra ricca, sfruttare i suoi successi per puntare a una panchina internazionale (la buttiamo lì, il Paris SG) e invece sceglie la Nazionale. E si "blocca" per i prossimi due anni. Se non dovesse conseguire risultati di primissimo piano, la sua carriera subirà un brusco stop e non potrà che mirare a una big italiana o a un classico Galatasaray. Un bel rischio, o la va o la spacca, stile Juve 2011.
3. Secondo le ultime notizie (fonte Gianluca DiMarzio), il contratto di Conte sarebbe così composto: 2 milioni dalla Federazione (che gli garantirà quanto percepito da Prandelli e Sacchi assieme, C.t. e coordinatore), 2 milioni dalla Puma, sponsor tecnico, 1 milione in caso di qualificazione all'Europeo (girone con Croazia, Norvegia, Bulgaria, Azerbaigian e Malta, ne passano due e la terza spareggia), 500 mila euro in caso di miglioramento del ranking Fifa di 5 posizioni (Italia attualmente 14esima), 500 mila euro in caso di finale europea. Presupponendo la domanda "Sacchi prendeva 1 milione di euro per fare il coordinatore? Ma materialmente cosa diavolo faceva?", è stata la Puma a fare la differenza in questa trattativa. Creando un pericoloso legame tra scelta dell'allenatore e sponsor. Conte diventerà uomo immagine Puma. Ma dando questo potere allo sponsor, un domani potremo assistere ad allenatori graditi o sgraditi, assunti o licenziati dallo sponsor, perchè è lo sponsor a mettere i soldi. Un altro intreccio pericoloso di interessi e di soldi. Nella storia della Nazionale mai si era passato attraverso uno sponsor per scegliere il mister. Ora sì. E' il primo atto pratico di Tavecchio. 

venerdì 18 luglio 2014

I COCCI DEL MATRIMONIO

Immagine tratta da ilblogdialessandromagno.it e modificata su befunky.com
Ancora Conte-Juventus. Perchè quando il matrimonio finisce, più o meno consensualmente, è il momento dei cocci.
Spuntano retroscena (quanto credibili?) di una volontà di Conte di passare al Milan nel maggio scorso, di una campagna acquisti non all'altezza delle aspettative del tecnico e attualmente semivuota (Evra e Morata), di un mister svogliato, senza stimoli e quant'altro.
Dunque meglio lasciarsi, se l'entusiasmo non è più quello dei tempi migliori, se gli sguardi dentro la casa (juventina) si fanno improvvisamente torvi.
Ma da questo matrimonio finito, chi ci ha guadagnato di più? Antonio Conte o la Juventus?
Il tecnico leccese arrivò alla Juve nel 2011 da tecnico emergente, con un palmares di due promozioni in A (Bari e Siena), un cocente esonero all'esordio (da subentrato) nella massima serie con l'Atalanta, e una retrocessione viziata da penalizzazione ad Arezzo. 
Annotiamo come raggiunta la A con il Bari e con il Siena, Conte abbia lasciato entrambe le squadre. Una volta che raggiunge il massimo, molla. 
Vuoi per incomprensioni con la dirigenza per il rafforzamento (così a Bari e forse a Torino), o per altre offerte ricevute (come a Siena). Ma è già la terza volta.
E la Juventus di Agnelli e Marotta dove stava prima di Conte?
Stagione 2010/11. Viene scelto Gigi Delneri in panchina. Sarà un deludente 7° posto. Per nulla soddisfacente considerando anche certi investimenti, su tutti i 12 milioni per Martinez e i 15 per Krasic (che dopo un bagliore iniziale, scomparve in una parabola degna di una meteora calcistica), ma anche i 15,5 per Bonucci, 5 per Motta, 10 totali (tra prestito e riscatto) per Pepe, 14,5 per Quagliarella, 18 (tra prestito e riscatto) per Matri a gennaio. Un passivo notevole, in virtù di 30-35 milioni incassati dalle varie cessioni. 
Una dirigenza che usciva con le ossa rotte da una stagione fallimentare. 
E poi l'incontro con Conte, il colpo di fulmine. Si intuiva la grandezza dell'accoppiata anche solo dalla gara d'esordio. Juventus-Parma 4-1 allo Juventus Stadium con un gioco e un possesso palla da stropicciarsi gli occhi.
Ora restano i cocci.
Da una parte Conte, che ha più volte sottolineato la grandezza del proprio lavoro nel triennio juventino, confortato da risultati clamorosi in campo nazionale.
Dall'altra la dirigenza bianconera, che ha supportato il tecnico e costruito una squadra nei 3 anni che è andata a scovare talenti come Pogba e Vidal, che attualmente valgono oro e parametri zero come Pirlo e Llorente, pilastri delle vittorie. 
Ma Conte senza la Juventus, sarebbe arrivato al tris di Scudetti?
E la Juventus senza Conte, avrebbe scritto la storia del calcio italiano negli ultimi 3 anni?
Chi era il coniuge più forte? Il tempo fornirà le risposte.

giovedì 17 luglio 2014

IL CUORE E L'AZIENDA

Immagine tratta da tuttosport.com e modificata su befunky.com
In 24 ore si capovolge tutto. Da Conte a Max Allegri. Video su YouTube, conferenza stampa, primo allenamento. E via alla stagione della Juventus. Con Allegri.
E' un risveglio brusco quello dei tifosi della Vecchia Signora, ancora increduli per tempistiche e modalità d'addio del loro condottiero. Vaghe frasi quelle pronunciate da Conte, "sensazioni", "stimoli", niente di sufficientemente chiaro. Niente che potesse tramutare la conferma di metà maggio, nell'addio di mezzo luglio.
Ora Allegri. Max l'"aziendalista". Quello che restò al Milan dopo un 1° e un 2° posto, nonostante avesse perso tra cessioni milionarie, ritiri e svincoli improvvidi i vari Nesta, Thiago Silva, Zambrotta, Aquilani, Gattuso, Seedorf, Van Bommel, Cassano, Ibra, Inzaghi, Pato. Quello che non abbandonò la nave dopo che il Presidentissimo Silvio lo apostrofò con un simpatico "No el capisse un ca***", e galleggiò con uno spogliatoio in rivolta negli anni.
Max non chiede di blindare i suoi campioni, non chiede la Luna in fase di mercato. Fa il sarto con la stoffa che ha in casa. Ha i suoi punti di forza e i suoi contro.
Spesso ha inventato ruoli, come Boateng o Nocerino sulla trequarti, e ha lanciato per mezza stagione stellare El Shaarawy. Ha campato un girone intero con Niang titolare. Ha battuto pure 2-0 il Barcellona di Guardiola in Champions. L'arrivo di Balotelli ha coinciso con il suo definitivo tramonto al Milan, tattico e gestionale-professionale. Da quando SuperMario ha calcato i campi di Milanello, addio bel gioco. L' ingombrante presenza del suo classico equivoco tattico, ha mandato a monte qualsiasi idea di gioco (si cerchi negli annales una squadra che riesce a sviluppare un bel gioco d'attacco con Balotelli in campo).
Prima e dopo di lui al Milan solo gente che non aveva mai allenato (Leonardo, Seedorf, Inzaghi).
Il contro maggiore di Allegri è stato il rapporto, pessimo e conflittuale, con i Grandi Vecchi dello spogliatoio rossonero, più volte emerso in libri, interviste e dichiarazioni ufficiali e ufficiose. Che nell'estate 2012 abbandonarono il Diavolo in massa. Gli stessi con cui, però, vinse anche uno Scudetto all'esordio.
Max è chiara espressione dell'azienda Juventus. Di gestori (Agnelli e Marotta) che cercavano un profilo non troppo esigente, diverso da Conte, che non creasse troppe aspettative nei tifosi e che fosse un tassello, una costola filo-dirigenziale. Non deve piacere a tutti, ma vincere.
Conte era il cuore bianconero, era quello che si schierava strenuamente contro le cessioni dei suoi gioielli, quello che voleva sempre alzare l'asticella della competizione, quello che lo Scudetto non bastava, quello dei 102 punti. Quello che in questa lista della spesa per cambiare modulo in un 4-3-3 aveva inserito nomi come DiMaria, Sanchez, Iturbe.
Max è quello che quando arriva fa aprire i giornali su Candreva, Savic, Astori e Pastore, tanto per intenderci. 

