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giovedì 8 novembre 2012

AUGURI SANDRINO!

Immagine tratta da magicfootball.eu
Non è mai facile iniziare la propria carriera quando porti un cognome importante e tuo padre è entrato nella storia di uno sport. Tutti ti osservano, vogliono vedere se davvero hai talento o se sei uno dei tanti "raccomandati" che non meritano questa fortuna. Tale peso è ricaduto anche sulle spalle di un ragazzo poco più che ventenne, arrivato con grandi prospettive a Milano ma che ad un tratto sembrava sul punto di mollare. Per fortuna, quel ragazzino ha deciso di andare avanti per la sua strada, e ha vissuto una splendida carriera sportiva, tanto da raggiungere e superare la fama del suo amato papà. Il protagonista di questa storia si chiama Sandro Mazzola, e proprio oggi compie 70 anni.
La sua infanzia non è certo avara di problemi: suo padre, il mitico Valentino, e sua madre si separano quando lui è molto piccolo, e nel 1949 perde il suo amato genitore nel terribile disastro aereo di Superga, in cui tutto il Grande Torino perisce. Seguendo le orme del papà, il piccolo Sandro sviluppa da subito un'enorme passione per il calcio, e nonostante le difficoltà economiche in cui versa la sua famiglia riesce a entrare nelle giovanili dell'Inter. Qui, riceve i preziosi insegnamenti di una vecchia gloria nerazzurra, Giuseppe Meazza, che lo aiuta a sviluppare il suo talento e gli insegna il ruolo del centravanti, anche se lui preferisce stare a centrocampo. L'esordio in serie A è piuttosto traumatico: nel giugno del 1961 l'Inter deve recuperare la sfida contro la Juventus, e per protesta il presidente Angelo Moratti fa scendere in campo la squadra primavera. La partita finisce con un rotondo 9-1 in favore dei bianconeri, e l'unico gol dell'Inter lo segna proprio Mazzola su calcio di rigore. Il suo inserimento in prima squadra è lento e tormentato: Moratti stravede per lui e lo vede come un ottimo prospetto, ma l'allenatore, il Mago Helenio Herrera, inizialmente è poco convinto delle sue prestazioni e pensa che il ragazzo non sia adatto al suo gioco. Sandro soffre anche la pressione per il suo cognome, che ricorda a tutti il suo defunto padre, e le critiche e le voci che lo vogliono un raccomandato senza meriti lo feriscono molto. Pensa anche di lasciare il basket per un po', poi però gli incoraggiamenti del fratello Ferruccio e la sua determinazione hanno la meglio.
La stagione 1962-63 è quella della sua esplosione: Herrera gli concede qualche chance da titolare (all'epoca non c'erano le sostituzioni in campionato), lui finalmente si sblocca e fa vedere a tutti le sue qualità. Nel ruolo di centravanti, trascina l'Inter al suo primo scudetto del ciclo dell'allenatore spagnolo, segnando anche il gol-partita nella sfida decisiva contro la Juventus. E' l'inizio di una striscia di vittorie incredibili, nelle quali Sandro veste sempre i panni del protagonista: l'Inter vince altri due scudetti, nel 1965 e 1966, arrivando così a fregiarsi della prima stella, e soprattutto conquista due Coppe dei Campioni nel 1964 (due gol di Mazzola nel 3-1 in finale contro il Real Madrid dei fenomeni) e 1965, e due Coppe Intercontinentali. Quella squadra è ormai nell'immaginario di tutti gli sportivi italiani: oltre a Mazzola, i vari Facchetti, Burgnich, Guarneri, Picchi, Jair, Suarez e Corso sono dei veri miti per i tifosi interisti, e il mito della Grande Inter di Herrera e Moratti si diffonde presto in tutta Europa e nel Mondo. Non è una squadra di amici, come in tutti i gruppi con personalità forti ci sono scontri e incomprensioni, e i rigidissimi metodi di allenamenti del Mago qualche volta alimentano queste tensioni, ma in campo si vede solo una sinfonia armoniosa, una poesia per gli occhi.
