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giovedì 20 giugno 2013

IMBATTIBILE SIENA

Immagine tratta da gonews.it
Chiamatela anche l'invincibile. Sono ormai sette anni che la stagione si conclude con la stessa scena: gli avversari che piangono e si disperano, e Siena al centro del campo che alza al cielo l'ennesimo scudetto. Anche quest'anno è finita così, nonostante lo scetticismo e i dubbi che avevano accompagnato la stagione dei toscani, nonostante il ridimensionamento del budget e la partenza di tanti giocatori importanti.
La bravura del nuovo allenatore Luca Banchi, una vita come secondo di Pianigiani e ora per la prima volta al timone della squadra, è stata quella di mischiare bene l'esperienza dei "superstiti" del gruppo precedente con il talento e la voglia di vincere dei nuovi arrivati. Impegnata su più fronti, Siena è sembrata a tratti inadeguata per vincere il confronto con rivali agguerrite e che erano apparse superiori durante la stagione. Ma i toscani hanno nove vite, anche quando sembrano morti sanno sempre trovare nuove energie ed affidarsi ad un protagonista diverso se una delle stelle non è in giornata. La Coppa Italia aveva già dimostrato che Siena restava una squadra temibile anche senza i campioni delle stagioni precedenti: pur partendo da sfavorita, aveva sconfitto prima Sassari e poi Varese, le squadre che stavano dominando la stagione regolare, aggiudicandosi il primo trofeo della stagione. Si era detto allora che i senesi erano più esperti e abituati degli altri a giocarsi tutto nella partita secca, e che in una serie di playoff non sarebbe stata la stessa storia. Il calo fisico inevitabile, causato dall'impegno in contemporanea in campionato ed Eurolega, aveva alimentato le voci di quanti credevano che fosse davvero arrivata la fine del dominio dei biancoverdi in Italia. Invece, pur eliminata dolorosamente dalla più prestigiosa competizione europea per club, Siena ne ha approfittato per recuperare le energie, ritrovare la forma e la concentrazione migliore e giocarsi tutto nei playoff scudetto.
Il primo segno di riscossa l'hanno lanciato contro Milano, dopo essere stati sotto 2-0 e 3-2 e aver rischiato seriamente un'eliminazione precoce: espugnando il campo avversario in gara 7 e aggiudicandosi la serie, i toscani hanno ribadito che non era così facile buttarli fuori. Contro Varese in semifinale è arrivata la seconda dimostrazione di forza dei senesi, che sono andati sul 3-1, hanno subito la rimonta avversaria perdendo gara 6 in casa con un canestro beffardo a 62 centesimi di secondo dalla fine, ma hanno vinto la sfida decisiva ancora in trasferta chiudendo la serie e guadagnandosi la finale. Qui si è compiuto l'ultimo capolavoro, contro Roma, a cui è stata imposta la superiorità fisica e la maggiore abilità nel gestire gli ultimi decisivi possessi, che ha consentito di vincere in cinque partite la serie e conquistare quello che è il settimo scudetto consecutivo, record assoluto per il Campionato Italiano di basket. Tanti i giocatori meritevoli di una citazione per l'impegno e l'impatto nelle varie serie, ma tre nomi spiccano su tutti gli altri: Bobby Brown, David Moss e Daniel Hackett. Il primo, l'abbiamo già detto più volte, non è sicuramente Bo McCalebb o Terrell McIntyre, non eccelle forse come playmaker, ma ha tanti punti nelle mani, e sa prendersi le sue responsabilità nei momenti caldi delle partite, riuscendo in un attimo a trasformarsi da oggetto misterioso ad uomo decisivo; il secondo è una delle anime di Siena, difensivamente ormai è uno dei migliori se non il migliore in Italia, ha una grande intelligenza cestistica e se è anche in giornata con il tiro da 3 è un'arma fondamentale nell'attacco senese; il terzo, al suo primo palcoscenico importante, è stato a lungo l'uomo decisivo nei playoff, prendendo spesso in mano la squadra nei momenti di difficoltà e mostrando una maturità incredibile, che gli è valsa il titolo di MVP della Finale, che va ad aggiungersi a quello già vinto in Coppa Italia, entrambi meritatissimi.
Condottiero e artefice della vittoria è, indubbiamente, anche l'allenatore Luca Banchi, che ha raccolto una difficile eredità ed è riuscito nonostante tutto a ripetere il prestigioso double Scudetto-Coppa Italia, convincendo anche i più scettici delle sue capacità. Partito con una rosa ridimensionata e molto scetticismo, ha saputo correggere in corsa la rotta mantenendo sempre alta la concentrazione della squadra e confermando alcuni principi fondamentali della gestione precedente, come la difesa dura e la capacità di giocare per creare tiri aperti per il giocatore meglio piazzato. Le scommesse Hackett e Brown si sono rivelate vincenti, il gruppo storico con Moss e gli italiani Carraretto e Ress ha fatto il suo, il resto della rosa è riuscito a turno a fare la sua parte, e così si è costruito l'ennesimo trionfo della gestione Minucci. Ieri è scattata ancora una volta la festa nella città del Palio, mai sazia di successi e di vittorie, e che ha visto nello sport un riscatto dopo un'annata difficile e tante polemiche che non hanno nulla a che fare con lo sport. Permettetemi di concludere facendo un appunto al comportamento pessimo dei tifosi, o presunti tali, di alcune squadre, che non hanno saputo accettare il verdetto del campo reagendo in modo violento e a volte incomprensibile, come a Varese quando hanno sommerso di oggetti e insulti i senesi, e anche ieri a Roma purtroppo si è avuto qualche momento difficile, anche se poi la premiazione si è svolta nella massima tranquillità. Considerando i problemi finanziari e l'evidente calo di qualità a cui va incontro il nostro basket, sarebbe bello che almeno lo spirito sportivo rimanesse inalterato e che certe scene non si vedessero più nei palazzetti italiani. Sarebbe quello il primo passo per rilanciare un movimento che ha grande bisogno di aria nuova, e che merita decisamente un seguito e una visibilità maggiori. Adesso iniziano le vacanze estive, ma tutti aspettiamo con ansia l'inizio di una nuova, entusiasmante stagione, e vediamo se si confermerà ancora il finale di questi ultimi anni: Siena vince, e tutti gli altri stanno a guardare.