lunedì 28 aprile 2014

NOW, ONLY THE BEST!

Immagine tratta da gazzetta.it
Ora ci siamo davvero. Una sola vittoria, o in alternativa due pareggi, nelle ultime tre sfide di questo campionato 2013-14 e per la Juve lo Scudetto sarà aritmetico. Il giorno della festa potrebbe essere già lunedì 5 maggio, nella sfida interna contro l'Atalanta, o in alternativa domenica 4, nel caso in cui la Roma non uscisse con i 3 punti dal campo di Catania.
Nella sfida del Mapei Stadium, a Reggio Emilia, i bianconeri ci hanno messo un tempo e molta sofferenza per indirizzare la partita nella direzione giusta, ma alla fine sono state ancora una volta le giocate dei campioni ad avere la meglio sulla volontà e la grinta degli avversari. Zaza, una delle tante giovani promesse di proprietà juventina sparse in Italia, fa passare una brutta mezz'ora alla sua società di provenienza (aiutato da un Ogbonna forse alla peggior prestazione con la maglia della Signora). L'inizio è in pratica lo stesso della sfida di Lisbona contro il Benfica: gol incassato presto, squadra poco presente in campo, reazione tardiva e poco convinta. Poi arriva ancora lui, Carlitos Tevez, l'Apache, appena sbloccatosi dal lungo digiuno europeo, e la sua prodezza basta a riequilibrare il risultato e restituire certezze e sicurezze a un gruppo apparso decisamente in affanno. Nel secondo tempo, è ancora Tevez a propiziare il vantaggio, quando sporca un pallone con la sua proverbiale grinta, quindi ci pensa il sublime direttore d'orchestra Pirlo, con uno splendido tocco di prima, a mandare in porta Marchisio. A chiudere la pratica, l'invenzione di Pogba, il cross del subentrante Lichtsteiner e il tacco, inatteso, di Llorente, quasi assente fino a quel momento, ma ancora una volta spietato e decisivo quando si tratta di fare gol. 3-1 finale, con grande esultanza di squadra e staff sotto la curva dei tantissimi supporters bianconeri, e titolo che è praticamente ad un passo, da ratificare solo con l'ausilio della matematica.
Di fronte a tutte queste certezze in positivo, anche una in negativo: la Juve, almeno in questo finale di stagione, ha bisogno di tutti i suoi titolari, in ogni occasione. Isla e Ogbonna, scelti oggi per dare un po' di respiro a Lichtsteiner e Bonucci, sono stati tra i peggiori in campo, tant'è vero che entrambi sono stati richiamati in panchina. Pur giocando bene in diverse occasione quando chiamate in causa, le riserve stanno mancando in questo finale di stagione, avvalorando la tesi di chi considera la rosa bianconera ancora poco qualitativa e incompleta per il definitivo salto di qualità. A parte Marchisio, e un po' Caceres e Giovinco in questa fase dell'anno, tutti gli altri giocatori appaiono troppo distanti dal livello dei titolari per poter concedere a questi un reale riposo. Anche per questo l'ingresso in campo nel finale di Vidal è un'ottima notizia per il ritorno di giovedì contro i lusitani, visto che il centrocampo è stato il reparto che meno ha beneficiato del turnover dall'inizio dell'anno. Contro i portoghesi ci vorrà una gara diversa, perfetta e precisa in tutti gli aspetti, e stavolta non ci sarà spazio per il Vucinic della scorsa settimana o l'Ogbonna di questa sera. Ci vorrà insomma una Juve al suo massimo, pronta a dare tutto per 90 minuti e conquistarsi quella finale europea che manca da 12 anni. In attesa di lunedì prossimo, quando almeno lo Scudetto, forse, sarà in cassaforte.