Il ciclo si interrompe nel 1967, quando l'Inter perde nello stesso anno lo scudetto all'ultima giornata e la finale della Coppa dei Campioni contro i Celtic di Glasgow, nonostante il vantaggio iniziale firmato ancora da Mazzola. Herrera lascia Milano, la squadra comincia a perdere alcune delle sue pedine storiche, ma Sandro rimane uno dei simboli della squadra, con cui giocherà fino alla fine della sua carriera, arretrando la sua posizione a centrocampo, proprio come sognava. Arriverà un altro titolo, nel 1971, dopo una storica rimonta sui rivali del Milan, e un'altra finale di Coppa dei Campioni l'anno dopo, anche questa persa, contro l'Ajax del mitico Cruyff. Nel 1977, Mazzola decide di dire basta con il calcio giocato, e lascia l'Inter dopo 565 partite e 160 reti complessive, quarto nella classifica di tutti i tempi in entrambi i casi. Diventa in due occasioni dirigente per i nerazzurri, oltre che per il Genoa e per il Torino, e ha la grande soddisfazione di portare a Milano un giovanissimo Ronaldo nell'estate del 1997, oltre a bloccare un certo Platini, che la società deciderà di non acquistare; in seguito è anche opinionista e commentatore televisivo con la RAI, e ha la fortuna di commentare il vittorioso Mondiale del 2006.
A proposito della Nazionale, anche la sua carriera in azzurro, che inizia quasi in contemporanea con quella nel club, è ricca di gol e soddisfazioni. Esordisce a Milano nel 1963, contro il grande Brasile di Pelé bi-campione del Mondo, e si toglie la soddisfazione di marcare una rete nel 3-0 finale. Dopo l'infausto Mondiale del 1966, quello della Corea del Nord per intenderci, è uno dei punti di forza dell'Italia di Ferruccio Valcareggi, che riporta lustro al calcio nazionale dopo anni di delusioni e umiliazioni. Nel 1968 è membro della squadra che riesce a vincere il Campionato Europeo, battendo nella doppia finale la Jugoslavia e regalando un titolo agli azzurri dopo 30 anni esatti; salta la prima finale per indisposizione e non la prende bene, ma nella ripetizione Valcareggi lo schiera titolare e lui disputa una grande partita. Nel 1970 è parte integrante della squadra che arriva seconda nel Mondiale alle spalle del Brasile, e protagonista della discussa "staffetta" con cui Valcareggi alterna lui e Gianni Rivera, stella del Milan arcirivale della sua Inter, facendo giocare un tempo ad entrambi, con Sandro titolare e Gianni che gli subentra nella ripresa. Chiude la carriera in Nazionale nel 1974, dopo lo sfortunato Mondiale tedesco, con all'attivo 70 presenze e 22 reti.
Ha fatto storia, il vecchio Sandro, è stato uno dei grandi protagonisti del calcio italiano di tutti i tempi e ha saputo dimostrare ai critici che non era solo un raccomandato di lusso, ma un campione vero. Per anni è stato il simbolo della Milano nerazzurra, e ha infiammato i derby della Madonnina insieme al suo fiero avversario Rivera, un rivale in campo ma un campione che ha sempre rispettato profondamente al di là di quello che hanno scritto di loro i giornalisti. Avrebbe probabilmente meritato di vincere il Pallone d'Oro come Gianni, ma non è stato altrettanto fortunato ed è arrivato al massimo secondo nel 1971, alle spalle di Cruyff. Il suo dribbling ubriacante, la sua grande tecnica e il suo estro sotto porta, e quei baffetti unici e inconfondibili hanno fatto sognare intere generazioni di bambini, cresciuti con la sua figurina o con quella di altri grandi della sua epoca nel diario. Per loro, lui rimarrà sempre il ragazzo esile e talentuoso con i baffetti, un campione immortale che non invecchia mai, che resta giovane in eterno. Auguri Sandrino!