venerdì 7 giugno 2013

DRAZEN PETROVIC: VENT'ANNI DALLA MORTE DEL MOZART DEI CANESTRI

Immagine tratta da sloanecroatia.com
Per moltissimi europei amanti della pallacanestro, quella di oggi sarà sempre una data ricordata con profonda tristezza: sono passati esattamente vent'anni da quella notte in cui, su un'autostrada tedesca, un terribile incidente stradale si portava via Drazen Petrovic, uno dei più grandi campioni di sempre nella storia del basket europeo e non solo. Un giocatore straordinario, un campione a tutto tondo, un personaggio dentro il campo e un uomo tranquillo fuori, un esempio per migliaia di ragazzi che seguendo il suo esempio hanno iniziato a vedere l'NBA come un sogno non così impossibile come poteva sembrare.
Nativo di Sebenico, città croata ma all'epoca parte della Jugoslavia unita, si avvicina al basket seguendo l'esempio del fratello maggiore Aleksandar, e ben presto fa di questa passione la ragione di una vita. La madre ricorda ancora quando, ancora ragazzo, si alzava alle sei del mattino, apriva la palestra di cui aveva ricevuto le chiavi, sistemava accuratamente le sedie e si allenava per alcune ore a palleggiare e tirare prima di andare a scuola. Il talento fa il resto, Drazen in poco tempo diventa il nuovo baby fenomeno della Jugoslavia, con il suo tiro preciso e infallibile e la sua grande intelligenza che gli permette di fare giocate impensabili per gli altri. Si fa notare prima nella squadra locale dello Sebenico, poi al Cibona Zagabria, con cui vince tutto in patria e in Europa, arrivando a segnare 112 punti in una singola partita. Il campionato di casa non gli basta più, approda in Spagna al Real Madrid, fa meraviglie anche lì, come quando segna 62 punti nella finale di Coppa delle Coppe contro la Caserta di Gentile e Oscar, e in estate guida la Jugoslavia al dominio nei Campionati Europei giocati in casa, aggiungendo un oro all'argento olimpico dell'anno prima, quando aveva perso contro un altro mostro sacro del basket europeo, il centro lituano Arvydas Sabonis.
L'ennesimo successo lo convince a fare un ultimo, importante passo, quello che pochissimi europei avevano tentato fino ad allora: il salto nella NBA, il campionato di basket americano, il sogno proibito di tutti i cestisti del vecchio continente. Portland, che già aveva un'opzione per lui nel draft del 1986, lo sceglie, ma l'impatto con la nuova realtà è molto più duro del previsto. Nella squadra di Clyde Drexler il povero Petrovic è uno dei tanti, fatica a trovare spazio e minuti, si deve accontentare di segnare pochissimi punti a partita dopo aver viaggiato a medie di oltre trenta e quaranta in Europa. Il suo allenatore Rick Adelman non gli da fiducia, comincia a diffondersi la voce che sia un giocatore troppo egoista e isolato dagli altri compagni, in generale paga la diffidenza del mondo americano per questi ragazzi europei che vengono da un basket diverso e nessuno giudica in grado di competere con gli "dei". Anche in casa le cose non vanno bene: la Jugoslavia comincia pericolosamente a collassare per le varie spinte indipendentiste al suo interno, il Mondiale vinto nel 1990 è l'ultimo momento di gloria di una Nazione che ormai è pronta ad una terribile guerra civile, che rovina i rapporti tra vecchi compagni di squadra e non permette di giocare con serenità.
A gennaio del 1991, dopo un anno e mezzo di difficoltà, arriva finalmente la svolta per la carriera americana di Petrovic: viene scambiato con i New Jersey Nets, che immediatamente gli affidano una maglia da titolare e gli danno fiducia. In breve tempo, il ragazzo diventa il leader della squadra che arriva ai playoff dopo anni di delusioni, la sua media punti torna sopra i venti e nell'estate del 1993 viene anche inserito nel terzo miglior quintetto della NBA, un riconoscimento impensabile fino ad allora per un europeo. L'ultima consacrazione arriva nell'estate dell'anno precedente, quando guida la neonata Croazia ad una incredibile medaglia d'argento nelle Olimpiadi al cospetto del Dream Team americano di Bird, Magic, Michael Jordan e tante altre stelle, dimostrando che il basket europeo non è così inferiore a quello giocato nella NBA. E' proprio in questo periodo, all'apice della sua carriera cestistica e con alcune offerte importanti da valutare per il futuro, che avviene il tragico incidente. Dopo una partita in Polonia con la nazionale croata, che non abbandona mai, decide di tornare a casa in auto insieme alla fidanzata, che anni dopo sposerà il calciatore Oliver Bierhoff, anziché prendere l'aereo con i suoi compagni. Mentre dorme, la ragazza si spaventa per un improvviso restringimento della carreggiata e causa un incidente che è fatale al cestista, stroncato sul colpo a neanche ventinove anni. 
In Croazia la notizia viene accolta come una vera e propria tragedia, tutto il paese piange per la perdita del suo giovane eroe nazionale, simbolo e speranza di rinascita di una Nazione che stava già soffrendo duramente per la guerra. Altri grandi personaggi dello sport croato lo considerano tuttora una sorta di semidio, un personaggio diverso da tutti gli altri. Il calciatore Zvonimir Boban parlerà sempre di lui con profonda ammirazione e rispetto, il tennista Goran Ivanisevic gli dedicherà la vittoria a Wimbledon nel 2001. Anche la NBA prende con grande dolore l'evento, i New Jersey Nets ritirano la maglia numero 3 da lui indossata, e tutto il mondo piange la perdita di un ragazzo che ha dato e poteva dare ancora tantissimo al basket mondiale. Soffre in silenzio, in Jugoslavia, anche Vlade Divac, cresciuto con lui in Nazionale e suo grande amico e confidente prima che la guerra e una terribile incomprensione dopo i Mondiali del 1990 li portassero al silenzio assoluto. Porterà per tantissimi anni il peso di questo dolore e il rimpianto per non essere riuscito a ricucire in tempo il loro rapporto, solo vent'anni dopo la loro storia sarà rivissuta grazie alla ESPN, e Divac avrà un significativo incontro con la madre di Drazen e il fratello Aleksandar, oltre a visitare la tomba dell'amico scomparso.
La storia ha reso ancora più grande la figura di Petrovic, riconoscendogli i giusti onori e meriti per l'importante contributo dato all'arrivo in NBA di giocatori europei e alla crescita di rispetto per il basket della vecchia Europa da parte degli americani, in precedenza ostili e sospettosi. Il Mozart dei canestri, come lo avevano ribattezzato, ha segnato un'epoca per tutti quei ragazzi bianchi che si sono avvicinati alla pallacanestro, ha cominciato a spianare la strada verso l'America insieme ad altri grandi campioni del suo tempo come Divac, Sabonis, Kukoc. I vari Nowitzki, Gasol, Parker che oggi giocano alla pari con le star della NBA devono tantissimo a Drazen e a questi altri "pionieri", che hanno affrontato diffidenza e ostilità per dimostrare a tutto il mondo che anche loro erano in grado di confrontarsi con i fenomeni del basket. E' per questo che tutto il mondo, oggi come allora, deve ricordare e onorare sempre la figura leggendaria di Petrovic, fenomeno autentico dello sport, uno di quei personaggi che nascono una volta ogni cento anni, e che anche oggi, a vent'anni di distanza, è un mito e un esempio per tanti giovani che sognano di ripetere, almeno in minima parte, le sue imprese sul parquet.

