Visualizzazione post con etichetta pallacanestro. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta pallacanestro. Mostra tutti i post

sabato 11 agosto 2012

PUNTO OLIMPICO N. 14

Immagine tratta da spettacoli.blogosfere.it
E' cominciato il conto alla rovescia per la conclusione di questa bellissima edizione dei Giochi Olimpici di Londra 2012. Vediamo chi sono stati oggi gli atleti o le squadre che si sono messi il luce nel bene e nel male.
I MIGLIORI
Oussama Mellouli (nuoto): Era già entrato nella storia del suo Paese, la Tunisia, e del nuoto mondiale quando, quattro anni fa, si era preso la medaglia d'oro nei 1500 metri stile libero, primo africano a riuscirci in un'Olimpiade. A Londra aveva già portato a casa una medaglia nella stessa distanza, stavolta di bronzo, ma non era soddisfatto e cercava un'occasione per lasciare nuovamente il segno. L'ha avuta questa mattina, quando ha deciso di cimentarsi nella 10 chilometri di fondo e ha subito fatto vedere che non era lì solo per partecipare: in testa con i migliori nei primi giri, al momento decisivo ha piazzato l'allungo giusto, lasciando tutti sul posto e andandosi a prendere l'oro e la storia. Dopo la macchia della squalifica per doping prima di Pechino, il tunisino è diventato il primo atleta a vincere una medaglia sia in una gara di corsia che in un'altra di nuoto all'aperto in un torneo olimpico, e ovviamente è anche il primo a riuscirci nella stessa edizione dei Giochi. Chapeau per lui.
Clemente Russo (pugilato): Prima dell'inizio di queste Olimpiadi era stato chiaro: alla sua terza partecipazione ai Giochi, dopo aver fatto solo presenza ad Atene e aver preso l'argento a Pechino, il suo obiettivo era l'oro. Dopo un inizio meno facile del previsto, con un match sofferto e vinto in extremis contro il cubato Laruet, oggi Clemente ha affrontato in semifinale dei pesi massimi un avversario più temibile, l'azero Mammadov. Ha sofferto la potenza del suo avversario nei primi due round della sfida, è andato sotto nel punteggio 9 a 6, ma nell'ultima ripresa ha tirato fuori tutta la sua classe, sfruttando la stanchezza del rivale e vincendo il match con pieno merito. Una grande prova di coraggio e di grinta per Tatanka, che adesso aspetta con ansia la finale di domani sera contro l'ucraino Usyk per togliersi la soddisfazione che gli manca, e vince la tanto agognata medaglia d'oro olimpica.
Il Settebello (pallanuoto): Dopo la grande vittoria contro l'Ungheria avevamo già esaltato questa squadra, capace di tornare tra le prime quattro al Mondo in un'Olimpiade dopo 16 anni. Oggi la esaltiamo ancora una volta, perché in una semifinale durissima contro la temibile Serbia ha dato un'altra fantastica prova di forza, imponendosi con autorità per 9-7 e guadagnandosi la finale olimpica, vent'anni dopo l'ultima volta. Una prestazione meravigliosa per il portierone e capitano Tempesti, per Felugo e gli altri azzurri, che hanno scavato il solco nel primo e terzo periodo, gestendo il tentativo di ritorno serbo nel finale e bissando la vittoria della finale mondiale dello scorso anno contro gli stessi avversari. Ora di fronte a loro per la medaglia d'oro ci sarà la Croazia di Ratko Rudic, proprio colui che condusse il Settebello all'oro olimpico di Barcellona 1992: di fronte a lui, il giovane allievo Sandro Campagna ha una gran voglia di dimostrare che ha imparato come si fa a vincere.
Mauro Sarmiento (taekwondo): Visto l'argento conquistato a Pechino quattro anni fa, qualcuno potrebbe pensare che il bronzo di questa sera rappresenti una delusione. Non è mai così quando si tratta di una medaglia olimpica, perché rappresenta comunque un grandissimo premio al lavoro e alla dedizione di quattro anni durissimi. Oggi Mauro è stato un po' sfortunato nella semifinale, quando è stato colpito in maniera decisiva dallo spagnolo Garcia Hemme, rinunciando di fatto alla corsa per l'oro. Non ha perso la sua concentrazione, nella sfida per il bronzo contro l'afghano Bahawi si è imposto nell'ultima ripresa, battendo con un punteggio di 4-0 l'avversario e prendendosi la medaglia, che ha dedicato alla compagna Veronica Calabrese, anche lei campionessa del taekwondo, e alla loro figlia Sofia che nascerà a breve. Un'immagine bellissima, che incorona una famiglia di atleti e l'ennesima prestazione da medaglia dei nostri atleti in questa Olimpiade.
I PEGGIORI