martedì 15 aprile 2014

L'UOMO DECISIVO NEL MOMENTO DECISIVO

Immagine tratta da tuttosport.it
Da sempre lo accusano di non segnare gol importanti, di non riuscire mai ad essere decisivo. Magari dopo la partita di ieri a Udine molti dei suoi critici dovranno rimangiarsi quanto detto, o almeno frenare i loro commenti.
Sebastian Giovinco è semplicemente fondamentale nella vittoria bianconera, per il gol che sblocca il match e per tutte le giocate importanti che regala durante la partita, non facendo pesare l'assenza di Tevez. E' solo il secondo gol in campionato per la Formica Atomica, l'altro l'aveva segnato al Milan, ed anche in quel caso aveva sbloccato una situazione di parità. Se la meritava questa soddisfazione personale, anche per quanto fatto vedere contro il Lione, e sarà molto soddisfatto di lui anche mister Conte, che l'ha difeso quando i tifosi lo fischiavano e, pur tenendolo spesso fuori, non ha mai smesso di stimolarlo e di considerarlo importante. Giovinco non è quello che a Parma è stato grande protagonista per un paio di anni, e continua a mancare di quel salto di qualità per meritare il titolo di campione, ma si impegna sempre e in maniera costante, e quando è in fiducia e in condizione può regalare partite come quella di ieri.
L'altra firma sul 2-0 finale la mette un giocatore ugualmente contestato a inizio anno, considerato inutile e inadatto alla squadra, e adesso insostituibile la davanti: Fernando Llorente. In campionato lo spagnolo è arrivato a 14 centri, spesso decisivi, lui e l'Apache insieme hanno superato i 30 gol, una statistica degna dei migliori Del Piero e Trezeguet. A due riferimenti importanti in attacco, si aggiunge una difesa che nonostante il turnover continua a funzionare, con Caceres sempre più importante dietro a non far rimpiangere Barzagli, e una condizione fisica che è ormai in netto miglioramento. Il distacco dalla Roma resta invariato, ma quello che poteva essere il test più pericoloso prima della sfida diretta all'Olimpico è superato a pieni voti.
La Juve espugna d'autorità il Friuli e batte una squadra che, pur lontana anni luce da quella che per due anni di fila ha ottenuto i preliminari di Champions, veniva da una condizione strepitosa, soprattutto tra le mura amiche. Le vittorie in campionato sono 28, una in più dello scorso campionato, i punti conquistati 87, con quel traguardo dei 100 che non è un miraggio, calendario alla mano. La vicinanza al successo si è vista nell'atteggiamento di Conte, nervoso più del solito a inizio partita e letteralmente scatenato al fischio dell'arbitro, come se avesse vinto una finale. Forse perché questa partita gli ha ricordato un'altra vittoria, ugualmente dolce e importante, ottenuta proprio a Udine 12 anni prima. Era il 5 maggio del 2002, e quel giorno la Juventus strappò clamorosamente lo scudetto all'Inter. All'epoca era ancora in campo, ma oggi come allora riesce a distinguere perfettamente i successi che possono essere decisivi all'interno di una stagione. Quello di ieri può decisamente rivelarsi uno di questi.

lunedì 31 marzo 2014

POCHE GAMBE, ZERO GRINTA

Immagine tratta da gazzetta.it
Alla fine, la sconfitta è arrivata. Oltre un girone dopo, su un campo ostico e ostile, e con un vantaggio in classifica che permette di non preoccuparsi più di tanto. Ma è arrivata, ed è stata alla fine dei conti meritata e ineccepibile.
Al San Paolo di Napoli, la Juventus ha ufficialmente confermato il suo netto calo di rendimento e di tenuta atletica, mostrando limiti che qualche piccola preoccupazione devono destare in vista di questo finale di stagione. La squadra ha sofferto tremendamente contro un avversario che correva il doppio, pressava sempre e dovunque e in generale è apparso più affamato e più desideroso di vincere. L'assenza di Tevez è stata molto più pesante del previsto per l'attacco bianconero, con Llorente che ha evidente bisogno di tirare il fiato e Osvaldo vivace ma poco concreto. I veri segnali di debolezza sono arrivati però a centrocampo, con i tre interni incapaci di fare la differenza e di inventare una singola giocata importante e gli esterni, in particolare Asamoah, in sofferenza sui tagli e le accelerazioni improvvise degli avversari. Bisogna anche dire grazie a Gigi Buffon, più che mai in stato di grazia in questo periodo, autore di un paio di interventi davvero da applausi, decisivi per mantenere in equilibrio il punteggio più di quanto non abbia detto il campo.
Si era capito dall'inizio della partita che le premesse non erano buone, la rilassatezza e le sofferenze di fronte al pressing e alle ripartenze immediate dell'avversario ricordavano sinistramente il Quarto di Coppa Italia a Roma. Nell'ultimo mese, la Juve aveva già mostrato qualche segnale di calo, almeno per quanto riguarda la forma fisica ed il rendimento in campo. Sono arrivate vittorie importanti, seppur di misura, ma sempre soffrendo tremendamente e riuscendo ad avere la meglio grazie alla giocata del campione o con un po' di fortuna, o con entrambe le due cose. Contro Milan, Fiorentina, Genoa e Parma è andata bene, contro questo Napoli in versione monstre decisamente no. I partenopei, va detto, hanno fatto la gara della vita, una delle migliori da molti mesi a questa parte, e se anche si può discutere sul millimetrico fuorigioco di Callejon sul gol del vantaggio non si può negare che il loro successo è stato meritatissimo. Va anche aggiunto che un calo ci sta e che il ritmo imposto dai bianconeri a questo campionato (solo 9 punti persi in tutto il campionato per stasera) porta inevitabilmente a periodi in cui è necessario tirare maggiormente il fiato. Ciò detto, è difficile ricordare una Juve così molle ed incapace di mostrare una vera reazione in tutta la partita, se si eccettuano un maggior possesso palla e il baricentro più alto nel secondo tempo. Anche Conte ha lasciato un po' perplessi con i suoi cambi, visto che Pogba e Osvaldo non avevano certo giocato la loro miglior partita, ma Vidal e Llorente sembravano molto più meritevoli di una sostituzione.
Forse è il caso per un po' di dimenticare i tanti elogi ricevuti, i record possibili o già ottenuti e questi famosi 100 punti da conquistare, e tornare a concentrarsi seriamente su questi ultimi due mesi che concluderanno la stagione. Non c'è molto tempo per rifiatare e riordinare le idee, giovedì si va a Lione a giocarsi un importantissimo Quarto di Finale di Europa League. La Juve ha sempre tirato fuori il carattere dopo una brutta sconfitta, dimostrando che si trattava solo di un incidente di percorso e riprendendo la sua marcia verso il successo. Vedremo se anche in questo caso sarà così.

