Visualizzazione post con etichetta rugby. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta rugby. Mostra tutti i post

martedì 12 maggio 2015

JONAH LOMU, QUARANT'ANNI NELLA LEGGENDA

Immagine tratta da vogliosapere.org
Esiste da sempre, in tutti gli sport professionistici, un evento speciale, un momento inatteso, una data che viene ricordata come una sorta di spartiacque, un punto di svolta tra passato e futuro. Nel rugby, senza alcuna ombra di dubbio, la data che tutti ricordano da sempre è il 27 giugno del 1995. Coppa del Mondo in Sud Africa, semifinali, Nuova Zelanda contro Inghilterra. E' la partita che segna l'esplosione mediatica di un ragazzino, appena ventenne, che rompe tutti gli schemi di uno degli sport più antichi di sempre, e fa qualcosa che resterà per sempre nella leggenda: il suo nome è Jonah Lomu.
La storia di questo ragazzo è qualcosa di davvero speciale, un continuo mix di dolore e coraggio, un'eterna lotta contro un destino che non gli ha mai sorriso completamente, ponendolo sempre davanti a prove ardue e difficili da superare. Nato in Nuova Zelanda da una famiglia di origine tongana, Siona (questo il suo vero nome) non vive certamente una giovinezza facile, tra il quartiere pericoloso e pieno di isolani emarginati in cui cresce ed un padre alcolizzato e violento. A salvarlo dalla strada e da una vita pericolosa è l'ingresso, a quattordici anni, in un collegio di rigida disciplina anglicana, in cui il giovane si mette in mostra per il suo fisico davvero fuori dal comune: è alto quasi due metri e pesa oltre cento chili, eppure eccelle nel salto in alto ed è imbattibile sui 100 e 200 metri.
L'atletica sembra il suo futuro, ma un allenatore di rugby lo convince ad entrare nella sua squadra, e Lomu si distingue subito come uno dei migliori talenti emergenti, prima nei tornei a sette, e poi anche in quelli a quindici.
Le sue particolari doti fisiche gli permettono di cambiare ruolo, spostandosi dalla terza linea all'ala, posizione in cui la sua combinazione di potenza e rapidità si rivela strabiliante, rivoluzionando completamente il gioco. Esordiente in Nazionale ad appena diciannove anni, l'estate successiva è protagonista della Coppa del Mondo in Sud Africa. La Nuova Zelanda, in un torneo del genere, è ovviamente la grande favorita, dispone di campioni straordinari come Fitzpatrick, Zinzan Brooke, Mehrtens, Jeff Wilson, ma Lomu conquista presto l'attenzione di tutti a suon di mete. Contro l'Inghilterra, nella già citata semifinale, lascia definitivamente il segno nella storia del rugby, andando a segno quattro volte, la prima dopo aver "scavalcato" di prepotenza ben tre avversari. E' il suo momento di gloria, al quale però non seguirà la vittoria: di fronte al Sud Africa trascinato in campo da Ruan Pienaar e spiritualmente da un immenso Nelson Mandela, gli All Blacks cedono al termine di una durissima battaglia, nella quale neanche il talento di Jonah riesce a lasciare il segno.
Sembra l'inizio di una carriera lunga e strabiliante, paradossalmente rimane ad oggi il suo punto più alto, prima di un lento, sfortunato e impronosticabile declino. A fermare Lomu non è un avversario sul campo, ma un nemico subdolo, che si nasconde proprio in quel corpo che sembra fatto di un'altra materia. Già nel 1996 comincia a soffrire di problemi renali, i primi sintomi di una grave sindrome nefrosica che lentamente comincia ad indebolire e a minare il fisico del ragazzo. Riesce a giocare un'altra Coppa del Mondo, quella del 1999, in cui da ancora una volta spettacolo ma senza ottenere la sperata vittoria, poi all'inizio del 2003 la sua salute peggiora, e deve ricorrere prima alle dialisi e poi ad un trapianto. Torna in campo dopo oltre due anni, con risultati molto inferiori al periodo precedente, e alla fine annuncia per due volte il ritiro, l'ultima e definitiva nel 2010.
Da allora ad oggi, la sua lotta contro la malattia non si è mai fermata, ed è senza dubbio la sfida più difficile che un lottatore come lui potesse affrontare. Nonostante le sofferenze, però, Lomu continua ancora oggi a dimostrare grande dignità e voglia di combattere, e a quarant'anni resta una delle icone della storia del rugby e dello sport mondiale. Trentasette mete con la maglia degli All Blacks, di cui ben quindici in undici partite alla Coppa del Mondo, un record tuttora imbattuto, numeri che dicono tanto ma non raccontano abbastanza della carriera e dell'impatto di Jonah Lomu nel mondo della palla ovale. Ha portato una fisicità ed una potenza mai viste prima, è stato il mito e l'esempio di molti ragazzini che si sono avvicinati a questo sport, e ogni campione di origine isolana che nasce in Nuova Zelanda è inevitabilmente etichettato come "il nuovo Lomu". E anche oggi, quarantenne e lontano dalla gloria del campo, quasi vent'anni dopo aver sconvolto per sempre il modo di giocare a rugby, il gigante dai reni di cristallo ha ancora tanti, tantissimi tifosi che fanno il tifo per lui nella sua ultima, difficilissima battaglia.

