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domenica 17 marzo 2013

IL 6 NAZIONI DEL BARONE

Immagine tratta da repubblica.it
Si è concluso ieri il Sei Nazioni 2013, il più importante torneo di rugby che si disputa in Europa. E' terminato con il botto finale, ovvero con il successo del Galles, che con una schiacciante vittoria ai danni dell'Inghilterra, fin qui imbattuta e grande favorita, si è riconfermato campione del torneo, già vinto lo scorso anno. E' stato positivo il cammino della Scozia, che ha fatto vedere un bel gioco e molti giocatori giovani e interessanti, mentre hanno deluso molto l'Irlanda, in fase di rinnovamento e svecchiamento, e soprattutto la Francia, che sembra avere poca chiarezza nella conduzione tecnica ed ha concluso il campionato all'ultimo posto, ricevendo il ben poco ambito cucchiaio di legno. E l'Italia? Per gli azzurri sono arrivati un positivo quarto posto in classifica, il secondo da quando partecipiamo a questo torneo, con due vittorie e tre sconfitte, e soprattutto una certa evoluzione nel gioco e nella convinzione, anche se mancano ancora la continuità e la cattiveria necessarie per pensare di essere davvero diventati una grande squadra. Ma questo Sei Nazioni che va in archivio porta con sé un'emozione particolare, non solo per le vittorie contro Francia e Irlanda, ma anche e soprattutto perché è stato l'ultimo disputato da uno dei grandissimi protagonisti del rugby azzurro, che è stato un simbolo dell'Italia in questo sport, e che dopo tante delusioni si è finalmente preso delle belle soddisfazioni anche con la Nazionale. Stiamo parlando del pilone Andrea Lo Cicero.
Catanese di nascita, Lo Cicero viene da una famiglia che può vantare origini nobiliari (e per questo verrà presto soprannominato "il Barone", nomignolo che tuttora lo distingue) e una passione innata per il rugby, visto che anche suo nonno Michele ha praticato questo sport in gioventù. Proprio nella sua Catania inizia a giocare a livello agonistico con la palla ovale, debuttando a 17 anni con la Amatori e rimanendoci per quattro stagioni, prima di iniziare una lunga serie di trasferimenti. A ventun'anni si trasferisce a Bologna, la stagione successiva passa a Rovigo, quindi per due anni è a Roma, dove vince uno storico scudetto nel 2000. Tenta anche un'esperienza all'estero, accasandosi ai francesi del Tolosa, ma dopo un anno e mezzo decide di tornare in patria, e gioca prima con la Lazio, poi per tre stagioni con L'Aquila, altro club storico nel panorama rugbistico italiano. Dall'estate del 2007 torna in Francia, nel Racing Metro, con cui conquista due anni dopo la promozione nel massimo campionato francese e in cui gioca tuttora. Parallelamente con la sua carriera da giocatore di club, si sviluppa anche il suo lungo sodalizio con la maglia della Nazionale Italiana. Già nel 1999 è uno dei convocati per la Coppa del Mondo di Rugby, anche se non viene mai schierato, e l'anno seguente esordisce nella sfida contro l'Inghilterra nel primo Sei Nazioni disputato dagli azzurri. Da allora, indossa per quasi quattordici anni di fila la maglia italiana, partecipa ad altre tre Coppe del Mondo (2003, 2007 e 2011), questa volta da protagonista, e diventa uno dei simboli del rugby azzurro a livello mondiale, con spot, pubblicità e un enorme carisma mediatico. Le sue abilità sono tali che riceve anche per tre volte la chiamata dei mitici Barbarians, la squadra formata da giocatori di tutto il Mondo che sfida avversari di prestigio in incontro amichevoli, marcando anche una meta alla sua prima partita, nel 2004, contro i mitici All Blacks neozelandesi. 
