giovedì 12 dicembre 2013

QUESTIONE DI...DNA

Immagine tratta da mirror.co.uk
L'avventura in Champions League della Juventus in questo 2013-14 è già finita. L'anno che era stato indicato da molti come quello giusto in cui puntare alla Coppa dalle grandi orecchie si è rivelato molto meno felice di quello passato, dove complice un sorteggio favorevole si era arrivati tra le prime otto d'Europa. Stavolta invece la corsa al trono continentale si è interrotta al primo step, impantanata nel campo innevato e fangoso di Istambul, che tanto ha fatto e farà discutere, in un freddo pomeriggio di dicembre.
Un'eliminazione dura da digerire, una retrocessione in Europa League che di certo fa rabbia a tanti, dai giocatori alla dirigenza fino ovviamente all'allenatore, ma che deve far riflettere tutto l'ambiente su una cosa: la Juve non è una squadra da Champions, non lo era quando metteva in mostra campioni del calibro di Zoff, Platini, Boniek, Scirea e Paolo Rossi, figurarsi adesso che le grandi stelle del calcio mondiale giocano in altri campionati. Si è spesso detto che il club torinese, abituato a primeggiare e a recitare la parte del leone in Italia, fatichi troppo e troppo stesso a trovare la sua dimensione nel panorama europeo. Mai come ieri questa frase, per molti falsa e priva di fondamento, è sembrata vera, alla luce poi della contemporanea qualificazione del Milan, che paga ben 22 punti di ritardo dalla Veccha Signora in serie A e sta attraversando una complessa fase di transizione, una delle più difficili nella sua recente storia. Entrambe le squadre si trovavano in una situazione simile: due risultati su tre a favore, un punto in casa e una sconfitta onorevole in trasferta contro l'avversaria più ostica del girone (Real per i piemontesi, Barça per i rossoneri), e altre rivali temibili ma sulla carta inferiori e battibili. 
Certo, si può dire che il Milan aveva il vantaggio di giocare in casa, con un campo in ottime condizioni, e contro un gruppo talentuoso ma ancora giovane e "acerbo" per questa competizione, ma non sembrano differenze così rilevanti, soprattutto con i milanesi costretti a giocare in dieci quasi tutta la gara. Inoltre, la squadra di Allegri la qualificazione se l'era guadagnata prima, indovinando l'approccio alle gare sulla carta più "facili" del girone, portando a casa 6 punti su 6 contro il Celtic, una dote che insieme al pari conquistato all'ultimo minuto in Olanda contro l'Ajax all'andata ha dato più confidenza e fiducia al gruppo. La Juventus, invece, ha giocato da squadra di alto livello solo le sfide contro il Real Madrid, mentre ha steccato in tutte le altre sfide: 1 punto su 6 contro i turchi, con un pareggio casalingo subito un minuto dopo essere passati in vantaggio, e 4 su 6 contro il modesto Copenaghen, assediato senza lucidità in Danimarca e battuto più con cinismo ed episodi che con il gioco in casa. A conti fatti, chi può maggiormente e giustamente recriminare per una qualificazione che sarebbe stata ampiamente meritata è il Napoli, terzo con 12 punti in un girone estremamente duro, condannato dalla differenza reti ma uscito dal torneo a testa altissima, a differenza proprio dei bianconeri. A raccontarci di una coppa indigesta alla Signora torinese sono anche i numeri: su 28 partecipazioni, in ben 13 occasioni la Juve è stata eliminata tra primo e secondo turno, vale a dire circa la metà dei casi, si trattasse di gironi o di scontri andata e ritorno, vincendo il trofeo solo 2 volte (con 5 finali perse, record condiviso con il Benfica). Tanto per dare un'idea, il Milan ha disputato lo stesso numero di volte la coppa, con solo 10 eliminazioni nei primi due turni e ben 7 vittorie su 11 finali disputate, e l'Inter in 17 partecipazioni ha 12 piazzamenti dai Quarti di finale in su e 3 successi su 5 finali giocate.
Al di là dei numeri, sono i risultati e l'atteggiamento mostrato in campo che lasciano perplessi da sempre i tifosi bianconeri, scoraggiati e a tratti sconcertati dalla clamorosa involuzione mostrata tra una partita di campionato e quella successiva in Coppa. La Juve sembra quasi svuotarsi, perdere sicurezza e concentrazione, bloccarsi davanti alla paura di rimediare una brutta figura in Europa, incapace di risolvere e chiudere con tranquillità sfide sulla carta facili. Al di là di tecnici, dirigenti e giocatori, la vera mancanza della squadra sembra proprio caratteriale, storica, verrebbe quasi da dire che i bianconeri non hanno nel DNA la "fame" giusta per imporsi nel palcoscenico internazionale, e in particolare in quella che è la Coppa più desiderata e voluta da tutti a livello di club. La stagione 2014 non è di certo finita con la sconfitta di ieri, il campionato è ancora lunghissimo e ad anno nuovo inizieranno anche la Coppa Italia e l'Europa League, con la finale che si disputerà proprio a Torino. Un'ottima occasione insomma per restare competitivi e magari vincere un trofeo in Europa, impresa che non riesce ai bianconeri dal 1996, anno della Champions conquistata sotto la guida di Marcello Lippi. Con una coppa in più in bacheca, magari, si riuscirà a programmare meglio il mercato e il prossimo futuro, con l'ennesimo assalto da portare al trono d'Europa, in cerca di quel DNA da vincenti che continua a mancare alla Veccha Signora nei momenti decisivi.