sabato 7 dicembre 2013

ARRIVEDERCI, INVINCIBILE MADIBA

 
 Video tratto da youtube.com


A chi di voi è capitato di emozionarsi e di rimanere particolarmente colpito guardando un film sullo sport, o in cui comunque lo sport ricopriva un ruolo importante? A me è successo diverse volte, soprattutto nel recente passato, e c'è un film in particolare che, a primo impatto, mi ha lasciato davvero il segno, mi ha fatto riflettere. Si tratta di Invictus, diretto qualche anno fa da Clint Eastwood, e interpretato in maniera superba da Morgan Freeman e da Matt Damon. La trama è tutta incentrata sul periodo della Coppa del Mondo di rugby del 1995, tenutasi in Sud Africa e fortemente voluta ed auspicata da un uomo che puntava a questo grande evento sportivo per iniziare la sua opera di pacificazione e unificazione di un Paese tremendamente diviso al suo interno.
L'uomo, l'avrete capito tutti, era Nelson Mandela, uno dei personaggi secondo me più importanti e più significativi del secolo scorso, un esempio inimitabile di forza d'animo, amore di patria e desiderio di armonia e pace tra cittadini della stessa nazione. Madiba, come è stato sempre soprannominato dai suoi concittadini, si è distinto in particolare per il suo ruolo politico e sociale, per la lotta convinta e incessante per i diritti civili dei neri e contro il vergognoso regime dell'apartheid, che l'ha portato a trascorrere un lungo periodo della sua vita in carcere, subendo sulla sua pelle tutte le angherie e le sofferenze del suo popolo, sostanzialmente sottomesso dalla minoranza bianca. Il suo più grande merito è stato quello di non cercare il potere per una sorta di rivincita o di vendetta, bensì per promuovere con forza e convinzione il processo di parificazione dei diritti tra le diverse etnie del Paese e di pacificazione tra bianchi e neri, avviando una convivenza pacifica e una netta crescita economica per il Sud Africa. Il "veicolo" scelto da Mandela per trasmettere nel miglior modo possibile il suo messaggio, guarda caso, è stato proprio lo sport. Subito dopo la sua elezione a Presidente del Sud Africa, ha concentrato tutta la sua attenzione nell'organizzazione della Coppa del Mondo di rugby, primo grande evento sportivo a cui la nazione africana era ammessa a partecipare dopo le esclusioni dovute alla politica dell'apartheid.
Immagine tratta da britannica.com
Nel film Invictus tutto ruota intorno al rapporto tra Mandela e François Pienaar, capitano degli Springboks (le gazzelle, il soprannome della squadra di rugby) in occasione di quel torneo, e al di là delle parti romanzate o enfatizzate la trama rispecchia molto fedelmente la realtà di quei giorni. Il legame tra questi due uomini, così diversi in tutto, diventa sempre più stretto e amichevole, superando ben presto la mera realtà sportiva, con il Presidente che convoglia tutte le sue energie per far amare il rugby alla comunità nera, che fino a quel momento lo detestava perché era lo sport preferito dai bianchi, e il giocatore che sprona con l'esempio i compagni e svolge un grandissimo ruolo di propaganda e d'immagine con la popolazione. Pienaar e gli altri membri della squadra saranno così coinvolti dal suo entusiasmo da decidere spontaneamente di visitare le ormai abbandonate prigioni di Robben Island, in cui Mandela e altri dissidenti politici erano detenuti in celle piccolissime, spaccando pietre per tutto il giorno, rimanendo fortemente toccati da quel viaggio e da quell'esperienza. Il risultato di questa collaborazione è strabiliante: il Sud Africa, pur partendo senza i favori del pronostico, sorprende tutti e si aggiudica la Coppa del Mondo, battendo in finale i fortissimi All Blacks della stella nascente Jonah Lomu. Vedere tutto lo stadio in festa, con persone di etnie così diverse unite dalla gioia per questo grande successo sportivo, esemplifica il trionfo dell'idea di Mandela, che per l'evento veste proprio la divisa di Pienaar e a fine partita gli consegna il trofeo della vittoria, in una delle immagini più belle della storia dello sport mondiale.
Un anno dopo, il Sud Africa coronerà anche il sogno di vincere per la prima volta la Coppa d'Africa di calcio, in un altro evento fortemente voluto dal Presidente e ospitato in casa, a coronamento di un biennio che a livello sportivo sarà irripetibile per la Nazione. Lasciata la carica a più di ottant'anni, Mandela rimarrà comunque una figura di rilievo per il Sud Africa e per il Mondo in genere, continuando la sua battaglia contro l'oppressione e in sostegno dei diritti umani e civili da dietro le quinte, con la sua presenza silenziosa ma al tempo stesso possente. Nel 2010, quando il suo Sud Africa è diventato la prima Nazione del Continente Nero ad ospitare una Coppa del Mondo di calcio, tutti gli occhi del Mondo saranno puntati su di lui, che a oltre novant'anni riesce a presenziare alla Finale, con la solita incrollabile forza di volontà che tante volte lo ha trascinato e spinto ad andare avanti nella vita. Sarà proprio quella l'ultima apparizione pubblica di Madiba, che se n'è andato nella notte di mercoledì, a oltre novantacinque anni, padrone del suo destino, capitano della sua anima, proprio come recita la poesia Invictus, che tanto ha apprezzato e a cui si è ispirato nei durissimi anni della prigionia, titolo del film da cui siamo partiti per questo nostro racconto. Arrivederci Madiba, ci mancherai.