domenica 12 agosto 2012

PUNTO OLIMPICO N. 16

Immagine tratta da radiomania.org
Con un po' di malumore, chiudiamo oggi la nostra rubrica su questi splendidi Giochi Olimpici di Londra 2012, che di sicuro non hanno tradito le attese. Ecco chi sono i nostri migliori e peggiori di oggi.
I MIGLIORI
Aleksey Shved (pallacanestro): Dopo un torneo non all'altezza, con due prestazioni a dir poco deludenti nei quarti e in semifinale, alla fine i punti decisivi per la medaglia di bronzo li ha segnati proprio la giovane guardia dal fisico imponente e dagli attributi sicuramente di ferro. Nel tiratissimo match contro gli argentini della "Generacion Dorada", quei Ginobili, Scola, Nocioni arrivati davvero all'ultimo tango, la Russia si è aggrappata proprio a Shved nel massimo momento di difficoltà, quando gli avversari hanno provato a scavare un solco e indirizzare la sfida. Lui stavolta ha risposto presente, si è caricato la squadra sulle spalle, ha segnato 7 punti consecutivi prima, poi la tripla tutta carattere e grinta che ha ridato ai russi l'ultimo, decisivo vantaggio che è valso la medaglia di bronzo. Talento emergente del basket europeo, nemmeno ventiquattro anni, ha pienamente il suo prossimo approdo nella NBA con la maglia dei Minnesota Timberwolves, dove raggiungerà il compagno di squadra Kirilenko e lo spagnolo Rubio. Una dimostrazione della crescita del movimento cestistico del vecchio continente, sempre più in grado di competere con i maestri americani.
Vladimir Alekno (pallavolo): Giocarsi una finale per l'oro olimpico, essere sotto due set a zero e ad un passo dalla sconfitta, e trovare la forza e l'intelligenza per cambiare volto alla propria squadra e guidarla alla rimonta vincente. La finale di pallavolo maschile premia la bravura del tecnico russo, e un po' anche la sua lucida follia: sotto di due parziali, con i suoi completamente in bambola e sottomessi alla fantasia e alla potenza dei brasiliani, Alekno si è inventato la mossa vincente. Muserskiy, il centrale di ruolo, viene spostato ad opposto per sfruttare i suoi 218 centimetri, e i punti e alcune grandi difese del gigante hanno il merito di svegliare i compagni, che finalmente giocano da campioni e rimontano e vincono il terzo set. Da quel momento non c'è stata più storia, il Brasile ha perso il bandolo del gioco e la grinta, la Russia ha difeso e attaccato come mai prima, e al tie-break si è portata a casa il primo oro olimpico dal 1980, quando esisteva ancora l'U.R.S.S. Merito appunto del genio o della follia del suo allenatore, che finora aveva vinto solo una World League nel 2011, fallendo in tutte le occasioni più importanti. Oggi si è rifatto, e alla grande.
Ratko Rudic (pallanuoto): Vent'anni fa, a Barcellona 1992, ci ha fatto sorridere di gioia, oggi purtroppo ci ha fatto piangere, ma non si può non ammirare e celebrare questo fantastico allenatore. Autentico maestro della pallanuoto, dapprima grande giocatore nel panorama europeo, Rudic ha dato il meglio di sé quando ha abbandonato l'attività agonistica per diventare allenatore. Il suo palmares parla molto chiaro: prima di oggi due medaglie d'oro olimpiche e mondiali e due argenti europei con la Jugoslavia, un oro e un bronzo olimpico, un oro mondiale, due ori e un bronzo europeo con l'Italia, un oro e due bronzi mondiali e un oro europeo con la Croazia. Oggi, vincendo la finale olimpica contro la sua ex-squadra, l'Italia guidata dal suo vecchio giocatore e allievo Sandro Campagna, è diventato il primo allenatore ad ottenere un oro con tre nazionali diverse, entrando definitivamente nella leggenda. Oltre trent'anni di carriera a bordo vasca, a motivare e far crescere numerose generazioni di campioni, e ancora tanta voglia di vincere e di stupire il Mondo. Complimenti a Ratko, il vero fenomeno oggi è stato lui.
I medagliati azzurri (sport vari): Non sarebbe giusto scegliere tra loro, meritano tutti una citazione quest'oggi, per le cinque medaglie che hanno portato alla causa azzurra in sport completamente diversi. Decisi i ragazzi della pallavolo, bronzo dopo un match duro con la Bulgaria, vinto soprattutto con la testa e con la grinta, dedicato al defunto Bovolenta. Da applausi la prova di Marco Aurelio Fontana, bronzo nella mountain bike ma condizionato dalla sfortuna, perché ha fatto metà dell'ultimo giro senza sellino, quando ancora era in corso per la vittoria. Bravissime le ragazze della ginnastica ritmica, bronzo per demeriti propri ma soprattutto delle giurie, che comunque si sono riprese la medaglia che a Pechino era stata negata loro. Eroico Roberto Cammarelle nella boxe, sul ring contro un avversario dieci anni più giovane di lui, sfavorito dai giudici in maniera incredibile ma che si prende un argento, terza medaglia in tre Olimpiadi disputate. Favolosi i ragazzi della pallanuoto, tornati davvero il Settebello che conoscevamo, argento contro una Croazia superiori ma tornati grandi a soli tre anni di distanza dall'orribile Mondiale del 2009. Bravi tutti davvero!