La vela azzurra (vela): Dopo quattro edizioni consecutive dei Giochi Olimpici in cui avevamo portato a casa almeno una medaglia in questa specialità, stavolta ci dobbiamo accontentare di un pugno di mosche. Detto che il movimento azzurro della vela è in evidente calo in questi ultimi anni, ci aspettavamo sinceramente qualcosa di meglio dagli equipaggi azzurri. Salviamo la Sensini, che a 42 anni era alla sua sesta edizione delle Olimpiadi e merita lo stesso rispetto della Idem per la longevità sportiva e le quattro medaglie già conquistate. Non possiamo dire altrettanto degli altri italiani in gara, che hanno pagato alcune regate non disputate al meglio e il vento estremamente debole e instabile delle acque inglesi, che ha reso difficile la competizione per tutti. Oggi le ultime speranze erano nelle coppie Zandonà-Zucchetti tra gli uomini e Conti-Micol tra le donne, tutti per la categoria 470: nella medal race, entrambi gli equipaggi azzurri non hanno sovvertito i pronostici, accontentandosi di un quarto e quinto posto nella classifica finale. Occorre fare qualcosa al più presto per ridare vita al nostro movimento sportivo.
Valerio Cleri (nuoto): Dopo la splendida impresa della Grimaldi di ieri mattina, tutti speravano nel nuotatore azzurro per ottenere uno storico bis e portare a casa la prima medaglia olimpica nel fondo maschile. Le premesse sembravano esserci, visto che Valerio a Pechino si era fermato al quarto posto, a un passo dalla medaglia, il che legittimava alcune speranze di medaglia nonostante la sua vera specialità siano i 25 chilometri. Oggi purtroppo l'azzurro ha mostrato fin dall'inizio di non essere in una condizione brillantissima, ha sofferto il ritmo alto imposto soprattutto dai tedeschi in testa e lentamente è scivolato nella parte bassa del gruppo, concludendo la sua gara con un anonimo diciassettesimo posto. Una prestazione non all'altezza dei suoi risultati recenti, che ha lasciato Valerio estremamente deluso e critico verso chi ha scelto un lago per le gare, perché secondo lui in questo modo si perde un po' il senso del vero nuoto di fondo. Pazienza, avrà altre occasioni per fare meglio.
Andrej Kirilenko (pallacanestro): Da anni è il simbolo della pallacanestro russa in tutto il Mondo, ed è universalmente riconosciuto come uno dei più forti tra i cestisti europei. Alla sua terza Olimpiade, dopo due tornei poco brillanti nel 2000 e nel 2008, era giunto qui a Londra con i suoi compagni per dimostrare a tutti che la squadra sta tornando ai grandi livelli della vecchia U.R.S.S., quando era in grado di competere con gli americani per i titoli olimpici e mondiali. Nella semifinale di oggi, contro i campionissimi spagnoli che già avevano battuto in girone, i russi sono partiti bene nella prima metà di gara, poi però hanno perso ritmo e precisione in attacco, subendo il sorpasso degli iberici e finendo per arrendersi. Chi è mancato è stato proprio Kirilenko, autore di una prova a dir poco impalpabile, conclusa con un deludente 2/12 al tiro dal campo e 5/10 ai liberi, con errori pesanti nel momento decisivo della gara. Dopo la finale di Eurolega persa in maniera incredibile con il suo CSKA, un'altra amara delusione per il centro russo.
L'italvolley (pallavolo): Dopo l'esaltazione per i nostri atleti dopo la grande vittoria nei quarti contro gli Stati Uniti, sembra quasi ingiusto mettere gli azzurri tra i peggiori di questa giornata, soprattutto perché di fronte c'erano i fenomeni del Brasile, che si sono dimostrati di un livello semplicemente inarrivabile per chiunque o quasi. Non vogliamo colpevolizzare i ragazzi di Berruto per errori tecnici o tattici, i verdeoro hanno mostrato un'abilità incredibile nel difendere e rigiocare più palloni possibili, hanno un muro devastante e degli attaccanti micidiali, per cui fare meglio era davvero difficile. Ci hanno un po' deluso l'atteggiamento non troppo convinto degli azzurri in alcuni momenti della gara, soprattutto durante il secondo set, perso con un imbarazzante 25-12 e nonostante i tentativi dell'allenatore di risvegliare i suoi. Mancavano gli occhi della tigre, mancavano la fiducia nei propri mezzi e la tenacia di chi non vuol regalare nulla: senza queste doti, si rischia di partire sempre battuti. Ora c'è la finale per il bronzo con la Bulgaria, per riscattarsi e portare a casa un'altra medaglia importante, anche se non sarà d'oro come a un certo punto avevamo sperato.