domenica 17 marzo 2013

IL 6 NAZIONI DEL BARONE

Immagine tratta da repubblica.it
Si è concluso ieri il Sei Nazioni 2013, il più importante torneo di rugby che si disputa in Europa. E' terminato con il botto finale, ovvero con il successo del Galles, che con una schiacciante vittoria ai danni dell'Inghilterra, fin qui imbattuta e grande favorita, si è riconfermato campione del torneo, già vinto lo scorso anno. E' stato positivo il cammino della Scozia, che ha fatto vedere un bel gioco e molti giocatori giovani e interessanti, mentre hanno deluso molto l'Irlanda, in fase di rinnovamento e svecchiamento, e soprattutto la Francia, che sembra avere poca chiarezza nella conduzione tecnica ed ha concluso il campionato all'ultimo posto, ricevendo il ben poco ambito cucchiaio di legno. E l'Italia? Per gli azzurri sono arrivati un positivo quarto posto in classifica, il secondo da quando partecipiamo a questo torneo, con due vittorie e tre sconfitte, e soprattutto una certa evoluzione nel gioco e nella convinzione, anche se mancano ancora la continuità e la cattiveria necessarie per pensare di essere davvero diventati una grande squadra. Ma questo Sei Nazioni che va in archivio porta con sé un'emozione particolare, non solo per le vittorie contro Francia e Irlanda, ma anche e soprattutto perché è stato l'ultimo disputato da uno dei grandissimi protagonisti del rugby azzurro, che è stato un simbolo dell'Italia in questo sport, e che dopo tante delusioni si è finalmente preso delle belle soddisfazioni anche con la Nazionale. Stiamo parlando del pilone Andrea Lo Cicero.
Catanese di nascita, Lo Cicero viene da una famiglia che può vantare origini nobiliari (e per questo verrà presto soprannominato "il Barone", nomignolo che tuttora lo distingue) e una passione innata per il rugby, visto che anche suo nonno Michele ha praticato questo sport in gioventù. Proprio nella sua Catania inizia a giocare a livello agonistico con la palla ovale, debuttando a 17 anni con la Amatori e rimanendoci per quattro stagioni, prima di iniziare una lunga serie di trasferimenti. A ventun'anni si trasferisce a Bologna, la stagione successiva passa a Rovigo, quindi per due anni è a Roma, dove vince uno storico scudetto nel 2000. Tenta anche un'esperienza all'estero, accasandosi ai francesi del Tolosa, ma dopo un anno e mezzo decide di tornare in patria, e gioca prima con la Lazio, poi per tre stagioni con L'Aquila, altro club storico nel panorama rugbistico italiano. Dall'estate del 2007 torna in Francia, nel Racing Metro, con cui conquista due anni dopo la promozione nel massimo campionato francese e in cui gioca tuttora. Parallelamente con la sua carriera da giocatore di club, si sviluppa anche il suo lungo sodalizio con la maglia della Nazionale Italiana. Già nel 1999 è uno dei convocati per la Coppa del Mondo di Rugby, anche se non viene mai schierato, e l'anno seguente esordisce nella sfida contro l'Inghilterra nel primo Sei Nazioni disputato dagli azzurri. Da allora, indossa per quasi quattordici anni di fila la maglia italiana, partecipa ad altre tre Coppe del Mondo (2003, 2007 e 2011), questa volta da protagonista, e diventa uno dei simboli del rugby azzurro a livello mondiale, con spot, pubblicità e un enorme carisma mediatico. Le sue abilità sono tali che riceve anche per tre volte la chiamata dei mitici Barbarians, la squadra formata da giocatori di tutto il Mondo che sfida avversari di prestigio in incontro amichevoli, marcando anche una meta alla sua prima partita, nel 2004, contro i mitici All Blacks neozelandesi. 