domenica 23 febbraio 2014

UN LAMPO TRA MILLE POLEMICHE

Immagine tratta da attual.it
Il match: Sotto la Mole si disputa l'attesissimo derby tra Juventus e Torino, una sfida da sempre carica di tanti significati e ricca di sorprese nella storia della serie A. I granata, che non segnano in una stracittadina dal 2002 e non vincono addirittura dal 1995, propongono l'ormai consueto 3-5-2, con Bovo preferito in difesa a Maksimovic e Masiello fuori all'ultimo per un problema fisico, sostituito da Pasquale. Davanti agisce la coppia Cerci-Immobile, osservata speciale oggi del c.t. azzurro Cesare Prandelli. Nella Juve torna Barzagli in difesa, mentre sono ancora fuori per infortunio Chiellini, Vucinic e Pepe. Bianconeri che mantengono anche loro il 3-5-2, con la coppia d'attacco titolare che è ancora Tevez-Llorente, Caceres preferito all'ex Ogbonna come terzo di difesa e Marchisio, a segno nei due derby dello scorso anno, ancora in panchina.
La cronaca: Partita equilibrata e giocata a viso aperto, come forse non accadeva da molti anni. La Juve fa al solito il match, ma una volta nella metà campo avversaria trova tutti gli spazi intasati da un Toro corto e pronto a sfruttare ogni occasione per far scattare qualche micidiale ripartenza. El Kaddouri, il migliore tra i granata alla fine, spaventa Buffon con un pallonetto alto, Tevez replica impegnando Padelli con un gran tiro, per il resto regnano equilibrio e tensione. Almeno fino alla mezz'ora, quando Tevez riceve palla da Asamoah al limite, controlla e gira di destro nell'angolo, imparabilmente per il portiere avversario. Gara sbloccata, ora la Juve controlla, anche perché il Toro continua a restare coperto e così facendo favorisce il possesso palla e il ritmo lento imposto dai bianconeri. Unico brivido un fallo di mano di Vidal, già ammonito, che Rizzoli non se la sente di sanzionare con un secondo giallo che ci poteva stare. Nella ripresa, dopo un inizio lento e un po' sonnacchioso, i granata finalmente si scuotono per cercare il pari. Non arrivano veri tiri in porta, ma su un pallone in area Pirlo interviene sul solito El Kaddouri; il tocco ci sta tutto, anche se il marocchino accentua la caduta, ma Rizzoli ancora una volta lascia proseguire, tra le proteste del popolo torinista. Finisce 1-0, il proverbiale cuore Toro non è bastato per sfondare, la Juve resiste soffrendo terribilmente, ma di certo non mancheranno le polemiche sull'arbitro.
La chiave tattica: Il piano tattico di Ventura era giusto finché si è rimasti in parità, una volta sotto il Toro avrebbe forse dovuto osare prima, senza aspettare l'ultima mezz'ora.
Il migliore: Dopo la traversa dell'andata, Carlos Tevez aveva una voglia matta di lasciare il segno nel derby. C'è riuscito con una gran giocata, che dimostra ancora una volta cosa voglia dire essere un top player.
La delusione: Da qualche partita Vidal sembra in flessione nel gioco e nella condizione fisica. Oggi ha rischiato di lasciare la squadra in 10 e non ha mai lasciato il segno in positivo nel derby. Diffidato, dovrà assistere a Milan-Juve dalla tribuna.
La classifica: Bianconeri micidiali in casa, 13 vittorie in altrettante sfide, e vetta della classifica che resta solida con 66 punti, 9 in più della Roma e 16 più del Napoli, entrambe con una partita in meno.
Prossimi incontri: 27 febbraio, Trabzonspor-Juventus (Europa League); 2 marzo, Milan-Juventus; 9 marzo, Juventus-Fiorentina.

domenica 16 febbraio 2014

NUOVI PREGI, SOLITI DIFETTI

Immagine tratta da leggo.it
Il match: Subito dopo la rimonta subita a Verona, la Juve deve vedersela con l'altra formazione veronese, il Chievo, a secco di vittorie dai primi di dicembre e reduce da due sconfitte consecutive. Assenze importanti da entrambe le parti, ma di peso specifico differente viste le rose a disposizione. Juve con Barzagli, Chiellini, Vucinic e lo sfortunatissimo Pepe infortunati, e Pogba e Tevez in panchina per scelta tecnica. Titolari Caceres e Ogbonna in difesa, Marchisio in mezzo al campo e Giovinco, che solo poco tempo fa sembrava un desaparecido, in avanti al fianco di Llorente. Anche il Chievo ha problemi di formazione, in particolare dietro, dove mancano l'infortunato Dainelli e lo squalificato Cesar, mentre in mezzo al campo pesa l'assenza di Rigoni, influenzato. In porta debutta Agazzi, preso a gennaio dal Cagliari dove era finito fuori rosa, il modulo è il 3-5-2 con Stoian preferito davanti come spalla di Thereau a Paloschi e Pellissier.
La cronaca: Partita sempre in mano alla Juve, che nel primo tempo non viene praticamente impensierita e padroneggia campo e ritmo a proprio piacimento. La partita la sblocca Asamoah intorno alla mezz'ora, con un gran tiro dal limite dell'area dopo essersi accentrato, poi Marchisio sembra chiuderla con un tap-in da corta distanza su una punizione di Pirlo ribattuta centralmente da Agazzi. Ma come ormai capita da troppe domeniche a questa parte, si ripropone il solito difetto dei bianconeri, che si rilassano troppo e lasciano prendere campo e fiducia a un avversario più deciso nella ripresa. A riaprire il match ci pensa un comico autogol di Caceres, che si vede schizzare sulla gamba un rinvio forte ma troppo frettoloso, e da quel momento per alcuni minuti lo Juventus Stadium tace, temendo un nuovo 2-2 dopo quello di domenica scorsa. A scacciare le paure ci pensano Llorente e soprattutto Agazzi, che manda in angolo una punizione che andava abbondantemente fuori di Pirlo, e sul successivo corner esce maluccio sullo spagnolo, che senza saltare mette dentro il 3-1. Gara finita, c'è tempo per assistere agli ormai soliti, ingenerosi fischi per un Giovinco volenteroso ma poco concreto, che provocano la giusta e rabbiosa reazione di Conte.
La chiave tattica: Pur giocando una gara poco brillante, la Juve mantiene l'ormai solita concretezza, sfruttando le occasioni che le vengono concesse per segnare e indirizzare la sfida. Se in passato molte sfide rimanevano bloccate per le troppe occasioni sprecate, ora sembra che la Juve abbia imparato ad essere, all'occorrenza, cinica e spietata nelle gare tatticamente complicate.
Il migliore in campo: Che la sua forma fisica fosse in crescita era evidente, oggi Asamoah ha suggellato un'ottima partita con la prima rete del campionato. La fascia sinistra sarà al sicuro finché lui manterrà questo livello di gioco.
La conferma: Con quella al Chievo diventano 10 le sue marcature in campionato. Fernando Llorente ormai è una sicurezza davanti, neanche la concorrenza di Osvaldo sembra averlo distratto dalla sua impressionante regolarità.
La delusione: La rete del Chievo è in buona parte colpa di Lichtsteiner, che non legge una situazione abbastanza tranquilla e si affretta nel rinvio, colpendo però Caceres e causando un'autogol da "Mai dire..." Una macchia in una partita poco brillante rispetto a quelle più recenti.
La sorpresa: Unico titolare superstite dietro, Bonucci da sicurezza al reparto e in un paio di occasioni è decisivo nel respingere conclusioni che potrebbero mantenere in bilico la partita.
La classifica: Dodicesimo successo in altrettante sfide casalinghe per la Juve, che resta in testa con 63 punti, con 12 lunghezze sulla Roma (in ritardo di 2 gare) e 13 sul Napoli.
Prossime partite: 20 febbraio, Juventus-Trabzonspor (Europa League); 23 febbraio, Juventus-Torino; 27 febbraio, Trabzonspor-Juventus (Europa League).

lunedì 2 dicembre 2013

DA "DESAPARECIDO" A "RE LEONE"