lunedì 9 dicembre 2013

UNO SCHIAFFO PER REAGIRE

Immagine tratta da cagliaricalcio.net e modificata su befunky.com
Il match: seconda partita casalinga di fila per il Cagliari, stavolta impegnato contro il Genoa di Gasperini. I sardi sono reduci da una mini striscia positiva di 3 gare (1 vinta e 2 pari), i rossoblù liguri da 5 (3 vinte e 2 pari). Nel Cagliari fuori ancora Agazzi ed Ariaudo per "scelta tecnica", Perico e la pantera Ibarbo per infortunio, nel Genoa manca il solo Matuzalem, squalificato. Diego Lopez lascia a sorpresa in panchina Cossu e Murru, preferendogli Ekdal ed Avelar nel solito 4-3-1-2. Gasperini con il suo 3-4-3 con Lodi regista e Kucka e Feftatzidis a supportare il bomber Gilardino. Il Cagliari inizia bene, ma, al solito, viene trafitto alla prima azione avversaria, disattenzione abominevole in marcatura di Rossettini e Gila al 16' porta i suoi avanti. La reazione dei sardi è sterile, ma la Dea Bendata ci mette una pezza e l'arbitro al minuto 43 regala una doppia ammonizione al genoano Manfredini: episodio quantomeno discutibile. Da lì in poi è un assedio del Cagliari. Al 76' e al 92' una doppietta del redivivo Sau regala la vittoria ai sardi, ma quanta fatica! 3 delle 4 vittorie in stagione sono arrivate in rimonta, mentre si perdeva. Sarà un caso? Serve uno schiaffo per reagire ogni volta? Ben 8 reti delle 17 segnate sono arrivate negli ultimi 10 minuti di gioco, portando 9 punti complessivi.
La chiave tattica: il 3-4-3 del Genoa è molto elastico, e spesso è un 5-3-1-1 ben chiuso, e nel primo tempo i liguri attaccano poco, pur chiudendo in vantaggio. L'espulsione ingiusta di Manfredini fa sì che la ripresa si giochi ad una porta sola, esaltando le doti del baby portiere Perin (che DiBiagio non convoca mai nell'Under 21). Diego Lopez prende coraggio e al 46' schiera Cossu ed Ibraimi, assieme a Sau e Pinilla in attacco. Al 77' sull' 1-1, in campo anche Nenè, per una versione a 2 trequartisti larghi e 3 punte del tutto inedita. Il Genoa è alle corde, e, nel recupero arriva la vittoria. E' un buon segno che il Cagliari rimonti sempre quando saltano gli schemi e va all'arrembaggio? O forse gli schemi iniziali son poco incisivi?
L' uomo partita: chiaramente Marco Sau, autore della doppietta decisiva. Il bomber tascabile di Tonara sigla due reti di pregevole fattura. Il gol contro il Sassuolo pare averlo risvegliato, sale a 4 reti in stagione, miglior marcatore della squadra assieme al Capitano Conti.
La sorpresa: nomination per Nenè, la cui rovesciata sbilenca regala l'assist vincente a Sau. Anche ieri, non tocca molti palloni, forse solo quello, ma sia con il Sassuolo, che con il Genoa, il suo ingresso cambia la partita: ogni pallone toccato diventa oro.
La delusione: Albin Ekdal viene schierato dietro le punte, ma nei 77 minuti in cui è in campo, gira un po' a vuoto. L'assenza prolungata per l'infortunio pesa, e risulta essere il meno in palla dei suoi. Deve ritrovare la forma ed il ritmo partita.
La conferma: importante come la doppietta di Sau, la parata di Vlada Avramov al 74' salva la partita del Cagliari. Un bolide mancino di Antonelli da distanza ravvicinata, avrebbe potuto portare il match sullo 0-2, ma il portiere serbo si dimostra in stato di grazia, respingendo in angolo. Dal cambio Agazzi-Avramov il Cagliari pare averci addirittura guadagnato. 
La classifica: la graduatoria sorride, il Cagliari è 9° a pari punti con Milan e Parma, 4 vittorie, 6 pareggi e 5 sconfitte. Le reti fatte salgono a 17, quelle subite a 23. 5 sono ora i punti di vantaggio sulla terzultima (al 75' erano solo 2...).
Prossime gare: il 15 dicembre Parma-Cagliari, il 21 dicembre Cagliari-Napoli, il 6 gennaio Chievo-Cagliari.