Potente, duro e deciso nei placcaggi, energico nel portare avanti i palloni e nel sostenere i suoi compagni, meno mete realizzare rispetto ai suoi colleghi più agili e sguscianti, ma un enorme lavoro sporco che alla fine fa vincere le partite ed esalta i tifosi. Lo Cicero ha rappresentato per almeno una dozzina di anni uno dei simboli del rugby azzurro, diventando presto un personaggio a tutto tondo e l'emblema di un movimento in continuo rinnovamento e sempre in crescita, che sta cercando a piccoli passi di arrivare a competere alla pari contro tutte le potenze mondiali della palla ovale. Con lui, e con gente come i fratelli Bergamasco, Parisse e Castrogiovanni, oltre ad altri grandi vecchi del rugby azzurro come Checchinato e Troncon, l'Italia si è affacciata per la prima volta al Sei Nazioni, dapprima nel ruolo di cenerentola del torneo, poi sempre più con ambizioni di miglioramento e in cerca di ruoli da protagonista. Titolare quasi inamovibile e pilastro della mischia italiana, ha appassionato varie generazioni di appassionati con le sue cariche decise, a testa bassa, ha affrontato avversari di ogni continente e di livello internazionale, sempre a testa alta e con la voglia di vincere. Questo 2013 è stato un anno molto importante per lui, che a quasi trentasette anni si è tolto due enormi soddisfazioni a livello personale: prima ha giocato la sua centesima gara in azzurro, contro la Scozia, poi è diventato il recordman per quanto riguarda le presenze con la maglia dell'Italia, superando il primato di 101 del suo vecchio compagno di squadra Troncon e arrivando a 103 caps proprio ieri, nella grande vittoria contro l'Irlanda. Il modo migliore per concludere una grande carriera, l'ultima soddisfazione di una vita sportiva che l'ha visto lottare e soffrire per moltissime stagione, subire vari tipi di infortunio, senza per questo lasciare mai il campo per infortunio, come lui stesso dice nella sua autobiografia.
L'addio è stato bellissimo, commovente, con uno stadio Olimpico pieno e tutto per lui, pronto ad applaudirlo all'uscita dal campo durante la partita, e poi ad osannarlo durante il giro d'onore con tricolore in mano, quel tricolore che ha a lungo portato sul petto e ha onorato sempre con fatica, sudore e grande energia. Insomma, ha chiuso il suo torneo e la sua carriera azzurra da Barone, come lui stesso ha dichiarato con le lacrime agli occhi, e presto lascerà ufficialmente il rugby per diventare allenatore e aiutare il movimento azzurro nella creazione dei nuovi campioni che un domani calcheranno i terreni di gioco per emulare le sue imprese. Negli occhi e nel cuore dei tanti tifosi che lo hanno applaudito in questi anni, però, rimarrà sempre il ricordo di quel numero uno dal fisico imponente ma dal sorriso amichevole e dal carattere aperto e spontaneo che ha conquistato tutti, dentro e fuori dal campo, come solo i veri campioni di uno sport sanno fare.