Immagine tratta da sport.sky.it
Come ritrovarsi in casa un giocatore indesiderato, non richiesto e fuori forma, e scoprire dopo un paio di mesi di avere un estremo bisogno di lui. Ciò che sta accadendo in casa juventina con il centravanti Llorente è proprio questo: ignorato nei primi mesi di campionato, ora è decisamente lui il colpo del mercato bianconero, il giocatore giusto per tutte le esigenze e in tutte le partite. Un'evoluzione incredibile e per molti inattesa, quella del bomber basco, non se si guarda l'idea di gioco impostata da Conte e qualche episodio analogo del recente passato dei campioni d'Italia. 
Fin dalla sua prima stagione sulla panchina della Juve, infatti, il tecnico salentino ha sempre puntato su un attaccante di peso e di sostanza, magari non fenomenale sotto porta ma in grado con il suo fisico e le sue caratteristiche di dare profondità, far salire la squadra, e magari buttarla dentro con qualche giocata "sporca", stilisticamente non perfetta ma molto più efficace di dribbling e colpi di fantasia. Matri era l'esempio perfetto del centravanti voluto da Conte, che non a caso ha preso piuttosto male la sua cessione nell'estate, soprattutto per l'abnegazione e l'utilità che il ragazzo ha sempre dimostrato di possedere all'interno del gruppo, a prescindere dalle sue medie realizzative non sfavillanti. Titolare fisso nel primo scudetto della rinascita juventina, Matri si è poi dovuto giocare il posto giocatori simili a lui per stile di gioco e caratteristiche, come Quagliiarella e soprattutto Borriello, voluto proprio da Conte per dare una mano nelle fasi cruciali della corsa al titolo. Anche l'anno successivo, dopo una prima fase di stagione con il duo Vucinic-Giovinco titolare, la vera svolta tattica bianconera è arrivata con il reinserimento di Matri, che ha dato peso ad un attacco altrimenti fantasioso ma troppo leggero e, a tratti, inconcludente contro difese veloci e brave a non scoprirsi.
Llorente nel suo gioco è certamente simile a Matri per fisico e caratteristiche, ma con qualche netta differenza, di stazza ma soprattutto di tecnica. Lo spagnolo è più robusto, 10 centimetri e altrettanti chili in più dell'attaccante oggi al Milan, e unisce a questi vantaggi una capacità migliore di tenere il pallone, fare sponde veloci per i compagni e farsi trovare pronto sotto porta nei momenti importanti. E' anche più giovane di un anno, il che non guasta mai se si pensa in chiave futura, e conosce bene il palcoscenico europeo e internazionale, avendo disputato tre edizioni consecutive dell'Europa League con l'Athletic Bilbao (con tanto di finale persa nel 2012), ed essendosi aggiudicato con la Nazionale spagnola il titolo Mondiale nel 2010 ed Europeo nel 2012, pur giocando molto poco. Non è un fenomeno, ben inteso, ma conosce bene il ruolo del centravanti vecchia maniera, fisico e opportunista, e sa sfruttare bene le sue occasioni. Arrivato a costo zero perché in scadenza di contratto, a inizio stagione ha dovuto ambientarsi con il campionato italiano, e soprattutto ritrovare la forma migliore, visto che nella scorsa stagione aveva giocato poco per via del suo desiderio di lasciare il club basco per approdare alla Juventus. Superata la diffidenza iniziale dell'ambiente e di Conte, che non sembrava riuscire a trovargli posto nel suo attacco, si è giocato bene la sua prima chance da titolare, segnando la rete decisiva contro il Verona, e anche in Champions si è fatto notare quando ha realizzato due reti agli spagnoli del Real Madrid, una al Bernabeu ed una a Torino. Da quasi due mesi il posto accanto a Tevez è suo, senza più discussioni, e nelle ultime tre partite con il Napoli, a Livorno e in casa con l'Udinese ha segnato le reti decisive per sbloccare e successivamente vincere i match e consentire ai bianconeri di allungare in vetta al campionato.
Una bella rivincita per lui e un grosso smacco per i tanti critici che l'avevano definito inutile, fuori luogo, inadatto al nostro calcio, sopravvalutato. La sua sembrava in effetti la fotocopia delle esperienze di altri attaccanti arrivati alla Juve con buone aspettative, non come obiettivi di mercato dichiarati, e rivelatisi con il passare del tempo un flop di cui liberarsi in fretta. Se Borriello, nel 2012, si era gradualmente fatto apprezzare con un paio di gol importanti, anche se non sufficienti a garantirgli la permanenza in bianconero, la scorsa stagione le esperienze di Bendtner (nove partite pressoché anonime) e del suo sostituto Anelka (due scampoli di gara senza lasciare il segno) avevano deluso non poco le aspettativa di tecnico e dirigenza. E dire che Llorente era dato sul piede di partenza già prima dell'inizio del campionato, sponda Barcellona, e che dopo il primo mese in cui non aveva quasi messo piede in campo i giornali spagnolo lo davano per "desaparecido", dimenticato chissà dove da Conte e dal suo staff...
Ora il nuovo "Re Leone", come viene chiamato dai tifosi per la lunga chioma castana e la barba (non ce ne voglia il grande Batistuta, proprietario ad honorem di questo titolo...), è praticamente insostituibile, la sua utilità in campo è sotto gli occhi di tutti, e lo stesso Conte lo elogia e sembra disposto a tutto pur di non privarsi di lui, anche ad esentarlo dal turnover. Da "desaparecido" ad eroe e potenziale colpo di mercato, il passo per Llorente è stato davvero breve.

giovedì 11 aprile 2013

CHAMPIONS, AUF WIEDERSEHEN!