I PEGGIORI
Wilson Kipsang Kiprotich (atletica): Da anni si dice degli atleti africani: se alle loro indubbie doti fisiche unissero un po' di intelligenza tattica e di lucidità nei momenti decisivi, sarebbero davvero imbattibili. Oggi il maratoneta del Kenia ha rispecchiato pienamente questa teoria, con una condotta di gara a dir poco suicida e inspiegabile che gli è costata forse la medaglia d'oro. Vincitore nella Maratona di Londra di quest'anno, conosceva bene il circuito e tutti si aspettavano da lui una grande prestazione e la possibilità di competere per il successo con il campione del mondo di specialità, il suo connazionale Kirui. Come da premesse, Kipsang è partito molto forte, inserendosi nel gruppo di testa e azzardando addirittura un attacco in solitaria dopo 10 chilometri. Si è rivelato un errore fatale, perché lentamente è stato ripreso da altri due compagni di fuga, il campione Kirui e l'ugandese, suo omonimo, Stephen Kiprotich, e quando quest'ultimo ha piazzato l'attacco giusto a pochi chilometri dalla fine non ha avuto la forza di reagire. Alla fine per il keniano è arrivato il terzo posto, che vuol dire comunque una medaglia di bronzo olimpica, ma sicuramente meno di quanto avrebbe potuto e dovuto fare.
Il Brasile (pallavolo): Passare dalla festa a base di samba alle lacrime e alla delusione. Quella di oggi è una sconfitta che fa male, malissimo a Bernardinho e ai suoi ragazzi, arrivati a un passo dal risalire sul gradino più alto del podio e ricacciati incredibilmente giù dalla rimonta degli avversari russi. La gara era iniziata benissimo per i brasiliani, con un attacco efficace, l'ispirato palleggiatore Bruno a illuminare la scena, il muro a respingere e sporcare ogni pallone, e il libero Sergio a riprendere anche gli attacchi più impossibili. Due set vinti, anzi dominati, un terzo comunque in controllo che si avviava alla conclusione, la festa pronta ad esplodere. Poi, la svolta: il cambio tattico di Alekno, due palle match annullate dagli avversari, il set lasciato ai russi, e il lento crollo nei parziali successivi, fino alla resa quasi senza combattere. Ci hanno provato tutti, anche gli esperti Giba e Ricardo, a cambiare le cose, ma ormai la luce si era spenta e l'oro è svanito ancora, beffardamente, come a Pechino quattro anni fa.
I giudici (ginnastica ritmica): Non è mai bello imputare le sconfitte o le delusioni solo al giudizio degli arbitri, senza dare responsabilità anche agli atleti "puniti". Abbiamo cercato di non farci prendere dal campanilismo, abbiamo recriminato soprattutto per alcune regole che sembravano assurde e sfortunate, non solo ai danni degli italiani. Oggi però dobbiamo contestare i giudici della ginnastica ritmica, e giustificare chi diceva che almeno l'oro, se non tutto il podio, era già deciso a priori. Le atlete russe, certamente brave e competitive, sono state premiate oltre misura dai giudici per esercizi buoni ma non eccezionali, con punteggi ritenuti assurdi da più persone. Altrettanto premiate sono state le bielorusse, argento con delle prove che sicuramente erano meno difficili e spettacolari di quelli delle azzurre, scivolate al terzo posto per una piccola sbavatura ma anche per dei punteggi decisamente bassi. Meno male che le bulgare ci hanno messo del loro, altrimenti la beffa di Pechino rischiava di ripetersi...Occorre cambiare qualcosa, altrimenti si rischia di far perdere credibilità al movimento della ritmica mondiale.
I giudici 2 (pugilato): Altra nota negativa in quest'ultima giornata delle Olimpiadi, ancora una volta ai danni di un nostro atleta, penalizzato in favore di un avversario che giocava in casa e aveva tutto il tifo per sé. Quello del nostro Roberto Cammarelle doveva essere un oro senza discussioni, si è tramutato in un argento perché i giudici hanno premiato in modo eccessivo il pugile di casa Anthony Joshua, buon boxeur ma che non era minimamente sembrato migliore del nostro campione. Un primo round nettamente a favore di Roberto, più del 6-5 finale, e soprattutto un'ultima ripresa da 8-5 per il britannico a dir poco fantasiosa, per un pareggio che diventa vittoria grazie al parere, ovviamente pro atleta di casa, dei giudici. Una truffa non nuova al pugilato olimpico, protagonista già di decisioni controverse, su tutte la finale olimpica del 1988, che ha cercato di cambiare regole di giudizio proprio per evitare favoritismi. Visto il modo in cui è stato trattato Cammarelle in tutto il torneo e soprattutto in questa finale, occorre fare ancora moltissimo.
Grazie a tutti per averci seguiti in questa rubrica e durante questi Giochi Olimpici, a presto!