lunedì 4 febbraio 2013

GLI EROI DELL'OLIMPICO

Immagine tratta da blitzquotidiano.it
Fino a qualche anno fa, immaginare soltanto un esordio del genere sarebbe sembrata pura utopia, un sogno irrealizzabile per chiunque. Affrontare e battere un'avversaria fortissima, vice-campione del Mondo in carica, in una cornice di pubblico degna dei più grandi eventi sportivi e con una prestazione straordinaria per cuore e determinazione, ma anche per organizzazione e tattica. Il Sei Nazioni 2013 dell'Italia di rugby inizia come meglio non si potrebbe, con una vittoria contro gli arcirivali della Francia, una delle formazioni più forti del panorama mondiale, in uno stadio Olimpico vestito a festa ed estasiato dalle prodezze dei suoi nuovi eroi. Davvero, come inizio non si poteva proprio chiedere di meglio.
Già due anni fa, ma nella loro vecchia casa, il Flaminio, gli Azzurri erano riusciti nell'impresa di piegare i transalpini, per un solo punto, con una rimonta incredibile e al termine di una sfida che sembrava più volte persa. Allora, però, si disse che era soprattutto demerito della Francia, scesa in campo con troppa sicurezza e incapace di fronteggiare l'improvvisa piega che aveva preso la partita. Stavolta, si può solo parlare di merito dell'Italia, scesa in campo con la determinazione di chi è stanco di ricevere tanti complimenti per l'impegno e la voglia, ma di tornare sempre a casa con una sconfitta e tanti punti subiti. La squadra, guidata proprio da un francese, Jacques Brunel, ha fatto capire subito che non era scesa in campo per fare da sparring partner: pochi minuti, e il capitano Parisse va in meta dopo una splendida azione di Orquera, che buca la difesa avversaria e serve il compagno libero. La Francia prova a reagire, va in meta a sua volta, ma un drop e un calcio di punizione ancora di Orquera mantengono avanti gli Azzurri, che stanno bene in campo e sembrano estremamente concentrati. Nel finale del primo tempo, però, gli avversari sembrano riorganizzarsi, giocano con maggiore pazienza, e trovano un'altra meta che li riporta in vantaggio. Nel secondo tempo, l'Italia torna a premere, ma non sembra in grado di sfondare, ed è anzi la Francia ad allungare a più cinque con un calcio di punizione.
E' a quel punto che, in pochi minuti, la partita trova la sua svolta decisiva, attraverso due episodi chiave. Prima, Michalak sbaglia l'unico calcio della sua partita, che avrebbe allungato ancora di più le distanze tra le due squadre e avrebbe potuto demoralizzare gli Azzurri. Subito dopo, l'Italia fa vedere tutti i suoi progressi con una grande azione di ripartenza dopo l'ennesimo affondo francese, conclusa da un altro passaggio vincente dell'ottimo Orquera (alla fine Man of the Match), che manda in meta Castrogiovanni e trasforma per il sorpasso. I transalpini accusano il colpo, provano a reagire ma trovano di fronte il muro azzurro che non vuole cedere, anzi a una decina di minuti dal termine subiscono un altro