sabato 7 dicembre 2013

ARRIVEDERCI, INVINCIBILE MADIBA

 
 Video tratto da youtube.com


A chi di voi è capitato di emozionarsi e di rimanere particolarmente colpito guardando un film sullo sport, o in cui comunque lo sport ricopriva un ruolo importante? A me è successo diverse volte, soprattutto nel recente passato, e c'è un film in particolare che, a primo impatto, mi ha lasciato davvero il segno, mi ha fatto riflettere. Si tratta di Invictus, diretto qualche anno fa da Clint Eastwood, e interpretato in maniera superba da Morgan Freeman e da Matt Damon. La trama è tutta incentrata sul periodo della Coppa del Mondo di rugby del 1995, tenutasi in Sud Africa e fortemente voluta ed auspicata da un uomo che puntava a questo grande evento sportivo per iniziare la sua opera di pacificazione e unificazione di un Paese tremendamente diviso al suo interno.
L'uomo, l'avrete capito tutti, era Nelson Mandela, uno dei personaggi secondo me più importanti e più significativi del secolo scorso, un esempio inimitabile di forza d'animo, amore di patria e desiderio di armonia e pace tra cittadini della stessa nazione. Madiba, come è stato sempre soprannominato dai suoi concittadini, si è distinto in particolare per il suo ruolo politico e sociale, per la lotta convinta e incessante per i diritti civili dei neri e contro il vergognoso regime dell'apartheid, che l'ha portato a trascorrere un lungo periodo della sua vita in carcere, subendo sulla sua pelle tutte le angherie e le sofferenze del suo popolo, sostanzialmente sottomesso dalla minoranza bianca. Il suo più grande merito è stato quello di non cercare il potere per una sorta di rivincita o di vendetta, bensì per promuovere con forza e convinzione il processo di parificazione dei diritti tra le diverse etnie del Paese e di pacificazione tra bianchi e neri, avviando una convivenza pacifica e una netta crescita economica per il Sud Africa. Il "veicolo" scelto da Mandela per trasmettere nel miglior modo possibile il suo messaggio, guarda caso, è stato proprio lo sport. Subito dopo la sua elezione a Presidente del Sud Africa, ha concentrato tutta la sua attenzione nell'organizzazione della Coppa del Mondo di rugby, primo grande evento sportivo a cui la nazione africana era ammessa a partecipare dopo le esclusioni dovute alla politica dell'apartheid.
Immagine tratta da britannica.com