giovedì 9 agosto 2012

PUNTO OLIMPICO N. 12

Immagine tratta da ilmondodipatty.it
Comincia il conto alla rovescia per la conclusione di questa edizione 2012 dei Giochi Olimpici. Siamo alla dodicesima giornata di gare, ne mancano quattro alla fine. Vediamo i nostri migliori e peggiori di oggi.
I MIGLIORI
Sarah Attar (atletica): Per una volta, a meritare la prima pagina non è una campionessa affermata, bensì una ragazza che probabilmente non diventerà mai un fenomeno, ma oggi ha scritto una pagina importante di sport e si è meritata la nostra attenzione. Sarah sta per compiere vent'anni, è "specializzata" se così si può dire negli 800 metri, viene dall'Arabia Saudita ed è una delle due atlete, insieme alla judoka Shaherkani, a rappresentare per la prima volta il suo Paese in campo femminile in un'edizione dei Giochi Olimpici. Oggi nessuno si aspettava nulla di straordinario da lei, che seguendo il rigido costume islamico si è presentata al via con il velo e una lunga tuta per coprire braccia e gambe. Ha corso la sua batteria di qualificazioni con un tempo molto alto, oltre 40 secondi in più della vincitrice, ma pur arrivando per ultima ha ricevuto il caloroso applauso e il sostegno di tutto lo stadio. Lei ha ringraziato tutti con un sorriso, senza badare al tempo: insieme alla sua collega judoka, ha già scritto una pagina importante di storia, non solo sportiva.
L'Italvolley (pallavolo): Ieri eravamo distrutti per l'ennesima delusione arrivata dalla formazione femminile, oggi invece celebriamo quella che è ormai una vera certezza dei Giochi Olimpici: la squadra maschile italiana. Dopo le ultime, deludenti prestazioni in girone contro l'Australia e la Bulgaria, in pochi avevano ancora fiducia nei nostri ragazzi, chiamati a compiere l'impresa contro i fortissimi Stati Uniti, campioni a Pechino e tra i favoriti per la vittoria. Il successo è arrivato, addirittura con un secco 3-0 e solo il primo set combattuto e vinto ai vantaggi, mentre negli altri parziali gli americani hanno potuto poco o nulla contro i nostri ragazzi. Oggi hanno giocato tutti alla grande, soprattutto in attacco con Zaytsev, Lasko e Savani a fare la voce grossa e Travica ottimo nel distribuire i palloni. Nonostante il calo di talenti e le difficoltà incontrate negli anni dal nostro movimento pallavolistico, gli azzurri raggiungono le semifinali del torneo olimpico per il quinto anno consecutivo, mostrandosi tra i migliori del Mondo, una dimostrazione di forza e maturità da fare invidia a molti.
Il Settebello (pallanuoto): Per una formazione che è abituata ormai ai piazzamenti importanti nelle Olimpiadi, eccone un'altra che invece torna tra le migliori del Mondo a 16 anni di distanza dall'ultima volta. Era dai tempi del mitico Ratko Rudic e della generazione di fenomeni in calottina azzurra che il Settebello non entrava in una semifinale olimpica: allora si giocava ad Atlante, e in vasca per gli azzurri c'era Sandro Campagna, attuale allenatore e condottiero di questa squadra nuovamente competitiva. Contro i maestri ungheresi, campioni delle ultime 3 edizioni dei Giochi Olimpici, gli azzurri hanno sfoderato una grande prova di squadra, riuscendo a imporsi al termine di una sfida molto tirata ma che ha visto i nostri sempre in controllo della situazione. Ora c'è la Serbia, squadra temibile ma già affrontata e battuta un anno fa, nella finale dei Mondiali: una sfida sicuramente difficile, ma con questo gruppo non è vietato sognare.
Warren Weir (atletica): Quando hai davanti dei mostri sacri come Powell, Bolt e Blake è difficile riuscire ad emergere e ad esprimersi su grandi livelli, soprattutto se non sfrutti le opportunità che ti si presentano. Oggi questo giovane sprinter giamaicano ha confermato quanto di buono aveva fatto vedere ieri nelle batterie dei 200 metri, correndo la sua semifinale con buon ritmo e ottenendo un tranquillo secondo posto che gli vale la finale di domani sera. Coetaneo di Blake, si era guadagnato la partecipazione a queste Olimpiadi con un terzo posto nei Trials giamaicani, proprio nella gara che aveva visto l'incredibile sconfitta del re Bolt e aveva messo un po' in allarme tutti i suoi tifosi. Ironico davanti alla telecamera come tutti i suoi connazionali, non ha sentito minimamente la pressione e ha confermato di possedere ottime doti, tanto che qualcuno ha iniziato a sognare una tripletta giamaicana nella finale. Vedremo se domani saprà stupire ancora.
I PEGGIORI