lunedì 11 giugno 2012

La rivincita degli ex “avvelenati”


foto tratta da sportzoom.it

La potenza economica è fondamentale ma di vitale importanza è saper gestire al meglio l’immenso capitale che si ha a disposizione.
Quello che a Londra, sponda Chelsea, non hanno ancora capito e che a Manchester, sponda City, hanno capito giusto in tempo è usare i milioni con intelligenza.
Parigi sarà anche la città dell’amore, ma il PSG riesce a controllare bene le emozioni.
Prende uno che di mestiere fa il dirigente. Leonardo.
Cari Galliani e Moratti, il suo mondo è dietro la scrivania e non a guidare una squadra di calcio dalla panchina.
L’ingente liquidità messagli a disposizione dagli sceicchi la valuta e la studia.
Cosa fa? Inizia dalle fondamenta.
Cambia allenatore alla prima opportunità.
Prende chi in quel momento è si, l’allenatore libero sul mercato ma anche chi può iniziare partendo dal nulla a gestire una squadra media, farla crescere, accettare i campioni e gestirne molti contemporaneamente. Carlo Ancelotti.
Poi? Inizia a comprare.
E dove se non dal campionato che conosce più di tutti, dalle squadre di cui conosce tutto ( Milan ) o quasi   ( Inter ), un campionato che si appresta ad un periodo di vacche magre. E puntare giocatori che conosce, visti crescere o scoperti negli stadi brasilani.
Affida la porta a Sirigu, portiere di casa nostra dalle prospettive interessanti.
Le chiavi del centrocampo all’italo – brasiliano Thiago Motta, metronomo dell’Inter fino a gennaio.
Puntella gli altri reparti con acquisti mirati.
Prova l’assalto a Pato, riuscito e quasi concluso a Gennaio.
Si butta a capofitto su Lavezzi, lo scugnizzo ormai triste di Napoli. E lo porta sotto la Torre Eiffel.
Ora chiude la difesa con il difensore più forte del mondo, Thiago Silva.
Adesso si parla di un altro illustre ingresso in società. Paolo Maldini, un’altra leggenda made Milanello.
Addirittura pare abbia spinto il difensore verdeoro ad accettare la soluzione transalpina.
Prossimi appuntamenti: un viaggio in Spagna per convincere il Real e Kakà e un’altra puntata a Milanello. Ibra o Pato?



Proverbio arabo:" non bastano tutti i cammelli del deserto per comprarti un amico".

mercoledì 28 marzo 2012

TU SEI TROPPO INTELLETTUALE PER ME


http://controcampo.sportmediaset.it/wpmu/2012/03/28/e-sempre-lora-dei-ricchi-scemi/#more-2458

Ed ecco che in una tranquilla mattina di fine marzo, mi imbatto in un articolo del signor Maurizio Pistocchi (trovate quassù il link).
Il moviolista ed opinionista di Sport Mediaset, scrive un editoriale sul sito della sua redazione, apostrofando brillantemente i presidenti calcistici come ricchi e scemi.
E fa di più, va sul personale e sullo specifico, ascrivendo in questa categoria una sorta di podio: Zamparini primo, Cellino secondo e Moratti terzo.
Zamparini è simpaticamente bollato come estemporaneo e superficiale, Cellino viene descritto erede di una fortuna, che è riuscito ad incrementare grazie ad abilità e qualche problema giudiziario, ed è descritto come esagerato e sgradevole, Moratti invece, pur indicato anche lui come erede di una grande fortuna, viene descritto come sperperatore di 1,5 miliardi di euro. Il patron nerazzurro è ondivago e Pistocchi costruisce i giudizi sul si dice. Si dice che abbia già ingaggiato Villas-Boas, si narra che scelga i giocatori di notte con il figlio maggiore, e che un calciatore entrato nel suo studio per una rescissione ne sia uscito con un triennale, si dice che voglia mollare.
Giudizi taglienti, dati dall' alto di un uomo che pare non aver rispetto dei personaggi che in fin dei conti, son grandi protagonisti dello spettacolo che gli dà da mangiare.
Pur potendo condividere a grandissime linee le critiche a questi tre presidentissimi, è assolutamente eccessivo andare sul personale, lasciandosi andare ad offese gratuite,e affidandosi a ciò che si è sentito dire, specie in un sito molto seguito come quello di Sport Mediaset.
Un Pistocchi che, andando a ritroso, non riesce a non essere sempre sgradevole ed estremo, ricordiamo che si prese un querela da Moggi, accusato dei fallimenti del Torino e del Napoli, dello scandalo coca di Maradona, della strana concomitanza tra le sue militanze laziali e toriniste e gli scandali calcioscommesse e prostitute degli anni 90.
Ma non si ferma qui, bolla Krasic con la simpatica frase non razzista "Credevo fosse serio, invece è solo serbo".
Si dice che due indizi facciano una prova, ma Pistocchi dissemina indizi un pò ovunque, come la lite con Mourinho per l' esultanza dello Special One in Siena-Inter al gol di Maicon.
Ora non sappiamo quanto sia ricco Pistocchi, ma come dice nel suo pezzo, quella definizione è ancora attuale, certo, ma prima di riferirla agli altri, avrebbe fatto bene a valutare la fattibilità di indirizzarla dapprima a sè stesso.