drop, stavolta di Burton, e sono quindi obbligati a cercare la meta per pareggiare o vincere la sfida. Gli ultimi minuti sono di apnea pura, ma alla fine la trincea italiana non cede, e al fischio dell'arbitro esplode la gioia di tutti, giocatori e spettatori, consapevoli della grande impresa appena compiuta. E' solo la seconda volta che l'Italia inaugura un Sei Nazioni con un successo: l'unico precedente risaliva al 2000, anno di esordio degli Azzurri nella competizione, e allora la vittima fu la Scozia, campione uscente del torneo ma già in chiaro declino, come confermano questi ultimi anni.
Le similitudini tra quella vittoria e questa, però, sono estremamente poche, visti gli enormi progressi compiuti dall'Italia in questi tredici anni di Sei Nazioni e di grandi sfide contro le potenze del rugby mondiale. Lentamente, la nostra Nazionale è cresciuta sempre di più, fortificandosi e superando momenti duri, sconfitte pesanti e umiliazioni continue. Negli ultimi anni, poi, lo sforzo della Federazione e degli allenatori è diventato sempre maggiore, prima con l'iscrizione di due squadre nella Celtic League, dove potessero confrontarsi con avversarie di livello più alto, poi con la scelta di un allenatore in grado di sviluppare un gioco offensivo e propositivo, che non si affidasse solo alla forza della mischia. I progressi sono sempre più evidenti, soprattutto a livello mentale, visto che la squadra sembra gestire meglio i momenti di difficoltà e il calo fisico che spesso avevano portato a pesanti debacle negli ultimi minuti delle partite. Certo, se qualcuno inizia a pensare che dopo questa vittoria si può puntare al successo nel Sei Nazioni è fuori strada. C'è ancora tanto lavoro da fare, anche in una vittoria come quella di ieri si possono sempre trovare imperfezioni ed enormi margini di miglioramento, come le rimesse laterali, solo per fare un esempio. Le avversarie sono ancora un gradino più in alto di noi, hanno organici superiori da cui attingere giocatori e sono abituate a giocare sempre sotto pressione e alla vittoria. Ottenere un'altra vittoria e non chiudere il torneo all'ultimo posto sarebbe già un grandissimo successo, oltre ad una conferma della crescita che sta avendo il movimento.
Conferma che potrebbe arrivare già sabato, quando gli Azzurri saranno nuovamente in campo, stavolta lontano dalle mura amiche. Si giocherà a Murrayfield, tempio del rugby scozzese, in cui la nostra squadra ha già ottenuto una prestigiosa vittoria nel 2007, l'unica fuori casa nella storia del Sei Nazioni. Contro di noi, scenderà in campo una Scozia in cerca di risultati e di riscossa dopo un periodo difficile, e consapevole che una sconfitta contro di noi non sarebbe accettabile. Quindi, smaltita l'euforia per la grande vittoria di ieri, già da oggi l'Italia è pronta a tornare al lavoro e a preparare la prossima sfida, consapevole che solo con questa mentalità si può arrivare ad aspirare davvero a grandi successi.

