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venerdì 7 giugno 2013

DRAZEN PETROVIC: VENT'ANNI DALLA MORTE DEL MOZART DEI CANESTRI

Immagine tratta da sloanecroatia.com
Per moltissimi europei amanti della pallacanestro, quella di oggi sarà sempre una data ricordata con profonda tristezza: sono passati esattamente vent'anni da quella notte in cui, su un'autostrada tedesca, un terribile incidente stradale si portava via Drazen Petrovic, uno dei più grandi campioni di sempre nella storia del basket europeo e non solo. Un giocatore straordinario, un campione a tutto tondo, un personaggio dentro il campo e un uomo tranquillo fuori, un esempio per migliaia di ragazzi che seguendo il suo esempio hanno iniziato a vedere l'NBA come un sogno non così impossibile come poteva sembrare.
Nativo di Sebenico, città croata ma all'epoca parte della Jugoslavia unita, si avvicina al basket seguendo l'esempio del fratello maggiore Aleksandar, e ben presto fa di questa passione la ragione di una vita. La madre ricorda ancora quando, ancora ragazzo, si alzava alle sei del mattino, apriva la palestra di cui aveva ricevuto le chiavi, sistemava accuratamente le sedie e si allenava per alcune ore a palleggiare e tirare prima di andare a scuola. Il talento fa il resto, Drazen in poco tempo diventa il nuovo baby fenomeno della Jugoslavia, con il suo tiro preciso e infallibile e la sua grande intelligenza che gli permette di fare giocate impensabili per gli altri. Si fa notare prima nella squadra locale dello Sebenico, poi al Cibona Zagabria, con cui vince tutto in patria e in Europa, arrivando a segnare 112 punti in una singola partita. Il campionato di casa non gli basta più, approda in Spagna al Real Madrid, fa meraviglie anche lì, come quando segna 62 punti nella finale di Coppa delle Coppe contro la Caserta di Gentile e Oscar, e in estate guida la Jugoslavia al dominio nei Campionati Europei giocati in casa, aggiungendo un oro all'argento olimpico dell'anno prima, quando aveva perso contro un altro mostro sacro del basket europeo, il centro lituano Arvydas Sabonis.
L'ennesimo successo lo convince a fare un ultimo, importante passo, quello che pochissimi europei avevano tentato fino ad allora: il salto nella NBA, il campionato di basket americano, il sogno proibito di tutti i cestisti del vecchio continente. Portland, che già aveva un'opzione per lui nel draft del 1986, lo sceglie, ma l'impatto con la nuova realtà è molto più duro del previsto. Nella squadra di Clyde Drexler il povero Petrovic è uno dei tanti, fatica a trovare spazio e minuti, si deve accontentare di segnare pochissimi punti a partita dopo aver viaggiato a medie di oltre trenta e quaranta in Europa. Il suo allenatore Rick Adelman non gli da fiducia, comincia a diffondersi la voce che sia un giocatore troppo egoista e isolato dagli altri compagni, in generale paga la diffidenza del mondo americano per questi ragazzi europei che vengono da un basket diverso e nessuno giudica in grado di competere con gli "dei". Anche in casa le cose non vanno bene: la Jugoslavia comincia pericolosamente a collassare per le varie spinte indipendentiste al suo interno, il Mondiale vinto nel 1990 è l'ultimo momento di gloria di una Nazione che ormai è pronta ad una terribile guerra civile, che rovina i rapporti tra vecchi compagni di squadra e non permette di giocare con serenità.