P.s.  mi sento di concludere apostrofando il Pistocchi come fece Mourinho durante la famosa lite su Mediaset, "Pistocchi, tu sei troppo intellettuale per me"!

STRAFALCIONI NERAZZURRI VOL.2- TUTTA COLPA DI GASP



E la proverbiale signorilità di Moratti andò ad aggiungersi agli strafalcioni nerazzurri di quest' anno.
In un' intervista odierna il patron dell' Inter riserva un trattamento speciale al primo allenatore di questa stagione, Gian Piero Gasperini.
Probabilmente irritato dalle precedenti dichiarazioni del tecnico piemontese, che dichiarò alla Gazzetta dello Sport dei dissapori sia in sede di mercato, che di modulo e di vedute sulla rosa, il primo tifoso nerazzurro si è così espresso: "La colpa per il disastro di questa stagione è di Gasperini, ha rovinato tutto, ha tolto la grinta all'ambiente e si lamentava in continuazione contro i giocatori, davvero pessimo".
Critiche che francamente paiono eccessive, specie di fronte a una disfatta totale, che non si è frenata neppure con l' avvento del mite Ranieri. Gasperini nasce come cultore del 3-4-3 e ciò era di dominio pubblico, le sue squadre facevano della duttilità, dello scambio di posizioni in campo e del pressing forsennato, il loro marchio di fabbrica. Ed invece fu accolto come soluzione di ripiego, terza scelta dopo Villas Boas e Bielsa, in una squadra, secondo quanto riferì in quella intervista il Gasp, considerata dalla stessa società con "giocatori logori che formano però una grande squadra, se giocano come hanno sempre fatto".
Pare conseguenza logica che il 4-2-3-1 di stampo mourinhano ed il 4-3-1-2 della premiata ditta Benitez-Leonardo, poco si sposassero con un tecnico devoto alla difesa a tre, all' attacco a tre con le ali, e al continuo movimento senza palla dei calciatori in campo, specie considerando i componenti della rosa calciatori oramai logori.
Scaricare la colpa su Gasperini può essere giusto se non si conosceva Gasperini, se fosse stato imposto da un' entità superiore, ma non dopo averlo scelto liberamente, dopo averlo seguito ed aver raccolto informazioni e resoconti sulla suo profilo lavorativo.
Per quanto riguarda la grinta dell' ambiente, non è stata tolta da Gasperini, ma piuttosto è derivante dalla dipartita madridista dello Special One, ed è scemata giorno dopo giorno, sino all' incapacità di reagire alle avversità tipica del 2012 targato Ranieri.
E' giusto non riconoscere le scelte sbagliate di una dirigenza, in sede di tecnici e di mercato, di scelte in generale e gettare la croce addosso al povero Gasperini, che ha trovato l' ambiente più ostile possibile alle sue idee di gioco?
Sarebbe giusto e corretto nei confronti dei tifosi nerazzurri, che sempre saranno grati al patron nerazzurro per i successi di questi anni, ammettere di aver sbagliato, che la stagione è storta non solo per colpa del fato, e ricostruire da questi errori.
Meno riconoscenza, un progetto e un' impronta di gioco precisa.
Di questo ha bisogno l' Inter, e l' augurio sia che parta da Stramaccioni, uno che pare avere le idee chiare.