Silvia Salis (atletica): Chiariamolo subito, nessuno si aspettava una medaglia e tanto meno una vittoria dalla lanciatrice di martello ligure, che pure negli ultimi anni aveva ottenuto risultati discreti, come il settimo posto agli Europei di due anni fa e il nono ai Mondiali dello scorso anno. Oggi però Silvia ha deluso molto le aspettative, perché la possibilità di entrare in finale e di migliorare il piazzamento di Pechino 2008 c'era. L'azzurra però non è mai sembrata a suo agio, ha effettuato un primo lancio fuori dal perimetro valido, un secondo contro la rete di protezione, e il terzo e ultimo che ha ancora toccato le reti, fermandosi alla misura di 10 metri e poco più, molto meno dei 70 metri che erano abbondantemente alla sua portata. La ligure ha pagato un netto calo atletico dopo una brillante prima fase di stagione, ha provato a dare il massimo nonostante tutto ma ha finito per essere solo imprecisa, e ha chiuso la sua esperienza olimpica ampiamente insoddisfatta. Un vero peccato, avrebbe meritato un risultato migliore.
La squadra francese (basket): Lo dicono tanti esperti da parecchi anni a questa parte: se i suoi talenti imparassero a giocare di squadra e a sacrificarsi tutti insieme per un obiettivo comune, la Francia sarebbe un avversario temibile per chiunque. Dall'anno scorso, in vista proprio di queste Olimpiadi, i vari Parker, Diaw, Batum e Turiaf sembravano aver capito tutto questo, avevano ottenuto un secondo posto agli Europei e sembravano finalmente in grado di far diventare un ottimo gruppo di singoli una vera squadra. Oggi con la Spagna avevano l'occasione della vita di entrare nella storia, visto il loro stato di forma in crescendo e il momento un po' complicato della squadra iberica. Invece, dopo aver fatto un'ottima metà di gara, i francesi si sono persi nell'ultimo quarto, quando hanno segnato solo 6 punti, con forzature e troppe giocate individuali, lasciando di fatto la vittoria alla Spagna. A ciò si aggiunge il nervosismo nel finale, con due falli durissimi di Turiaf e Batum che non hanno giustificazioni e meritano una punizione esemplare. Davvero un pessimo modo per chiudere l'Olimpiadi.
Veronica Campbell-Brown (atletica): Per una volta, la Giamaica che sta dominando il panorama della velocità mondiale è uscita da una gara senza la medaglia dal metallo più pregiato. Nella gara femminile dei 200 metri in tanti si aspettavano una grande gara dalla Campbell-Brown, campionessa giamaicana nella specialità e già due volte campionessa olimpica su questa distanza. A sorpresa, invece, per la sprinter è arrivato un deludente quarto posto, che l'ha relegata ai piedi del podio e ha cancellato le sue speranze di un tris olimpico. E' vero che negli ultimi anni le sue prestazioni erano un po' in calo, e che in pista c'erano tante rivali agguerrite, una su tutte la vincitrice e specialista americana Allyson Felix, ma finire addirittura senza medaglia è stato davvero deludente per una campionessa come lei. Una delusione insomma, dopo il terzo posto quasi a sorpresa nei 100 metri, che non sono mai stati la sua distanza. Vedremo se nella staffetta 4x100 riuscirà a riscattarsi e a prendersi il primo oro di queste Olimpiadi.
Dayron Robles (atletica): E' probabile che qualcuno andrà a gettare del sale sui blocchi di partenza dei 110 ostacoli: dopo il clamoroso e sfortunato infortunio del campione cinese Liu Xiang, caduto un attimo dopo lo start e costretto ad abbandonare la pista su una gamba sola, ieri è stato il turno della medaglia d'oro di Pechino, Dayron Robles. Il cubano, reduce da una stagione discreta anche se non positiva come in passato, puntava su questa gara per provare a tornare tra i migliori della disciplina, dopo alcune prestazioni non all'altezza in passato e soprattutto la discussa squalifica dei Mondiali dello scorso anno, quando aveva ostacolato Liu Xiang. La vittoria sembrava comunque una chimera, viste le grandi prestazioni degli americani Merritt e Richardson, ma con l'uscita di scena del rivale cinese le speranze di ottenere almeno un podio e onorare l'oro di quattro anni fa c'erano. Invece, Robles non è riuscito a terminare la gara, si è fermato poco dopo la metà per un infortunio muscolare alla coscia, e così ha chiuso nel modo peggiore la sua esperienza in queste Olimpiadi. Da oggi in poi, potrebbero autorizzare tutti i partecipanti a questa gara a portarsi un talismano sui blocchi: visti i tanti infortuni e gli errori, potrebbe tornare utile...