Nel film Invictus tutto ruota intorno al rapporto tra Mandela e François Pienaar, capitano degli Springboks (le gazzelle, il soprannome della squadra di rugby) in occasione di quel torneo, e al di là delle parti romanzate o enfatizzate la trama rispecchia molto fedelmente la realtà di quei giorni. Il legame tra questi due uomini, così diversi in tutto, diventa sempre più stretto e amichevole, superando ben presto la mera realtà sportiva, con il Presidente che convoglia tutte le sue energie per far amare il rugby alla comunità nera, che fino a quel momento lo detestava perché era lo sport preferito dai bianchi, e il giocatore che sprona con l'esempio i compagni e svolge un grandissimo ruolo di propaganda e d'immagine con la popolazione. Pienaar e gli altri membri della squadra saranno così coinvolti dal suo entusiasmo da decidere spontaneamente di visitare le ormai abbandonate prigioni di Robben Island, in cui Mandela e altri dissidenti politici erano detenuti in celle piccolissime, spaccando pietre per tutto il giorno, rimanendo fortemente toccati da quel viaggio e da quell'esperienza. Il risultato di questa collaborazione è strabiliante: il Sud Africa, pur partendo senza i favori del pronostico, sorprende tutti e si aggiudica la Coppa del Mondo, battendo in finale i fortissimi All Blacks della stella nascente Jonah Lomu. Vedere tutto lo stadio in festa, con persone di etnie così diverse unite dalla gioia per questo grande successo sportivo, esemplifica il trionfo dell'idea di Mandela, che per l'evento veste proprio la divisa di Pienaar e a fine partita gli consegna il trofeo della vittoria, in una delle immagini più belle della storia dello sport mondiale.
Un anno dopo, il Sud Africa coronerà anche il sogno di vincere per la prima volta la Coppa d'Africa di calcio, in un altro evento fortemente voluto dal Presidente e ospitato in casa, a coronamento di un biennio che a livello sportivo sarà irripetibile per la Nazione. Lasciata la carica a più di ottant'anni, Mandela rimarrà comunque una figura di rilievo per il Sud Africa e per il Mondo in genere, continuando la sua battaglia contro l'oppressione e in sostegno dei diritti umani e civili da dietro le quinte, con la sua presenza silenziosa ma al tempo stesso possente. Nel 2010, quando il suo Sud Africa è diventato la prima Nazione del Continente Nero ad ospitare una Coppa del Mondo di calcio, tutti gli occhi del Mondo saranno puntati su di lui, che a oltre novant'anni riesce a presenziare alla Finale, con la solita incrollabile forza di volontà che tante volte lo ha trascinato e spinto ad andare avanti nella vita. Sarà proprio quella l'ultima apparizione pubblica di Madiba, che se n'è andato nella notte di mercoledì, a oltre novantacinque anni, padrone del suo destino, capitano della sua anima, proprio come recita la poesia Invictus, che tanto ha apprezzato e a cui si è ispirato nei durissimi anni della prigionia, titolo del film da cui siamo partiti per questo nostro racconto. Arrivederci Madiba, ci mancherai.

lunedì 2 dicembre 2013

DA "DESAPARECIDO" A "RE LEONE"