Potente, duro e deciso nei placcaggi, energico nel portare avanti i palloni e nel sostenere i suoi compagni, meno mete realizzare rispetto ai suoi colleghi più agili e sguscianti, ma un enorme lavoro sporco che alla fine fa vincere le partite ed esalta i tifosi. Lo Cicero ha rappresentato per almeno una dozzina di anni uno dei simboli del rugby azzurro, diventando presto un personaggio a tutto tondo e l'emblema di un movimento in continuo rinnovamento e sempre in crescita, che sta cercando a piccoli passi di arrivare a competere alla pari contro tutte le potenze mondiali della palla ovale. Con lui, e con gente come i fratelli Bergamasco, Parisse e Castrogiovanni, oltre ad altri grandi vecchi del rugby azzurro come Checchinato e Troncon, l'Italia si è affacciata per la prima volta al Sei Nazioni, dapprima nel ruolo di cenerentola del torneo, poi sempre più con ambizioni di miglioramento e in cerca di ruoli da protagonista. Titolare quasi inamovibile e pilastro della mischia italiana, ha appassionato varie generazioni di appassionati con le sue cariche decise, a testa bassa, ha affrontato avversari di ogni continente e di livello internazionale, sempre a testa alta e con la voglia di vincere. Questo 2013 è stato un anno molto importante per lui, che a quasi trentasette anni si è tolto due enormi soddisfazioni a livello personale: prima ha giocato la sua centesima gara in azzurro, contro la Scozia, poi è diventato il recordman per quanto riguarda le presenze con la maglia dell'Italia, superando il primato di 101 del suo vecchio compagno di squadra Troncon e arrivando a 103 caps proprio ieri, nella grande vittoria contro l'Irlanda. Il modo migliore per concludere una grande carriera, l'ultima soddisfazione di una vita sportiva che l'ha visto lottare e soffrire per moltissime stagione, subire vari tipi di infortunio, senza per questo lasciare mai il campo per infortunio, come lui stesso dice nella sua autobiografia.
L'addio è stato bellissimo, commovente, con uno stadio Olimpico pieno e tutto per lui, pronto ad applaudirlo all'uscita dal campo durante la partita, e poi ad osannarlo durante il giro d'onore con tricolore in mano, quel tricolore che ha a lungo portato sul petto e ha onorato sempre con fatica, sudore e grande energia. Insomma, ha chiuso il suo torneo e la sua carriera azzurra da Barone, come lui stesso ha dichiarato con le lacrime agli occhi, e presto lascerà ufficialmente il rugby per diventare allenatore e aiutare il movimento azzurro nella creazione dei nuovi campioni che un domani calcheranno i terreni di gioco per emulare le sue imprese. Negli occhi e nel cuore dei tanti tifosi che lo hanno applaudito in questi anni, però, rimarrà sempre il ricordo di quel numero uno dal fisico imponente ma dal sorriso amichevole e dal carattere aperto e spontaneo che ha conquistato tutti, dentro e fuori dal campo, come solo i veri campioni di uno sport sanno fare.