domenica 5 agosto 2012

PUNTO OLIMPICO N. 8

Immagine tratta da pocket-lint.com
Siamo arrivati all'ottava giornata di questi bellissimi Giochi Olimpici di Londra 2012. Vediamo chi sono stati  migliori e i peggiori di oggi.
I MIGLIORI
Jessica Rossi (tiro a volo): Un cognome che in Italia è assolutamente comune per una ragazza che di normale non ha niente. Vent'anni appena, ma una freddezza da assoluta veterana e la sicurezza di chi conosce i propri mezzi e le proprie possibilità. Una gara a dir poco perfetta nel trap per Jessica, che straccia un record dopo l'altro, chiude con 99 piattelli rotti su 100 e si prende un oro strameritato. Una predestinata del tiro, visto che fin da quando aveva diciassette anni ha incominciato a vincere e a far vedere a tutti le sue qualità: prima campionessa italiana, poi europea e mondiale, una vera e propria scalata al successo. Questo oro olimpico è la definitiva consacrazione, la dimostrazione del suo talento cristallino, e la dedica ai terremotati dell'Emilia dimostra che questa ragazza, nonostante la fama improvvisa, ha ancora i piedi ben saldi per terra.
Serena Williams (tennis): L'avevamo detto: in bocca al lupo a chi se la troverà di fronte, perché ne avrà veramente bisogno. Non c'è stato niente da fare, lo stato di grazia dell'americana è davvero incredibile: finale dominata contro la Sharapova, l'unica che sembrava in grado di poterla impensierire, un 6-0 6-1 che non ammette repliche. In totale, sono 17 i game persi in tutto il torneo dalla Williams, che è tornata ai livelli di qualche anno fa, quando insieme alla sorella Venus monopolizzava le finali degli Slam di tennis, trasformandole in sfide tutte in famiglia. Con l'oro conquistato oggi, Serena centra l'ultimo successo che le mancava ed entra ufficialmente nella leggenda del tennis mondiale, visto che l'unica tennista in grado di realizzare un simile en-plain di successi è stata Steffi Graf negli anni Ottanta. Una vera leggenda, complimenti davvero.
Oscar Pistorius (atletica): Si può entrare nella storia in mille modi, talvolta bisogna vincere titoli e gare e fare record su record, in altri casi invece basta solo partecipare. Questa mattina, a Pistorius è bastato essere al via delle batterie dei 400 metri per scrivere un nuovo, importante capitolo di sport. Privo di entrambe le gambe, che gli sono state amputate dal ginocchio in giù a nemmeno un anno per una malformazione, il sudafricano ha iniziato da tempo una lunga battaglia contro la IAAF per partecipare alle gare insieme ai normodotati. A Pechino 2008 non ci arrivò per non aver ottenuto i tempi minimi di qualificazione, stavolta invece il suo sogno è diventato realtà. Alla sua prima gara ha ottenuto un brillante secondo posto, che gli vale l'accesso in semifinale, ma soprattutto ha ricevuto l'ovazione e i complimenti di tutto lo stadio, per il coraggio e la tenacia dimostrata nell'inseguire il suo sogno. Comunque vada a finire, lui la sua Olimpiade l'ha già vinta.
Gregorio Paltrinieri (nuoto): Citazione di merito per questo ragazzo che a breve compirà 18 anni. Esploso nei recenti Europei di nuoto in Ungheria, dove ha conquistato l'argento negli 800 stile e l'oro nei 1500 stile, aveva ottenuto il pass olimpico, e già per questo aveva fatto molto. Poi, quanto tutti i suoi colleghi in vasca hanno inesorabilmente fallito, tutte le speranze azzurre di ottenere una medaglia ed evitare un clamoroso "zero" sono rimaste sulle sue giovani spalle. Ha concluso la finale dei 1500 metri al quinto posto, un po' condizionato da un problema alla spalla accusato in mattinata, ma non ha cercato alibi, si è preso le sue responsabilità e ha dato appuntamenti a tutti alle prossime occasioni, perché il futuro dovrà appartenere a lui e alla sua generazione. In una spedizione condizionata da polemiche, tante chiacchiere e pochissimi risultati, il suo sorriso e la sua voglia di divertirsi e competere nonostante tutto sono forse la fotografia più bella.
I PEGGIORI
Pau Gasol (basket): E' da anni il simbolo della Spagna vincente, uno dei cestisti europei più forti di tutti i tempi, due volte campione NBA con i Los Angeles Lakers e d'Europa con i suoi compagni iberici, e ha vinto anche i Mondiali del 2006 e un argento olimpico nel 2008. Su di lui sono riposte molte delle speranze di una squadra che, per il potenziale atletico a disposizione, sembra l'unica in grado di competere con Team USA per la medaglia d'oro. Purtroppo oggi il centro spagnolo si è reso protagonista in negativo nella sconfitta della sua Spagna contro la Russia: nell'ultimo minuto di gioco, con il punteggio in parità, prima ha lasciato solo Mozgov che è andato a schiacciare, poi ha mancato uno dei due liberi che probabilmente avrebbero mandato la gara al supplementare. Niente è perduto ovviamente, siamo solo al girone, ma così gli spagnoli rischiano seriamente di dover affrontare gli USA già nelle semifinali, compromettendo le speranze di ottenere l'oro. Pau e compagni sono chiamati ad una pronta reazione e a non commettere più errori, se vogliono tenere vivi i loro sogni di vittoria.
La squadra femminile (scherma): Nello sport che ci sta riservando le maggiori soddisfazioni, vale a dire la scherma, oggi è arrivata la prima vera delusione: le ragazze della spada, che già non avevano brillato molto nel singolare, sono state eliminate subito nella prova a squadra, abbandonando i sogni di ottenere una medaglia. Contro gli Stati Uniti, non proprio le avversarie più dure da affrontare, le nostre hanno iniziato abbastanza bene, poi hanno preso un parziale importante nella seconda parte dell'incontro, che non sono più riuscite a recuperare. Negativa soprattutto la prova di Nadia Del Carretto e Rossella Fiamingo, dominate dalle rispettive avversarie, con la sola Mara Navarria a cercare di tenere in piedi la sfida. Giornata conclusa con un deludente settimo posto, e con la sensazione che bisognerà lavorare parecchio per creare una squadra vincente e affiatata.
Francesca Dallapé (tuffi): Dopo la delusione per la medaglia persa di un soffio nei 3 metri sincro, la tuffatrice azzurra sperava di rifarsi nella gara individuale, anche se era la prima volta che vi prendeva parte in un'Olimpiade. Le eliminatorie sono state superate con discreta tranquillità, ma purtroppo nelle semifinali Francesca non è riuscita a migliorare le sue prestazioni, e ha concluso la gara con un amaro quindicesimo posto che le è valso l'eliminazione. Un vero peccato per lei, condizionata da un paio di tuffi non perfetti, soprattutto il secondo e il quarto, che le hanno impedito di ottenere i punti che sperava e l'hanno costretta a gareggiare sempre al limite per sperare di ottenere il dodicesimo posto, che invece non è arrivato. Mentre la sua compagna e amica Tania Cagnotto si presenterà in finale con il secondo posto parziale, a lei rimarrà solo l'opportunità di assistere e tifare dalle tribune, con la consapevolezza di aver perso definitivamente le speranze di una medaglia olimpica.
La squadra maschile (pallavolo): Non ci si lasci ingannare dal risultato finale e dalla grande rimonta italiana: andare sotto di due set contro l'Australia è una notizia tutt'altro che positiva per la formazione azzurra, perché la formazione avversaria era una delle più deboli del girone, e perdere punti contro squadre di basso livello non aiuta ad avere fiducia in vista delle partite a eliminazione diretta. I ragazzi di Berruto sono sembrati deconcentrati, troppo molli a inizio gara, poco incisivi in ricezione e imprecisi in attacco, mentre gli australiani si caricavano a ogni punto e strappavano i primi set con grinta e determinazione. Con le spalle al muro, gli italiani hanno iniziato finalmente a giocare e hanno ribaltato il risultato, vincendo un tie-break sofferto e tirando un gran sospiro di sollievo. La qualificazione al turno successivo non è in discussione, ma serve qualcosa di meglio per sperare di arrivare in zona medaglie, e i nostri avversari negli scontri a eliminazione diretta di sicuro non ci faranno regali.