Immagine tratta da repubblica.it
Si era detto che per ribaltare il pesante 0-2 dell'andata sarebbe servita un'altra Juventus, completamente diversa da quella vista in Germania. Qualcosa di meglio si è oggettivamente visto, ma a conti fatti rimane la sensazione della gara di andata: questo Bayern Monaco era un avversario troppo forte e fuori portata. La grinta, la voglia di fare e la spinta di un meraviglioso Juventus Stadium non sono bastate ad annullare questo gap, a cancellare la differenza di qualità che ad oggi separa di molto le due squadre. 
I tedeschi hanno giocato meglio, non hanno corso quasi nessun rischio, la porta di Neuer rimane inviolata nel doppio confronto, Buffon invece torna a casa con quattro gol di quattro giocatori diversi sul groppone. La foga agonistica tanto voluta da Conte si è spenta lentamente di fronte all'ottimo possesso palla della squadra di Heynckes, che rallentava il ritmo quando la Juve sembrava trovare un po' di abbrivio e lo alzava all'improvviso per cercare di colpirla in contropiede. Robben e Ribery sono signori giocatori, hanno fatto vedere più di una volta che quando cambiano passo sono di un altro livello, i tanto millantati difensori bavaresi hanno retta senza eccessiva fatica ai tentativi di affondo bianconeri, in attacco Gomez e Pizarro fanno panchina, il che è tutto dire sull'ampiezza della rosa a disposizione. Di contro la Juve non è mai riuscita ad imporsi a centrocampo, in attacco ha fatto il solletico ai tedeschi e al netto delle due gare ha tirato sì e no quattro volte in porta, davvero una miseria se si voleva sperare di far breccia nella difesa bavarese. Poco altro da aggiungere, il Bayern è davvero una signora squadra e merita di essere tra le prime quattro d'Europa e di giocarsi la coppa con le grandi orecchie.
La Juventus conclude la sua esperienza europea con un bilancio ugualmente positivo, è tornata ad assaporare il calcio che conta dopo una lunga assenza e ha dimostrato di potersela giocare contro molte avversarie. Ora però bisognerà interrogarsi su molte cose, a partire dal mercato che è stato fatto e che è necessario fare per rinforzare la squadra e portarla davvero a livello delle migliori al Mondo. Non basta essere superiori in Italia per pensare di essere già arrivati in alto, non basta qualche buona riserva per diventare più forti, ci vogliono i campioni veri, e bisogna dire che quest'anno a Torino non se ne sono davvero visti. L'unico che sembra avere le carte in regola per diventare un ottimo giocatore è Pogba, che paga un po' di inesperienza però ha fatto vedere più volte di non temere la pressione e i grandi palcoscenici. Per il resto, poche luci e qualche ombra di troppo dai nuovi arrivati all'ombra della Mole. Asamoah e Isla, arrivati insieme da Udine, non stanno rendendo come ci si aspettava, soprattutto il secondo non si avvicina nemmeno al giocatore ammirato fino alla scorsa stagione in Friuli, mentre il primo era partito bene ma da gennaio a oggi, complice anche la Coppa d'Africa, è notevolmente calato. In attacco, il ritorno di Giovinco non ha sortito gli effetti sperati, la Formica Atomica non riesce proprio ad entrare nel cuore dei tifosi, e soprattutto in Europa paga la differenza di fisico con gli avversari, e in questi casi o hai la tecnica di Messi oppure non vai da nessuna parte. A tutto ciò aggiungiamo il caso Lucio, arrivato quest'estate come grande rinforzo per la difesa e lasciato andare già a dicembre perché non ritenuto utile, e i due desaparecidos Bendtner e Anelka, tuttora dispersi da qualche parte tra le tribune dello Juventus Stadium. Si era parlato per molti mesi di Van Persie, un giocatore che più che mai avrebbe fatto la differenza in Europa e sarebbe stato congeniale al gioco di Conte per le sue caratteristiche. Se ad aprile devi puntare su Padoin, Quagliarella, Matri e Giaccherini vuol dire che obiettivamente c'è bisogno di fare ancora molti aggiustamenti alla rosa. Adesso rimane un campionato da vincere per continuare il nuovo ciclo, e per potersi concentrare davvero sulla Champions League, dopo averla riassaporata quest'anno dopo un lungo digiuno.
Chiudiamo con una panoramica generale su quelle che saranno le semifinali di quest'anno, e che parleranno tedesco e spagnolo. Oltre al Bayern, sono rimaste a contendersi il trofeo il Borussia Dortmund, il Real Madrid e il Barcellona. Possibili tutti gli incroci, con sfide da brivido come i due derby iberico e teutonico o un Real-Bayern rivincita della semifinale dello scorso anno. Delusione per il calcio inglese, che ha perso tutte le sue formazioni già negli ottavi di finale, e non potrà veder rappresentati i suoi colori nella finale di Wembley. Una finale che anche quest'anno, purtroppo, non parlerà italiano.

mercoledì 3 aprile 2013

A LEZIONE DI TEDESCO

Immagine tratta da gqitalia.it
Doveva essere la prova del nove, la sfida che chiariva una volta per tutte fino a dove si potesse spingere questa Juventus. La sfida tra i Campioni d'Italia uscenti e candidati al bis e gli ormai prossimi Campioni di Germania e vicecampioni d'Europa in carica ha chiarito in modo piuttosto eloquente come stanno le cose. Ci ha ricordato una volta di più che la nostra serie A, nonostante le belle parole e il nostro amore patriottico, non è più il campionato di vertice che era una volta.
I bianconeri, al cospetto di un Bayern carico a mille e deciso finalmente ad alzare la coppa dalle grandi orecchie, dopo due finali perse in tre anni, sono sembrati una squadretta di provincia, una di quelle piccole formazioni che quando affrontano una grande pensano prima di tutto a limitare i danni, a non prenderle. Anzi non riescono nemmeno a pensare a questo, perché la pressione degli avversari è tale che manca il tempo per ogni genere di ragionamento, e ci si può solo difendere e sperare che la tempesta passi. La Juve ieri non ha praticamente giocato, la squadra che più di tutte cerca di imporre il suo gioco nel campionato italiano ieri ha assistito per lunghi minuti al monologo dei tedeschi, ad un possesso palla semplice e piuttosto concreto, con accelerazioni improvvise degli uomini di maggior fantasia e un pressing asfissiante che soffocava ogni tentativo di creare gioco. Certo, il gol segnato da Alaba dopo appena 25 secondi di gioco ci ha ovviamente regalato un'altra partita, perché andare sotto subito dopo aver battuto il calcio d'inizio è chiaramente un colpo duro per qualsiasi squadra. Rimane la sensazione, però, che questo Bayern sia di un livello troppo alto per questa Juventus, e che tra i Campioni d'Italia e le grandi d'Europa ci sia ancora un certo gap da colmare.
Deludente la prova dei bianconeri, pericolosi con il contagocce e costretti per lunghi tratti di partita a rintanarsi nella propria metà campo, alzando le barricate in difesa e cercando di resistere nel miglior modo possibile alle folate offensive dei bavaresi. Hanno tradito soprattutto i due uomini di maggior esperienza, quelli che dovrebbero essere due colonne portanti della Vecchia Signora e della nostra Nazionale: Buffon e Pirlo. Il primo è stato poco reattivo sulla rete iniziale, nonostante la minima deviazione di Vidal, e sul secondo gol poteva fare decisamente meglio, e anche se con alcuni interventi ha limitato il passivo rimane comunque il peso di questi errori; il secondo è stato praticamente annullato dai tedeschi, che gli hanno messo addosso prima Kroos e poi Muller, seguendolo a uomo per tutta la partita e impedendogli di illuminare il gioco, con un'infinità di passaggi sbagliati. Non che il resto della squadra sia andato meglio: male il trio di difesa, su tutti Barzagli che finora era stato una sicurezza, sottotono Marchisio e i due esterni, inesistenti le punte, poco servite e incapaci di tener palla e far uscire un po' la squadra dal pressing; il migliore, a conti fatti, è stato il cileno Vidal, guerriero del centrocampo e unico a rendersi davvero pericoloso, ma il cartellino giallo che ha preso gli farà saltare il ritorno, e la sua assenza peserà molto, insieme a quella dello svizzero Lichtsteiner per lo stesso motivo.
Non saranno le squalifiche però il problema principale in vista della rivincita di Torino di mercoledì prossimo: occorrerà un atteggiamento diverso, meno paura e molta più grinta e durezza in mezzo al campo e in attacco. Conte ha scelto di giocarsi la sfida di andata senza timori e la scelta non ha pagato, forse avrebbe fatto meglio a coprirsi di più a centrocampo con un Pogba in campo e una punta in panchina, ma sono discorsi che con il senno di poi non servono a nulla. Si sapeva che il Bayern non è il Celtic di Glasgow, con tutto il rispetto per gli scozzesi, ma la differenza tra le due squadre è stata decisamente spropositata, e adesso i bianconeri devono dimostrare a tutti che la loro presenza tra le migliori 8 d'Europa non è dovuta solo al sorteggio o alla fortuna. Lo Juventus Stadium dovrà essere pieno e caldo per spingere i giocatori verso questa rimonta che appare molto difficile ma non impossibile, se la gara viene giocata nel modo giusto. Il 3-0 rifilato ai Campioni d'Europa uscenti del Chelsea deve essere il punto di partenza, il ricordo da cui partire per disputare la partita perfetta, per non sbagliare nulla. O almeno, se le cose non dovessero andare bene, per concludere in modo degno questo ritorno in Champions, onorando fino in fondo la competizione e ripresentandosi ai nastri di partenza il prossimo anno con maggiore fiducia e convinzione; e magari con un top player serio in attacco, perché a quanto si è visto un giocatore che faccia la differenza in Europa serve eccome.