giovedì 7 giugno 2012

IN RICORDO DEL MOZART DEI CANESTRI

Immagine tratta da basketcase.blogosfere.it

Oggi, in Croazia, è una giornata di lutto nazionale, perché ricorre un triste anniversario: la morte del Mozart dei Canestri, Drazen Petrovic. Un tragico incidente stradale, il 7 giugno del 1993, se l'è portato via a nemmeno 29 anni di età, gettando nello sconforto e nel dolore migliaia di tifosi di tutto il Mondo, appassionati da quello che il giovane cestista croato riusciva a fare sul parquet.
Nato a Sebenico, città costiera nel sud della Croazia, Drazen sviluppa da subito un amore viscerale per lo sport e per la pallacanestro, ispirato anche dal fratello maggiore Aleksandar (visto anche in Italia da giocatore e allenatore). La sua è una passione a dir poco maniacale: si sveglia tutte le mattine alle sei, va nella palestra del paese, di cui ha le chiavi, e si allena per alcune ore a tirare e dribblare le sedie prima di correre a scuola. A quindici anni entra nella squadra della sua città, e presto conquista un posto da titolare, trascinando la sua formazione a disputare due finali consecutive di Coppa Korac, entrambe perse contro il Limoges. Nel 1984 si trasferisce al Cibona di Zagabria, con cui si impone definitivamente tra le stelle del basket europeo: in 4 stagioni vince un Campionato jugoslavo, tre Coppe di Jugoslavia, due Coppe dei Campioni e una Coppa delle Coppe, e in una singola partita di campionato segna la bellezza di 112 punti. Desideroso di nuove sfide, nel 1988 si trasferisce in Spagna al Real Madrid, dove in un solo anno ottiene Coppa di Spagna e Coppa delle Coppe, dimostrandosi un vero e proprio dominatore, un giocatore di livello superiore rispetto a tutti gli altri in Europa.
La sua voglia di competere è tale che nell'estate del 1989 decide di compiere il grande salto: si dichiara eleggibile per il Draft NBA, e viene scelto dai Portland Trail Blazers, la squadra di Clyde Drexler. La sua è un'esperienza difficile, perché in quel periodi i giocatori europei godono di scarsa considerazione in America, e infatti Drazen è considerato poco più di una riserva; gioca 12 minuti a partita, per lo più nel "garbage time" (ovvero a risultato già acquisito) e nel suo ruolo viene chiuso da almeno altri 4 giocatori. Per questo, neanche il raggiungimento della Finale NBA del 1990 (persa con Detroit) lo soddisfa, e così nel gennaio 1991 viene scambiato con i New Jersey Nets. Qui, Petrovic trova la fiducia dell'ambiente e il minutaggio che cercava, e subito ripaga tutti con prestazioni di altissimo livello. La sua media punti lievita oltre i 20 a partita, il suo ruolo di leader in campo non è più contestato da nessuno, e alla fine della stagione 1993 viene addirittura inserito nel terzo quintetto della NBA, riconoscimento storico per un cestista europeo.