martedì 16 ottobre 2012

40 ANNI DOPO: LA PARTITA MAI GIOCATA

Immagine tratta da gazzetta.it
Ci sono occasioni in cui lo sport può assumere un ruolo marginale, come uno spunto per dare inizio al racconto di storie straordinarie, fuori dal comune, che non possono essere dimenticate. In questo caso, il nostro racconto inizia con una partita di rugby che si è disputata un paio di giorni fa, per celebrare una sfida che si sarebbe dovuta giocare esattamente 40 anni fa, e invece non si giocò mai. I nomi Old Christians Club e Old Grangonian Club (i due team in campo, rispettivamente uruguaiano e cileno) probabilmente dicono poco o nulla a moltissimi lettori, così come quelli di alcuni di questi giocatori ormai invecchiati, come Roberto Canessa, Nando Parrado, Carlitos Paez. Loro, con tanti altri compagni, dovevano scendere in campo a Santiago il 14 ottobre del 1972, ma il destino si pose crudelmente sulla loro strada, sottoponendoli ad una prova terribile.
Il giorno prima della gara, l'aereo su cui erano in viaggio precipita sulle Ande per un errore di calcolo dei piloti, che sbagliano la rotta e non riescono ad evitare l'urto con le montagne. L'impatto è terribile, il velivolo carico di giovani atleti, con alcuni parenti e membri dello staff, si schianta violentemente nella neve. Alcuni muoiono sul colpo, altri poche ore dopo per le ferite riportate, tutti sono terrorizzati e non hanno idea di dove si trovano e di cosa possono fare per sopravvivere. Le ricerche delle autorità sono inutili, i resti dell'aereo bianco si confondono con la neve, e dopo dieci giorni tutti vengono dichiarati ufficialmente morti. Nel momento di massima disperazione, il primo a decidere di non mollare è Nando Parrado, che poco prima dello schianto aveva cambiato posto con un compagno, salvandosi la vita in modo incredibile. E' lui il primo a dare la scossa, insieme a Roberto Canessa e a quelli che riescono a mantenere intatta la voglia di lottare, di non arrendersi alle avversità, di sopravvivere. Ricavano tutto quello che possono dalla carcassa dell'aereo, creano ripari per scaldarsi e combattere il freddo, occhiali contro il riverbero, con metodi ingegnosi distillano acqua pulita dalla neve per riuscire a dissetarsi. A corto di cibo e ormai stremati, infine, compiono un gesto estremo: pur di restare vivi, scelgono di trarre nutrimento dai corpi di compagni e amici deceduti, una decisione terribile dettata dalla drammaticità del momento e da un enorme istinto di sopravvivenza.
Due mesi dopo lo schianto, prostrati dal freddo e dalla denutrizione, Parrado e Canessa decidono con i compagni di tentare il tutto per tutto, e basandosi sulle poche informazioni che hanno organizzano una spedizione per scendere a valle e cercare aiuto. Proprio loro due sono designati a compiere l'estremo tentativo, e si lanciano in una terribile marcia tra la neve e le rocce, che dura dieci giorni ma sembra eterna. Arrivati in qualche modo a valle, e quasi al limite delle proprie forze, vengono visti finalmente da un mandriano cileno, che riesce a scoprire la loro storia e finalmente li porta in salvo. Il giorno dopo, sotto la guida di Parrado, due elicotteri militari cileni arrivano sul luogo del disastro e portano in salvo anche gli ultimi superstiti. Erano partiti in 40, in 16 riescono a tornare a casa, debilitati ma felici.
Questa storia incredibile è entrata ormai nell'immaginario collettivo come uno dei più incredibili casi di sopravvivenza in condizioni disperate, anzi estreme. La vicenda di quei ragazzi, alcuni dei quali non avevano nemmeno compiuto vent'anni, ha dato origine a libri, film, documentari, e si è scritto davvero tanto sulla loro incredibile forza di volontà, e sulla terribile scelta di ricorrere alla carne dei propri compagni morti pur di sopravvivere. Parrado, Canessa e tutti gli altri superstiti si sono recati più volte sui luoghi dello schianto, celebrando messe in onore delle vittime e costruendo un monumento funebre con i resti dell'aereo. Il 14 ottobre, come detto, sono scesi in campo a Santiago insieme agli altri reduci di quel tremendo giorno di 40 anni fa. Molti di loro sono diventati padri, forse anche nonni, hanno i capelli bianchi e non sono più gli atleti di un tempo, ma l'entusiasmo e la voglia di giocare brillava ancora chiaramente nei loro occhi. Scendere in campo in quest'occasione è stata l'ennesima dimostrazione della loro gioia di vivere, della determinazione con cui hanno sempre affrontato la vita dopo quella terribile disavventura. Al di la' di ogni moralismo e di tutte le dietrologie sulle loro scelte in quei terribili giorni, la loro lezione di vita rimarrà sempre indelebile nella memoria di tutti.