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lunedì 4 febbraio 2013

GLI EROI DELL'OLIMPICO

Immagine tratta da blitzquotidiano.it
Fino a qualche anno fa, immaginare soltanto un esordio del genere sarebbe sembrata pura utopia, un sogno irrealizzabile per chiunque. Affrontare e battere un'avversaria fortissima, vice-campione del Mondo in carica, in una cornice di pubblico degna dei più grandi eventi sportivi e con una prestazione straordinaria per cuore e determinazione, ma anche per organizzazione e tattica. Il Sei Nazioni 2013 dell'Italia di rugby inizia come meglio non si potrebbe, con una vittoria contro gli arcirivali della Francia, una delle formazioni più forti del panorama mondiale, in uno stadio Olimpico vestito a festa ed estasiato dalle prodezze dei suoi nuovi eroi. Davvero, come inizio non si poteva proprio chiedere di meglio.
Già due anni fa, ma nella loro vecchia casa, il Flaminio, gli Azzurri erano riusciti nell'impresa di piegare i transalpini, per un solo punto, con una rimonta incredibile e al termine di una sfida che sembrava più volte persa. Allora, però, si disse che era soprattutto demerito della Francia, scesa in campo con troppa sicurezza e incapace di fronteggiare l'improvvisa piega che aveva preso la partita. Stavolta, si può solo parlare di merito dell'Italia, scesa in campo con la determinazione di chi è stanco di ricevere tanti complimenti per l'impegno e la voglia, ma di tornare sempre a casa con una sconfitta e tanti punti subiti. La squadra, guidata proprio da un francese, Jacques Brunel, ha fatto capire subito che non era scesa in campo per fare da sparring partner: pochi minuti, e il capitano Parisse va in meta dopo una splendida azione di Orquera, che buca la difesa avversaria e serve il compagno libero. La Francia prova a reagire, va in meta a sua volta, ma un drop e un calcio di punizione ancora di Orquera mantengono avanti gli Azzurri, che stanno bene in campo e sembrano estremamente concentrati. Nel finale del primo tempo, però, gli avversari sembrano riorganizzarsi, giocano con maggiore pazienza, e trovano un'altra meta che li riporta in vantaggio. Nel secondo tempo, l'Italia torna a premere, ma non sembra in grado di sfondare, ed è anzi la Francia ad allungare a più cinque con un calcio di punizione.
E' a quel punto che, in pochi minuti, la partita trova la sua svolta decisiva, attraverso due episodi chiave. Prima, Michalak sbaglia l'unico calcio della sua partita, che avrebbe allungato ancora di più le distanze tra le due squadre e avrebbe potuto demoralizzare gli Azzurri. Subito dopo, l'Italia fa vedere tutti i suoi progressi con una grande azione di ripartenza dopo l'ennesimo affondo francese, conclusa da un altro passaggio vincente dell'ottimo Orquera (alla fine Man of the Match), che manda in meta Castrogiovanni e trasforma per il sorpasso. I transalpini accusano il colpo, provano a reagire ma trovano di fronte il muro azzurro che non vuole cedere, anzi a una decina di minuti dal termine subiscono un altro drop, stavolta di Burton, e sono quindi obbligati a cercare la meta per pareggiare o vincere la sfida. Gli ultimi minuti sono di apnea pura, ma alla fine la trincea italiana non cede, e al fischio dell'arbitro esplode la gioia di tutti, giocatori e spettatori, consapevoli della grande impresa appena compiuta. E' solo la seconda volta che l'Italia inaugura un Sei Nazioni con un successo: l'unico precedente risaliva al 2000, anno di esordio degli Azzurri nella competizione, e allora la vittima fu la Scozia, campione uscente del torneo ma già in chiaro declino, come confermano questi ultimi anni.
Le similitudini tra quella vittoria e questa, però, sono estremamente poche, visti gli enormi progressi compiuti dall'Italia in questi tredici anni di Sei Nazioni e di grandi sfide contro le potenze del rugby mondiale. Lentamente, la nostra Nazionale è cresciuta sempre di più, fortificandosi e superando momenti duri, sconfitte pesanti e umiliazioni continue. Negli ultimi anni, poi, lo sforzo della Federazione e degli allenatori è diventato sempre maggiore, prima con l'iscrizione di due squadre nella Celtic League, dove potessero confrontarsi con avversarie di livello più alto, poi con la scelta di un allenatore in grado di sviluppare un gioco offensivo e propositivo, che non si affidasse solo alla forza della mischia. I progressi sono sempre più evidenti, soprattutto a livello mentale, visto che la squadra sembra gestire meglio i momenti di difficoltà e il calo fisico che spesso avevano portato a pesanti debacle negli ultimi minuti delle partite. Certo, se qualcuno inizia a pensare che dopo questa vittoria si può puntare al successo nel Sei Nazioni è fuori strada. C'è ancora tanto lavoro da fare, anche in una vittoria come quella di ieri si possono sempre trovare imperfezioni ed enormi margini di miglioramento, come le rimesse laterali, solo per fare un esempio. Le avversarie sono ancora un gradino più in alto di noi, hanno organici superiori da cui attingere giocatori e sono abituate a giocare sempre sotto pressione e alla vittoria. Ottenere un'altra vittoria e non chiudere il torneo all'ultimo posto sarebbe già un grandissimo successo, oltre ad una conferma della crescita che sta avendo il movimento.
Conferma che potrebbe arrivare già sabato, quando gli Azzurri saranno nuovamente in campo, stavolta lontano dalle mura amiche. Si giocherà a Murrayfield, tempio del rugby scozzese, in cui la nostra squadra ha già ottenuto una prestigiosa vittoria nel 2007, l'unica fuori casa nella storia del Sei Nazioni. Contro di noi, scenderà in campo una Scozia in cerca di risultati e di riscossa dopo un periodo difficile, e consapevole che una sconfitta contro di noi non sarebbe accettabile. Quindi, smaltita l'euforia per la grande vittoria di ieri, già da oggi l'Italia è pronta a tornare al lavoro e a preparare la prossima sfida, consapevole che solo con questa mentalità si può arrivare ad aspirare davvero a grandi successi.