Anche con la Nazionale arrivano importanti soddisfazioni per lui. Nelle prime competizioni che disputa con la maglia della Jugoslavia, conquista un bronzo nelle Olimpiadi del 1984, nei Mondiali del 1986 (in cui è anche eletto MVP) e negli Europei 1987. Poi, con l'arrivo in panchina di Dusan Ivkovic e l'emergere di altri grandi talenti come Paspalj, Kukoc, Radja e Divac, oltre ai giovani Djordjevic, Danilovic e Savic, Petrovic diventa il leader di una squadra fantastica, che mette in mostra un basket fenomenale e si impone come una grande realtà a livello mondiale. Nel 1988 arriva l'argento alle Olimpiadi contro la grande URSS di Sabonis, poi solo vittorie, agli Europei casalinghi del 1989 e ai Mondiali 1990. All'apice del successo, però, sulla squadra si abbatte il dramma della guerra che sta esplodendo in Jugoslavia tra croati e serbi, dilaniando il Paese e i suoi abitanti. Dopo la separazione dalla Serbia, Petrovic diventa il capitano della neonata nazionale croata, che trascina ad uno storico argento contro il Dream Team USA del 1992, e nell'estate successiva guida i suoi nelle qualificazioni agli Europei.
E' proprio in questo contesto che arriva il tragico appuntamento con il destino. Dopo una partita in Polonia, Petrovic e compagni devono recarsi in Germania per il match successivo, ma lui decide di non seguire i compagni in aereo, e di recarsi sul posto in macchina con la fidanzata. La donna però, a causa del maltempo e della scarsa conoscenza delle strade, si spaventa mentre è alla guida, e provoca l'incidente che costa la vita a Drazen. E' il 7 giugno 1993, il giocatore croato muore sul colpo a 28 anni. La notizia fa il giro del Mondo, in Croazia l'intera Nazione è sotto choc per la scomparsa del suo simbolo più grande, in America tutta la NBA lo compiange e i New Jersey Nets ritirano la maglia numero 3 in suo onore. Sulla sua lapide, molti anni dopo, riuscirà a piangere anche Vlade Divac, cestista serbo che per anni aveva condiviso la stanza e una fortissima amicizia con Drazen, prima che la guerra e alcune incomprensioni li dividessero per molti anni, e la morte impedisse ai due la riappacificazione (la NBA ha raccontato la loro storia in uno splendido documentario, Once Brothers).
Oggi ricorre il diciannovesimo anniversario della sua scomparsa. Il basket europeo e mondiale è molto cambiato nel frattempo, la NBA ha definitivamente aperto le porte a giocatori provenienti da altri continenti, alcuni dei quali (Parker, Nowitzki, Gasol) hanno ormai acquisito il ruolo di autentiche superstar, quasi alla pari con gli americani. Ma nessuno ha mai dimenticato il Mozart dei Canestri, il micidiale cecchino che non si tirava mai indietro e affrontava ogni nuova sfida con grinta e decisione, convinto di vincere. Con il suo esempio, è diventato un mito per tutti i cestisti d'Europa, ha aperto le porte dell'America a tanti ragazzi talentuosi, alcuni provenienti da quella che era la sua Jugoslavia. Ancora oggi, tanti anni dopo la sua scomparsa, la Croazia lo piange e ricorda commossa quel suo giovane figlio che, a detta della sua stessa madre, era un angelo nella vita, e un diavolo quando si trovava sul parquet.