A gennaio del 1991, dopo un anno e mezzo di difficoltà, arriva finalmente la svolta per la carriera americana di Petrovic: viene scambiato con i New Jersey Nets, che immediatamente gli affidano una maglia da titolare e gli danno fiducia. In breve tempo, il ragazzo diventa il leader della squadra che arriva ai playoff dopo anni di delusioni, la sua media punti torna sopra i venti e nell'estate del 1993 viene anche inserito nel terzo miglior quintetto della NBA, un riconoscimento impensabile fino ad allora per un europeo. L'ultima consacrazione arriva nell'estate dell'anno precedente, quando guida la neonata Croazia ad una incredibile medaglia d'argento nelle Olimpiadi al cospetto del Dream Team americano di Bird, Magic, Michael Jordan e tante altre stelle, dimostrando che il basket europeo non è così inferiore a quello giocato nella NBA. E' proprio in questo periodo, all'apice della sua carriera cestistica e con alcune offerte importanti da valutare per il futuro, che avviene il tragico incidente. Dopo una partita in Polonia con la nazionale croata, che non abbandona mai, decide di tornare a casa in auto insieme alla fidanzata, che anni dopo sposerà il calciatore Oliver Bierhoff, anziché prendere l'aereo con i suoi compagni. Mentre dorme, la ragazza si spaventa per un improvviso restringimento della carreggiata e causa un incidente che è fatale al cestista, stroncato sul colpo a neanche ventinove anni. 
In Croazia la notizia viene accolta come una vera e propria tragedia, tutto il paese piange per la perdita del suo giovane eroe nazionale, simbolo e speranza di rinascita di una Nazione che stava già soffrendo duramente per la guerra. Altri grandi personaggi dello sport croato lo considerano tuttora una sorta di semidio, un personaggio diverso da tutti gli altri. Il calciatore Zvonimir Boban parlerà sempre di lui con profonda ammirazione e rispetto, il tennista Goran Ivanisevic gli dedicherà la vittoria a Wimbledon nel 2001. Anche la NBA prende con grande dolore l'evento, i New Jersey Nets ritirano la maglia numero 3 da lui indossata, e tutto il mondo piange la perdita di un ragazzo che ha dato e poteva dare ancora tantissimo al basket mondiale. Soffre in silenzio, in Jugoslavia, anche Vlade Divac, cresciuto con lui in Nazionale e suo grande amico e confidente prima che la guerra e una terribile incomprensione dopo i Mondiali del 1990 li portassero al silenzio assoluto. Porterà per tantissimi anni il peso di questo dolore e il rimpianto per non essere riuscito a ricucire in tempo il loro rapporto, solo vent'anni dopo la loro storia sarà rivissuta grazie alla ESPN, e Divac avrà un significativo incontro con la madre di Drazen e il fratello Aleksandar, oltre a visitare la tomba dell'amico scomparso.
La storia ha reso ancora più grande la figura di Petrovic, riconoscendogli i giusti onori e meriti per l'importante contributo dato all'arrivo in NBA di giocatori europei e alla crescita di rispetto per il basket della vecchia Europa da parte degli americani, in precedenza ostili e sospettosi. Il Mozart dei canestri, come lo avevano ribattezzato, ha segnato un'epoca per tutti quei ragazzi bianchi che si sono avvicinati alla pallacanestro, ha cominciato a spianare la strada verso l'America insieme ad altri grandi campioni del suo tempo come Divac, Sabonis, Kukoc. I vari Nowitzki, Gasol, Parker che oggi giocano alla pari con le star della NBA devono tantissimo a Drazen e a questi altri "pionieri", che hanno affrontato diffidenza e ostilità per dimostrare a tutto il mondo che anche loro erano in grado di confrontarsi con i fenomeni del basket. E' per questo che tutto il mondo, oggi come allora, deve ricordare e onorare sempre la figura leggendaria di Petrovic, fenomeno autentico dello sport, uno di quei personaggi che nascono una volta ogni cento anni, e che anche oggi, a vent'anni di distanza, è un mito e un esempio per tanti giovani che sognano di ripetere, almeno in minima parte, le sue imprese sul parquet.