venerdì 29 marzo 2013

LE ULTIME SUL DERBY D'ITALIA

Immagine tratta da passioneinter.com
Inter-Juve è la Partita, con la P maiuscola. Lo è sempre stata per lunghissimi anni, simbolo di una rivalità mai diminuita tra due delle formazioni più titolate d'Italia. Negli ultimi quindici anni poi, da quell'ormai arcinoto contatto Iuliano-Ronaldo che di fatto decise lo scudetto del 1998, con tutti i successivi strascichi, il 5 maggio del 2002, lo scandalo di Calciopoli e tutto il veleno che ne è seguito, la tensione in queste sfide è tornata ai massimi livelli. Anche quest'anno Inter-Juve ha un sapore speciale, magari diverso da quello che ha accompagnato la sfida di andata, ma comunque speciale. 
Allora si era a inizio novembre, la Juventus non poteva avere il suo allenatore Conte in panchina, sostituito da Alessio per la squalifica successiva al Calcio-scommesse, e proseguiva con la sua lunghissima imbattibilità, avviata verso quella che sembrava una cavalcata solitaria in vetta alla classifica; di contro, l'Inter di Stramaccioni sembrava aver trovato la quadratura del cerchio, con un 3-4-3 consolidato e una serie incredibile di successi, soprattutto in trasferta, tanto che molti la vedevano una seria candidata per lo Scudetto. Lo scontro è emozionante, intenso, con le immancabili polemiche di condimento. La Juve segna subito, dopo una trentina di secondi, con un gol viziato da netto fuorigioco, ma l'Inter non molla e dimostra di tenere ottimamente il campo, mentre i bianconeri nonostante il vantaggio giocano con poca tranquillità. Nel secondo tempo, i nerazzurri capitalizzano la loro superiorità, prima ottenendo il pareggio con Milito su rigore, poi ribaltando il risultato con lo stesso Principe e chiudendo il discorso con Palacio. E' a detta di tutti la miglior partita della squadra con Stramaccioni in panchina, un 1-3 senza discussioni che significa prima sconfitta della Juve dopo un anno e mezzo e per di più nel suo stadio, che sembrava un fortino inespugnabile. L'Inter si avvicina a tre punti dal primo posto, vola sulle ali dell'entusiasmo, dietro anche Napoli e Lazio vedono questa partita come una conferma che i bianconeri possono essere battuti.
E' passato un girone da quella sfida, e sono cambiate tantissime cose. La Juve ha perso altre tre partite, contro Milan e Roma in trasferta e Sampdoria in casa, ha attraversato un periodo di flessione in inverno, ma rimane in vetta alla classifica con 9 punti di vantaggio sulla seconda, il Napoli di Mazzarri, ed è decisamente la favorita per la conquista di questo Scudetto. Anche in Champions il cammino dei bianconeri è stato più che positivo, con l'ingresso nelle migliori otto d'Europa e l'affascinante sfida contro il Bayern Munchen alle porte. Di contro, i nerazzurri sembrano quasi aver esaurito la carica dopo la grande vittoria dello Juventus Stadium: solo cinque vittorie nelle ultime diciassette partite di campionato, di cui appena una in trasferta, tantissimi problemi di infortunio che hanno minato la rosa, su tutti quello fino a fine stagione del centravanti Milito, e una cocente eliminazione in Europa League, dopo una rimonta sfiorata contro il Tottenham. Dalla possibile lotta per lo Scudetto, ora i nerazzurri si trovano a dover rincorrere la qualificazione in Champions, staccati di sette punti (con una partita in meno) dai cugini rossoneri che sembravano spacciati, e hanno bisogno di ritrovare presto il passo giusto per non rischiare di rimanere ancora fuori dall'Europa che conta.
Con queste premesse si attende dunque questo nuovo capitolo della sfida tra Juventus e Inter, in programma eccezionalmente di sabato pomeriggio per la Pasqua e per l'ormai prossimo impegno dei bianconeri in Germania per la Champions. I Campioni d'Italia arrivano carichi alla sfida dopo la convincente vittoria di Bologna, consapevoli che un successo in casa degli odiati rivali alzerebbe ancora di più il morale e potrebbe avvicinare ancora di più lo Scudetto numero 29 (o 31 sul campo che sia); Vucinic non sembra al meglio, difesa e centrocampo potrebbero essere oggetto di turnover con i giovani Marrone e Pogba che scalpitano per un posto da titolari. Sul fronte nerazzurro è inutile dire che un successo contro i bianconeri darebbe un nuovo entusiasmo al gruppo e lancerebbe nel modo migliore la volata verso la qualificazione in Champions e la conquista della Coppa Italia; Stramaccioni sembra deciso a confermare il 4-3-1-2 che ultimamente lo ha soddisfatto, con il possibile rientro del perno difensivo Samuel e l'inamovibile coppia Cassano-Palacio davanti. Come da prassi in queste grandi sfide, un pronostico appare quanto mai difficile. I nerazzurri non ottengono un doppio successo sui rivali dal lontano 2003-04: anche allora si imposero 3-1 a Torino per poi confermarsi 3-2 in casa al ritorno. Di quella partita sono ancora in campo Zanetti e Stankovic per l'Inter. Negli ultimi due campionati però i bianconeri sono sempre usciti imbattuti da San Siro, con un pari nel 2011 e una vittoria la scorsa stagione. L'ultima sconfitta risale al 2010, quando alla guida dell'Inter c'era Mourinho e la gara fu sostanzialmente risolta a pochi minuti dalla fine da una prodezza di Maicon.
Questa la presentazione della sfida più attesa di questo sabato di Serie A, oggi sono arrivate le conferenze-stampa dei due allenatori e le ultime indicazioni sullo stato fisico dei giocatori. Domani pomeriggio, parlerà solo il campo, e siamo sicuri che ci regalerà un altro grande capitolo della sfida infinita tra Juventus e Inter, il derby d'Italia per eccellenza.

mercoledì 30 maggio 2012

NON TOGLIETECI LA PASSIONE PIU' BELLA...