lunedì 4 febbraio 2013

GLI EROI DELL'OLIMPICO

Immagine tratta da blitzquotidiano.it
Fino a qualche anno fa, immaginare soltanto un esordio del genere sarebbe sembrata pura utopia, un sogno irrealizzabile per chiunque. Affrontare e battere un'avversaria fortissima, vice-campione del Mondo in carica, in una cornice di pubblico degna dei più grandi eventi sportivi e con una prestazione straordinaria per cuore e determinazione, ma anche per organizzazione e tattica. Il Sei Nazioni 2013 dell'Italia di rugby inizia come meglio non si potrebbe, con una vittoria contro gli arcirivali della Francia, una delle formazioni più forti del panorama mondiale, in uno stadio Olimpico vestito a festa ed estasiato dalle prodezze dei suoi nuovi eroi. Davvero, come inizio non si poteva proprio chiedere di meglio.
Già due anni fa, ma nella loro vecchia casa, il Flaminio, gli Azzurri erano riusciti nell'impresa di piegare i transalpini, per un solo punto, con una rimonta incredibile e al termine di una sfida che sembrava più volte persa. Allora, però, si disse che era soprattutto demerito della Francia, scesa in campo con troppa sicurezza e incapace di fronteggiare l'improvvisa piega che aveva preso la partita. Stavolta, si può solo parlare di merito dell'Italia, scesa in campo con la determinazione di chi è stanco di ricevere tanti complimenti per l'impegno e la voglia, ma di tornare sempre a casa con una sconfitta e tanti punti subiti. La squadra, guidata proprio da un francese, Jacques Brunel, ha fatto capire subito che non era scesa in campo per fare da sparring partner: pochi minuti, e il capitano Parisse va in meta dopo una splendida azione di Orquera, che buca la difesa avversaria e serve il compagno libero. La Francia prova a reagire, va in meta a sua volta, ma un drop e un calcio di punizione ancora di Orquera mantengono avanti gli Azzurri, che stanno bene in campo e sembrano estremamente concentrati. Nel finale del primo tempo, però, gli avversari sembrano riorganizzarsi, giocano con maggiore pazienza, e trovano un'altra meta che li riporta in vantaggio. Nel secondo tempo, l'Italia torna a premere, ma non sembra in grado di sfondare, ed è anzi la Francia ad allungare a più cinque con un calcio di punizione.
E' a quel punto che, in pochi minuti, la partita trova la sua svolta decisiva, attraverso due episodi chiave. Prima, Michalak sbaglia l'unico calcio della sua partita, che avrebbe allungato ancora di più le distanze tra le due squadre e avrebbe potuto demoralizzare gli Azzurri. Subito dopo, l'Italia fa vedere tutti i suoi progressi con una grande azione di ripartenza dopo l'ennesimo affondo francese, conclusa da un altro passaggio vincente dell'ottimo Orquera (alla fine Man of the Match), che manda in meta Castrogiovanni e trasforma per il sorpasso. I transalpini accusano il colpo, provano a reagire ma trovano di fronte il muro azzurro che non vuole cedere, anzi a una decina di minuti dal termine subiscono un altro drop, stavolta di Burton, e sono quindi obbligati a cercare la meta per pareggiare o vincere la sfida. Gli ultimi minuti sono di apnea pura, ma alla fine la trincea italiana non cede, e al fischio dell'arbitro esplode la gioia di tutti, giocatori e spettatori, consapevoli della grande impresa appena compiuta. E' solo la seconda volta che l'Italia inaugura un Sei Nazioni con un successo: l'unico precedente risaliva al 2000, anno di esordio degli Azzurri nella competizione, e allora la vittima fu la Scozia, campione uscente del torneo ma già in chiaro declino, come confermano questi ultimi anni.
Le similitudini tra quella vittoria e questa, però, sono estremamente poche, visti gli enormi progressi compiuti dall'Italia in questi tredici anni di Sei Nazioni e di grandi sfide contro le potenze del rugby mondiale. Lentamente, la nostra Nazionale è cresciuta sempre di più, fortificandosi e superando momenti duri, sconfitte pesanti e umiliazioni continue. Negli ultimi anni, poi, lo sforzo della Federazione e degli allenatori è diventato sempre maggiore, prima con l'iscrizione di due squadre nella Celtic League, dove potessero confrontarsi con avversarie di livello più alto, poi con la scelta di un allenatore in grado di sviluppare un gioco offensivo e propositivo, che non si affidasse solo alla forza della mischia. I progressi sono sempre più evidenti, soprattutto a livello mentale, visto che la squadra sembra gestire meglio i momenti di difficoltà e il calo fisico che spesso avevano portato a pesanti debacle negli ultimi minuti delle partite. Certo, se qualcuno inizia a pensare che dopo questa vittoria si può puntare al successo nel Sei Nazioni è fuori strada. C'è ancora tanto lavoro da fare, anche in una vittoria come quella di ieri si possono sempre trovare imperfezioni ed enormi margini di miglioramento, come le rimesse laterali, solo per fare un esempio. Le avversarie sono ancora un gradino più in alto di noi, hanno organici superiori da cui attingere giocatori e sono abituate a giocare sempre sotto pressione e alla vittoria. Ottenere un'altra vittoria e non chiudere il torneo all'ultimo posto sarebbe già un grandissimo successo, oltre ad una conferma della crescita che sta avendo il movimento.
Conferma che potrebbe arrivare già sabato, quando gli Azzurri saranno nuovamente in campo, stavolta lontano dalle mura amiche. Si giocherà a Murrayfield, tempio del rugby scozzese, in cui la nostra squadra ha già ottenuto una prestigiosa vittoria nel 2007, l'unica fuori casa nella storia del Sei Nazioni. Contro di noi, scenderà in campo una Scozia in cerca di risultati e di riscossa dopo un periodo difficile, e consapevole che una sconfitta contro di noi non sarebbe accettabile. Quindi, smaltita l'euforia per la grande vittoria di ieri, già da oggi l'Italia è pronta a tornare al lavoro e a preparare la prossima sfida, consapevole che solo con questa mentalità si può arrivare ad aspirare davvero a grandi successi.