domenica 17 febbraio 2013

MJ, I 50 ANNI DEL RE DEL PARQUET

Immagine tratta da mentalwod.com
Ci sono giocatori che sono universalmente riconosciuti in tutto il mondo come uomini-simbolo dello sport che hanno praticato per anni. Atleti straordinari, campioni con la mentalità vincente, personaggi dentro e fuori dal campo. Quando si pensa al basket, tutti gli appassionati pensano immediatamente ad un solo nome: Michael Jordan. Una stella assoluta, inarrivabile, un giocatore dal talento immenso e dalla forza di volontà ancora più grande, un campione che non ha mai smesso di migliorarsi per rimanere il più forte. E anche per questo, oltre che per tutto quello che ha fatto vedere sui parquet americani e mondiale, è unanimemente riconosciuto come  il più forte giocatore di basket di tutti i tempi. Oggi questo fuoriclasse taglia il prestigioso traguardo dei 50 anni di vita, ed è più che doveroso dedicare a lui questo articolo.
A differenza di molti campioni dello sport, Michael non è un predestinato, si vede che ha buone doti fisiche e atletiche, ma nessuno ha ancora capito che cosa può diventare. A quindici anni, quando si presenta alla Laney High School, il liceo della sua città, per entrare nella squadra di basket, l'allenatore gli preferisce un altro ragazzo perché lo vede troppo magro e basso per questo sport. Qualche anno dopo, nel draft Nba del 1984, Jordan non è la prima scelta assoluta, prima di lui vengono selezionati i centri Hakeem Olajuwon, che diventerà una stella, e Sam Bowie, atleta promettente ma penalizzato dagli infortuni. Con il tempo, però, tutti cominciano a rendersi conto di chi hanno davanti, e di quanto questo giocatore possa fare non solo per il basket americano, ma per quello mondiale. I Chicago Bulls, la squadra che decide di sceglierlo, passano da una delle formazioni più scarse d'America a una delle più promettenti nel giro di pochi anni, costruendo lentamente la squadra intorno ad MJ e lasciando che cresca insieme a lui. Jordan non è solo un atleta fantastico, è un leader in campo e fuori, ha una durezza mentale incredibile, non pensa che a migliorarsi e a vincere, e in questo motiva tutti i suoi compagni e comincia a far sperare una città che non è mai stata grande.
Arrivano i primi spot televisivi, Michael diventa presto una star in tutto il pianeta non solo per le sue imprese sportive, in campo segna più punti di tutti per diverse stagioni e delizia i tifosi nelle gare delle schiacciate. Mancano ancora i successi, perché la squadra non è ancora pronta, e gli avversari di turno, i durissimi Detroit Pistons di Isiah Thomas, sono troppo forti e motivati per lasciarsi sconfiggere. Decisiva è l'estate del 1989, quando la dirigenza di Chicago sceglie come allenatore Phil Jackson e decide di non rivoluzionare la squadra, confidando in una sua crescita con il nuovo coach. Con la sua nuova guida, Jordan e i Bulls perfezionano ulteriormente il gioco, e finalmente arrivano le vittorie, tre di fila, dal 1991 al 1993, contro fenomeni come Magic Johnson, Clyde Drexler e Charles Barkley. Michael è già su un altro livello rispetto ai grandi del passato, molti già lo vedono come il più forte di sempre, ma intanto in lui qualcosa cambia, l'amore per il basket sembra scemare. La morte del suo amatissimo padre, ucciso in una rapina per una macchina che lui stesso gli aveva regalato, lo segna ulteriormente, e lo spinge ad annunciare il ritiro dal mondo del basket, a poco più di trent'anni.