Immagine tratta da newnotizie.it


...oggi siamo tutti incazzati col sistema...
...oggi tutti meritano la Serie B...
...oggi alcuni giocatori e allenatori, forse, andrebbero radiati...
...oggi non pagherà solo la Juventus per Calciopoli...
...oggi non ci sarà prescrizione...
...oggi Cannavaro e Grava, forse, non hanno denunciato una tentata combine...
...oggi Buffon, schietto, è mal visto, ma almeno è sincero...
...oggi Mauri, ottimo mancino di centrocampo, è rinchiuso in una cella...
...oggi Carobbio è diventato famoso dopo una carriera quasi inesistente...
...oggi Bonucci e Criscito sono due giocatori della Nazionale...
...oggi Doni non fa più regali...
...oggi Pellissier, Bobo Vieri e Beppe Signori non pensano più a fare gol...
...oggi Milanetto, bandiera del Genoa, non corre più sul campo, ma a quanto pare,ha corso sempre un pò di più alla Snai...
...oggi Sculli, forse, non merita quella maglia che non si è voluto togliere in Genoa-Siena...
...oggi il sistema è più sporco del 1982...
...oggi, magari, si tocca l'orgoglio di campioni che esistono ancora, e con loro si vince l'Europeo...
...oggi abbiamo la certezza che in fondo è un business, e forse, sotto sotto, ci sta bene così...

NON TOGLIETECI LA PASSIONE PIU' BELLA, LEVATE TUTTO IL MARCIO CHE C'E'!

mercoledì 16 maggio 2012

Juventus, gioventù e tradizione


Immagine tratta da: inpho.ie


La storia del campionato della Juventus sembra essere stata scritta da uno sceneggiatore amante del lieto fine o, per certi aspetti, addirittura dai fratelli Grimm. In effetti, quest’anno i tifosi bianconeri hanno vissuto una vera e propria favola che permette loro di andare sui social network e in giro per i bar a prendersi parecchie rivincite nei confronti dei loro amici-rivali antijuventini. Ce li immaginiamo, tronfi e gagliardi come non li si vedeva da anni, a deridere il barista milanista che parla del goal di Muntari mentre con le mani nascoste dietro il bancone pubblicano dal loro smartphone link con le tre stelle sulla bacheca di Guido Rossi. Come dargli torto, come non comprendere una tale esaltazione: tornare a vincere dopo anni di sofferenze e umiliazioni mai provate, di vittorie altrui; tornare a vincere quando nessuno se l’aspettava, contro i rivali di sempre, dopo una lunga corsa col brivido finale; tornare a vincere con il vecchio capitano che fa l’allenatore, un presidente che di cognome fa Agnelli, nell’anno del nuovo stadio e, come se non bastasse, tornare a vincere con la griffe di capitan Del Piero che fa un gol decisivo contro la Lazio e un altro alla partita d’addio. Insomma, poche volte l’orgoglio juventino ha raggiunto picchi così elevati.
Questa vittoria così dolce non è frutto del caso ma di un lavoro meticoloso, quasi perfetto. Dopo anni di scelte sbagliate la Juventus è riuscita a ritrovare l’identità che aveva smarrito ripartendo, semplicemente, dal suo nome: Juventus, la vecchia signora. Ovvero, gioventù ed esperienza, innovazione e tradizione. Concetti solo apparentemente contrastanti perché tutto nella Juventus di quest’anno è stato una perfetta simbiosi tra vecchio e nuovo, uniti in una perfetta complementarità; basti pensare  che nell’ultima partita di campionato ha segnato prima il “canterano” Marrone e poi capitan Del Piero.
Il presidente e la dirigenza hanno capito che c’era bisogno di ripartire da idee all’avanguardia, da una freschezza innovatrice che portasse un nuovo entusiasmo, capace di togliere le ragnatele in un ambiente caduto da anni in una angosciante decadenza. Ed ecco finalmente lo Juventus Stadium, un simbolo di modernità e rinnovamento; giocatori giovani e “affamati”; un calcio piacevole, veloce, spettacolare che in Italia si è visto raramente (e ancor più raramente è stato anche vincente).
Allo stesso tempo, però, si è cercato di mettere al centro del nuovo progetto la storia della Juve, la sua tradizione e di ritrovare la sua atavica voglia di vincere. In effetti, il nuovo stadio è pieno di richiami orgogliosi alla storia bianconera; ai giocatori più giovani sono stati affiancati anziani che quella storia in parte l’hanno fatta e quello spirito vincente ce l’hanno ormai nel sangue; e quella squadra brillante e propositiva, non dimentichiamolo, è stata anche quella che ha subìto meno goal di tutti, riuscendo a coniugare il bel calcio con quella che è per tradizione l’arma più efficace del calcio italiano: la meticolosa preparazione della fase difensiva.
Oltre al quarantenne Andrea Agnelli, presidente da soli due anni ma il cui cognome garantisce una certa continuità col passato, colui che è la vera e propria personificazione di questa juventinità dalle due anime è Antonio Conte. Un allenatore giovane, moderno, che crede nella sperimentazione, nell’imprevedibilità, nell’innovazione continua e che per praticare la sua idea di calcio ha bisogno di tanta energia e entusiasmo di gioventù. Ma Antonio Conte è anche una persona che ha nel DNA quell’antico spirito vincente, quella voglia irrefrenabile di essere il più forte, che permetteva alla Juve di vincere contro i pronostici, contro le squadre piene di campioni. Come il bacio di una principessa trasformava i ranocchi in principi, così quella maglia bianca e nera trasformava i Porrini, i Torricelli, i Ravanelli, i Tacchinardi e tanti altri da giocatori normali in vincenti spietati. Conte ha ripetuto questa magia creando una squadra che, più che la Juve-corazzata di Capello ricorda la Juve delle grandi imprese, quella del cross di Birindelli per Zalayeta al Camp Nou che –secondo l’umile parere di chi scrive- ricorda tanto il cross di Pepe per l’ uno a uno (o due a due) di Matri a San Siro.