venerdì 3 agosto 2012

PUNTO OLIMPICO N.6

Immagine tratta da csmonitor.com
Siamo arrivati al sesto appuntamento con la rubrica che designa i migliori e i peggiori in ciascuna giornata di queste Olimpiadi del 2012. Vediamo chi sono i personaggi che abbiamo scelto oggi.
I MIGLIORI
Romano Battisti-Alessio Sartori (canottaggio): Dopo alcune difficoltà e qualche polemica di troppo (da parte del veterano Galtarossa, ne parleremo dopo), finalmente arriva una soddisfazione dal canottaggio italiano. I ragazzi del due di coppia hanno disputato una finale intelligentissima, perfetta a livello tattico: una prima metà di gara di attesa, controllando tutti gli avversari più pericolosi e lasciando sfogare gli sloveni, una seconda a tutta e con un finale in assoluto controllo della situazione. Solo la coppia neozelandese, esperta e davvero imbattibile, è riuscita a mettere la sua prua davanti a quella dei due italiani, che hanno festeggiato questo argento come e più di un oro. E dire che hanno iniziato a remare insieme da nemmeno un anno, e che fino ad aprile non erano nemmeno nel gruppo dei convocati...un ripensamento più che provvidenziale, non c'è dubbio!
Chris Hoy (ciclismo): Il ciclismo è diventato una vera fonte di medaglie per i britannici, che dopo la vittoria di ieri di Wiggins nella cronometro (settima medaglia olimpica per lui, record nazionale) si è aggiudicata un altro oro, stavolta nell'inseguimento a squadre. Tra i protagonisti, spicca il nome di Sir Chris Hoy, trentaseienne corridore di Edimburgo, che è stato decisivo nel piazzare lo sprint che ha permesso agli atleti di casa di avere la meglio sull'agguerritissima Francia e di realizzare il nuovo record del Mondo. Per lui, portabandiera scelto da tutti i componenti della spedizione britannica in queste Olimpiadi, si tratta del quinto oro olimpico e della sesta medaglia in totale, il che lo rende uno degli atleti più titolati di sempre in patria. Visto che mancano ancora alcune gare, chissà che non decida di aumentare ancora il suo bottino.
Serena Williams (tennis): C'è poco da fare, sull'erba di Wimbledon l'americana si sente davvero a suo agio, come se ormai il campo londinese fosse di sua proprietà. In un paio d'ore gioca dapprima il singolare, distruggendo senza troppi patemi la danese Wozniacki, ex numero 1 del Mondo, poi il doppio con la sorella maggiore Venus, contro le nostre Vinci e Errani, e anche il questo caso il match è senza storia. A quasi 31 anni, e dopo aver già portato a casa due medaglie d'oro olimpiche in coppia con la sorella, Serena vuole conquistare l'ultimo trofeo, quello che manca in una bacheca a dir poco fantastica: l'oro nel singolare femminile. Domani ci sarà la bielorussa Azarenka a cercare di bloccarle la strada, e poi ci proveranno le russe Petrova e Kirilenko a tentare di fermarla nel doppio. In bocca al lupo alle sue avversarie, ne hanno davvero bisogno!
Il fioretto femminile (scherma): Se Dumas fosse ancora in vita, bisognerebbe fargli riscrivere uno dei suoi romanzi più celebri: i quattro moschettieri sono donne in realtà, e purtroppo per i francesi vengono dall'Italia. Valentina Vezzali è Athos, per la saggezza e l'esperienza con cui gestisce ogni gara. Arianna Errigo è Porthos, perché ad ogni assalto traspaiono la vitalità e l'irruenza di chi vuole godersi la vita. Elisa Di Francisca è Aramis, perché tira con una classe e una signorilità incredibile. Ilaria Salvatori è D'Artagnan, perché si unisce al trio di campionesse e fa la sua parte. Tre incontri senza storia, avversarie infilzate in maniera inesorabile, come se si trattasse di un allenamento. C'è gloria per tutte e quattro le nostre fantastiche atlete, che ribadiscono ancora una volta chi sono le padrone del fioretto femminile. Semplicemente perfette.
I PEGGIORI
La squadra azzurra (nuoto): Che qualcosa non andasse si sapeva: gli sguardi erano tesi, le accuse lanciate e poi in parte ritirate da Magnini avevano smosso un po' le acque, i risultati mancati avevano esasperato la situazione. Oggi le dichiarazioni di Orsi hanno fatto definitivamente esplodere la bomba e hanno mostrato a tutti quanto sia spaccato e rovente lo spogliatoio italiano del nuoto. Forse qualcuno dei nostri si è dimenticato che essere un campione vuol dire gettarsi in acqua e lavorare duro, non aprire bocca e rilasciare dichiarazioni al vetriolo sui giornali. Marin aveva già accusato Magnini, appena un anno fa, di non essere un capitano all'altezza, ma sembravano parole dovute al rancore per la loro vita sentimentale. Col senno di poi, moltissime cose dovevano essere gestite in modo diverso, perché così abbiamo dato davvero una pessima immagine di noi e del nostro movimento sportivo.
Giuseppe De Capua (canottaggio): Da una polemica all'altra, in puro stile italiano. Subito prima della finale del due di coppia, che ha visto poi gli azzurri Battisti e Sartori vincere l'argento, l'esperto Galtarossa lancia accuse pesanti sul c.t. del canottaggio De Capua, a suo dire inadeguato a gestire il gruppo italiano. A suo dire, contro l'allenatore sarebbe stata presentata, addirittura un anno fa, una lettera di sfiducia firmata da 15 atleti, che la Federazione non prese in considerazione. Se Galtarossa ha il dente avvelenato perché non è mai sceso in acqua (è stato scelto come riserva), non si può dire lo stesso del duo Battisti-Sartori, che dopo il podio rincarano la dose lamentandosi di essere stati lasciati da soli e di essersi dovuti preparare praticamente da soli. Inoltre, le due barche su cui più puntava la Federazione, quattro di coppia e quattro senza, hanno fallito la finale. Se tre indizi fanno una prova, il povero Di Capua farà bene a cercarsi un bravo avvocato...
Francesco D'Aniello (tiro a volo): Quando ti presenti ad un'Olimpiade dopo aver vinto una medaglia nell'edizione precedente, tutti si aspettano grandi cose da te, anche se sono passati quattro anni e tante cose sono cambiate. Oggi l'Italia riponeva molte speranza di medaglia nel quarantatreenne laziale, già argento a Pechino nel double trap, oltre che nel suo compagno Di Spigno. Purtroppo, ancora una volta in questi Giochi, i nostri atleti hanno tradito le attese fallendo entrambi la finale, ma quella che fa più male è senza dubbio l'eliminazione di D'Aniello, fuori per un piattello sbagliato di troppo dopo un inizio promettente. Dall'atleta azzurro, due volte campione del Mondo a livello individuale e una volta di squadra, ci si aspettava decisamente una prova diversa. Peccato.
La Nazionale Spagnola (basket): L'incredibile ha rischiato di verificarsi intorno alle 23 italiane: la nazionale di pallacanestro britannica, una vera e propria Cenerentola in questo sport, ha perso di un solo punto contro il titolato team spagnolo, vicecampione olimpico e bicampione d'Europa in carica. Gli iberici non hanno giocato benissimo, ma trascinati dal loro totem Pau Gasol e da un gruppo decisamente superiore erano arrivati a +6 a quaranta secondi dalla fine della gara. Poi, un blackout totale in difesa, le triple dei padroni di casa a riaprire la gara, e solo i liberi di Calderon e un fallo non speso dai britannici chiudono la sfida. Si sente l'assenza dell'infortunato Navarro in regia, e se un calo di tensione in girone si può accettare, nelle sfide a eliminazione diretta si pretende qualcosa di diverso, anche perché Team USA non sembra disposto a fare regali a nessuno.