Torna a un'altra sua grande passione dell'infanzia, il baseball, gioca in alcune squadre minori di Chicago con risultati modesti, e senza di lui Chicago affonda e l'Nba si sente come privata di una delle sue stelle più luminose. Dopo un anno e mezzo, Jordan sente tornare le motivazioni, e in una conferenza stampa fa esultare i tifosi di tutto il mondo con tre sole parole: I'm back, sono tornato! Dopo un anno di rodaggio e un'estate di intensi allenamenti, Michael trascina i Bulls ad un nuovo successo e ad un incredibile record di 72 vittorie e 10 sconfitte in stagione regolare, risultato mai ottenuto prima nella storia della Nba. Arriveranno altri due titoli consecutivi, in finali durissime contro gli Utah Jazz di John Stockton e Karl Malone, poi il secondo ritiro di MJ, quello che sembra definitivo questa volta, visti i trentacinque anni e gli incredibili risultati ottenuti. Si dedica al golf, altra sua passione, e alla gestione dei Washington Wizards, ma nel 2001 decide di dare un ulteriore aiuto alla sua nuova squadra tornando clamorosamente a giocare. Lo fa per due anni, senza ambizioni di successo, senza bisogno di dimostrare nulla a nessuno, solo per amore del basket. La squadra non fa miracoli, lui continua a far vedere che la classe non si annacqua nemmeno con gli anni, ma ormai il suo tempo è finito. Nel 2003 si ritira per la terza e ultima volta, con la media punti più alta nella storia della Nba in stagione regolare e playoff e al terzo posto della classifica marcatori di tutti i tempi.
Campione universitario nel suo anno da matricola nel 1982, sei volte campione Nba e in tutte le occasioni Miglior Giocatore delle finali, cinque volte Miglior Giocatore della stagione, dieci volte miglior marcatore del campionato, quattordici partecipazioni all'All Star Game e tre titoli di Miglior Giocatore, due ori olimpici, il primo nel 1984 quando era ancora un universitario, il secondo da stella assoluta con il leggendario Dream Team nel 1992. I titoli non bastano a spiegare che cosa è stato MJ per il basket di tutto il mondo, non bastano a far capire la grandezza di questo personaggio, quanto il suo modo di interpretare il gioco abbia cambiato il basket, portandolo ad un ulteriore livello che mai si era visto prima. Tantissimi sono i momenti memorabili che ha regalato ai tifosi di tutto il mondo, come il Tiro (con la T maiuscola) con cui vinse il suo ultimo titolo Nba nel 1998, a pochi secondi dalla fine, o le schiacciate partendo direttamente dalla linea del tiro libero, come se stesse volando nell'aria. Magic Johnson lo dichiara il più forte di sempre dopo essere stato suo compagno nelle Olimpiadi del 1992, Larry Bird ricorda sempre una gara di playoff del 1986 in cui segnò 63 punti contro di lui, dicendo che quella sera in campo c'era Dio travestito da Michael Jordan. Ha giocato e vinto contro tutti i più forti atleti della sua generazione, in quegli incredibili anni '90 che hanno visto stelle assolute della pallacanestro calcare i campi della Nba e cercare vanamente di contrastarlo.
Tutti i grandi campioni della pallacanestro di oggi, da Kobe Bryant a Lebron James, continuano a pensare a Jordan come al mito da raggiungere, alla vetta da scalare per essere ricordati come i più forti di sempre. Anche loro, come lui e come tutti quelli che lo hanno preceduto, contribuiscono con il loro talento e le loro capacità a rinnovare il basket e a farlo evolvere sempre di più. Ma difficilmente loro o qualcuno che verrà dopo di loro riuscirà a superare la fama di quel numero 23 in maglia rossa e nera, con le scarpette personalizzate dal marchio Aìr, che schiacciava sulla testa di avversari più alti di lui con la lingua di fuori. 
Buon compleanno MJ, e grazie di tutto!