domenica 13 maggio 2012

IL CUORE DEI CAMPIONI

Immagine tratta da scoresway.com

Il bello del basket è che una squadra, sotto anche di 15-20 punti durante una partita e in campo senza i favori del pronostico, può compiere l'impresa di rimontare e portare a casa addirittura la vittoria. Si potrebbero citare tantissimi esempi nella storia di questo sport, ma senza andare troppo lontano possiamo semplicemente rivedere la Finale di Eurolega che si è appena conclusa con l'incredibile successo dell'Olympiakos sulla corazzata CSKA Mosca.
Una vera e propria impresa, quella dei greci, arrivati a giocarsi le Final Four della coppa più importante d'Europa dopo una dura serie nei Quarti di Finale contro Siena e considerata da tutti gli esperti la meno forte delle quattro contendenti per il titolo. In effetti la squadra non era più quella degli ultimi due anni, si era privata di alcuni giocatori importanti come Teodosic, Bourousis, Halperin e Papaloukas e non sembrava in grado di competere ad alti livelli contro le altre formazioni europee. Ma guai a sottovalutare il cuore e l'orgoglio dei greci, soprattutto se in campo con loro c'è un talento come Vasilis Spanoulis e in panchina c'è una vecchia volpe come Dusan Ivkovic, l'allenatore che li aveva portati al primo e unico successo in Eurolega nel 1997. Su quest'asse affidabile e sicuro, la dirigenza dell'Olympiakos ha costruito un gruppo solido mentalmente e fisicamente, mai domo nonostante la giovane età media, e alla fine i risultati hanno dato ragione a loro. Più volte, durante la competizione, la squadra del Pireo si è trovata di fronte alla sconfitta e alla conseguente eliminazione, ma è sempre riuscita a rinascere dalle proprie ceneri e a portare a casa il successo, fino all'ultima impresa contro i favoritissimi campioni del CSKA.
Già nel secondo turno le squadre si erano affrontate, in girone, e il risultato era stato eloquente: +8 Mosca in Grecia e addirittura +32 in Russia, con l'Olympiakos a un passo dall'eliminazione e costretto a giocarsi il tutto per tutto nell'ultimo incontro con il Galatasaray. Vinta questa partita, Spanoulis e compagni si sono trovati davanti un avversario che sembrava proibitivo: la Montepaschi Siena, che già l'anno prima li aveva eliminati dalla competizione e arrivava allo scontro con una superiorità che sembrava netta. Nella prima partita della serie, con gli italiani in netto vantaggio, i greci hanno reagito alla grande, strappando un successo importantissimo, e in Gara-2 hanno sfiorato il bis, perdendo di un solo punto. Nelle successive sfide in campo amico, l'Olympiakos non si è fatto sfuggire l'occasione e ha concluso brillantemente la serie sul 3 a 1, conquistando una Final Four che già sembrava storica.
In semifinale, i greci hanno affrontato il temibile Barcellona di Navarro, che due anni prima li aveva battuti in finale e che secondo molti era la favorita, insieme al CSKA, per il successo finale. Trascinati da Spanoulis, la formazione ellenica ha giocato una partita grintosa e per certi versi eroica, ottenendo una vittoria incredibile e gustandosi la più dolce delle vendette. Tra la squadra di Ivkovic e l'impresa, a questo punto, si parava solo il CSKA Mosca, che era riuscito a tenere due stelle NBA come Kirilenko e Krstic e poteva contare su altri talenti come l'ex Teodosic, Khryapa e Siskauskas. In quella che è stata una vera e propria battaglia, con punteggio basso e tanta tensione, i russi sono arrivati ad un vantaggio di 19 punti alla fine del terzo periodo, e sembravano avere il pieno controllo della sfida; con le spalle al muro, l'Olympiakos ha compiuto l'ultimo miracolo, rimontando con le riserve e giocandosi il finale punto a punto, fino al sorpasso a 0.7 decimi dalla sirena finale con il canestro di Printezis. Decisivi alla fine i punti di tre ragazzi del 1990, Sloukas, Mantzaris e lo stesso Printezis, i rimbalzi di Hines, che due anni fa giocava in Legadue in Italia, e ovviamente gli errori ai liberi degli avversari, che hanno perso l'occasione per chiudere la partita e hanno consegnato di fatto l'ultimo tiro ai greci.
Un successo che manda di diritto Ivkovic e i suoi giocatori nella storia di questo sport, soprattutto perché ottenuto con una squadra ringiovanita e impoverita dalla recente crisi che ha colpito la Grecia. Una favola che dimostra ancora una volta che nello sport i soldi sono utili ma non sempre permettono di fare la differenza, e che talvolta il cuore e l'orgoglio possono fare la differenza sul talento e sulla forza degli avversari. Soprattutto, un'iniezione di speranza e di fiducia per un Paese intero, che forse per una sera dimenticherà gli affanni economici e sociali e scenderà nelle piazze per festeggiare la vittoria dei suoi ragazzi, con quella felicità pura e genuina che solo lo sport riesce a regalare.