giovedì 7 giugno 2012

IN RICORDO DEL MOZART DEI CANESTRI

Immagine tratta da basketcase.blogosfere.it

Oggi, in Croazia, è una giornata di lutto nazionale, perché ricorre un triste anniversario: la morte del Mozart dei Canestri, Drazen Petrovic. Un tragico incidente stradale, il 7 giugno del 1993, se l'è portato via a nemmeno 29 anni di età, gettando nello sconforto e nel dolore migliaia di tifosi di tutto il Mondo, appassionati da quello che il giovane cestista croato riusciva a fare sul parquet.
Nato a Sebenico, città costiera nel sud della Croazia, Drazen sviluppa da subito un amore viscerale per lo sport e per la pallacanestro, ispirato anche dal fratello maggiore Aleksandar (visto anche in Italia da giocatore e allenatore). La sua è una passione a dir poco maniacale: si sveglia tutte le mattine alle sei, va nella palestra del paese, di cui ha le chiavi, e si allena per alcune ore a tirare e dribblare le sedie prima di correre a scuola. A quindici anni entra nella squadra della sua città, e presto conquista un posto da titolare, trascinando la sua formazione a disputare due finali consecutive di Coppa Korac, entrambe perse contro il Limoges. Nel 1984 si trasferisce al Cibona di Zagabria, con cui si impone definitivamente tra le stelle del basket europeo: in 4 stagioni vince un Campionato jugoslavo, tre Coppe di Jugoslavia, due Coppe dei Campioni e una Coppa delle Coppe, e in una singola partita di campionato segna la bellezza di 112 punti. Desideroso di nuove sfide, nel 1988 si trasferisce in Spagna al Real Madrid, dove in un solo anno ottiene Coppa di Spagna e Coppa delle Coppe, dimostrandosi un vero e proprio dominatore, un giocatore di livello superiore rispetto a tutti gli altri in Europa.
La sua voglia di competere è tale che nell'estate del 1989 decide di compiere il grande salto: si dichiara eleggibile per il Draft NBA, e viene scelto dai Portland Trail Blazers, la squadra di Clyde Drexler. La sua è un'esperienza difficile, perché in quel periodi i giocatori europei godono di scarsa considerazione in America, e infatti Drazen è considerato poco più di una riserva; gioca 12 minuti a partita, per lo più nel "garbage time" (ovvero a risultato già acquisito) e nel suo ruolo viene chiuso da almeno altri 4 giocatori. Per questo, neanche il raggiungimento della Finale NBA del 1990 (persa con Detroit) lo soddisfa, e così nel gennaio 1991 viene scambiato con i New Jersey Nets. Qui, Petrovic trova la fiducia dell'ambiente e il minutaggio che cercava, e subito ripaga tutti con prestazioni di altissimo livello. La sua media punti lievita oltre i 20 a partita, il suo ruolo di leader in campo non è più contestato da nessuno, e alla fine della stagione 1993 viene addirittura inserito nel terzo quintetto della NBA, riconoscimento storico per un cestista europeo.
Anche con la Nazionale arrivano importanti soddisfazioni per lui. Nelle prime competizioni che disputa con la maglia della Jugoslavia, conquista un bronzo nelle Olimpiadi del 1984, nei Mondiali del 1986 (in cui è anche eletto MVP) e negli Europei 1987. Poi, con l'arrivo in panchina di Dusan Ivkovic e l'emergere di altri grandi talenti come Paspalj, Kukoc, Radja e Divac, oltre ai giovani Djordjevic, Danilovic e Savic, Petrovic diventa il leader di una squadra fantastica, che mette in mostra un basket fenomenale e si impone come una grande realtà a livello mondiale. Nel 1988 arriva l'argento alle Olimpiadi contro la grande URSS di Sabonis, poi solo vittorie, agli Europei casalinghi del 1989 e ai Mondiali 1990. All'apice del successo, però, sulla squadra si abbatte il dramma della guerra che sta esplodendo in Jugoslavia tra croati e serbi, dilaniando il Paese e i suoi abitanti. Dopo la separazione dalla Serbia, Petrovic diventa il capitano della neonata nazionale croata, che trascina ad uno storico argento contro il Dream Team USA del 1992, e nell'estate successiva guida i suoi nelle qualificazioni agli Europei.
E' proprio in questo contesto che arriva il tragico appuntamento con il destino. Dopo una partita in Polonia, Petrovic e compagni devono recarsi in Germania per il match successivo, ma lui decide di non seguire i compagni in aereo, e di recarsi sul posto in macchina con la fidanzata. La donna però, a causa del maltempo e della scarsa conoscenza delle strade, si spaventa mentre è alla guida, e provoca l'incidente che costa la vita a Drazen. E' il 7 giugno 1993, il giocatore croato muore sul colpo a 28 anni. La notizia fa il giro del Mondo, in Croazia l'intera Nazione è sotto choc per la scomparsa del suo simbolo più grande, in America tutta la NBA lo compiange e i New Jersey Nets ritirano la maglia numero 3 in suo onore. Sulla sua lapide, molti anni dopo, riuscirà a piangere anche Vlade Divac, cestista serbo che per anni aveva condiviso la stanza e una fortissima amicizia con Drazen, prima che la guerra e alcune incomprensioni li dividessero per molti anni, e la morte impedisse ai due la riappacificazione (la NBA ha raccontato la loro storia in uno splendido documentario, Once Brothers).
Oggi ricorre il diciannovesimo anniversario della sua scomparsa. Il basket europeo e mondiale è molto cambiato nel frattempo, la NBA ha definitivamente aperto le porte a giocatori provenienti da altri continenti, alcuni dei quali (Parker, Nowitzki, Gasol) hanno ormai acquisito il ruolo di autentiche superstar, quasi alla pari con gli americani. Ma nessuno ha mai dimenticato il Mozart dei Canestri, il micidiale cecchino che non si tirava mai indietro e affrontava ogni nuova sfida con grinta e decisione, convinto di vincere. Con il suo esempio, è diventato un mito per tutti i cestisti d'Europa, ha aperto le porte dell'America a tanti ragazzi talentuosi, alcuni provenienti da quella che era la sua Jugoslavia. Ancora oggi, tanti anni dopo la sua scomparsa, la Croazia lo piange e ricorda commossa quel suo giovane figlio che, a detta della sua stessa madre, era un angelo nella vita, e un diavolo quando si trovava sul parquet.