Immagine tratta da sport.sky.it
Come ritrovarsi in casa un giocatore indesiderato, non richiesto e fuori forma, e scoprire dopo un paio di mesi di avere un estremo bisogno di lui. Ciò che sta accadendo in casa juventina con il centravanti Llorente è proprio questo: ignorato nei primi mesi di campionato, ora è decisamente lui il colpo del mercato bianconero, il giocatore giusto per tutte le esigenze e in tutte le partite. Un'evoluzione incredibile e per molti inattesa, quella del bomber basco, non se si guarda l'idea di gioco impostata da Conte e qualche episodio analogo del recente passato dei campioni d'Italia. 
Fin dalla sua prima stagione sulla panchina della Juve, infatti, il tecnico salentino ha sempre puntato su un attaccante di peso e di sostanza, magari non fenomenale sotto porta ma in grado con il suo fisico e le sue caratteristiche di dare profondità, far salire la squadra, e magari buttarla dentro con qualche giocata "sporca", stilisticamente non perfetta ma molto più efficace di dribbling e colpi di fantasia. Matri era l'esempio perfetto del centravanti voluto da Conte, che non a caso ha preso piuttosto male la sua cessione nell'estate, soprattutto per l'abnegazione e l'utilità che il ragazzo ha sempre dimostrato di possedere all'interno del gruppo, a prescindere dalle sue medie realizzative non sfavillanti. Titolare fisso nel primo scudetto della rinascita juventina, Matri si è poi dovuto giocare il posto giocatori simili a lui per stile di gioco e caratteristiche, come Quagliiarella e soprattutto Borriello, voluto proprio da Conte per dare una mano nelle fasi cruciali della corsa al titolo. Anche l'anno successivo, dopo una prima fase di stagione con il duo Vucinic-Giovinco titolare, la vera svolta tattica bianconera è arrivata con il reinserimento di Matri, che ha dato peso ad un attacco altrimenti fantasioso ma troppo leggero e, a tratti, inconcludente contro difese veloci e brave a non scoprirsi.
Llorente nel suo gioco è certamente simile a Matri per fisico e caratteristiche, ma con qualche netta differenza, di stazza ma soprattutto di tecnica. Lo spagnolo è più robusto, 10 centimetri e altrettanti chili in più dell'attaccante oggi al Milan, e unisce a questi vantaggi una capacità migliore di tenere il pallone, fare sponde veloci per i compagni e farsi trovare pronto sotto porta nei momenti importanti. E' anche più giovane di un anno, il che non guasta mai se si pensa in chiave futura, e conosce bene il palcoscenico europeo e internazionale, avendo disputato tre edizioni consecutive dell'Europa League con l'Athletic Bilbao (con tanto di finale persa nel 2012), ed essendosi aggiudicato con la Nazionale spagnola il titolo Mondiale nel 2010 ed Europeo nel 2012, pur giocando molto poco. Non è un fenomeno, ben inteso, ma conosce bene il ruolo del centravanti vecchia maniera, fisico e opportunista, e sa sfruttare bene le sue occasioni. Arrivato a costo zero perché in scadenza di contratto, a inizio stagione ha dovuto ambientarsi con il campionato italiano, e soprattutto ritrovare la forma migliore, visto che nella scorsa stagione aveva giocato poco per via del suo desiderio di lasciare il club basco per approdare alla Juventus. Superata la diffidenza iniziale dell'ambiente e di Conte, che non sembrava riuscire a trovargli posto nel suo attacco, si è giocato bene la sua prima chance da titolare, segnando la rete decisiva contro il Verona, e anche in Champions si è fatto notare quando ha realizzato due reti agli spagnoli del Real Madrid, una al Bernabeu ed una a Torino. Da quasi due mesi il posto accanto a Tevez è suo, senza più discussioni, e nelle ultime tre partite con il Napoli, a Livorno e in casa con l'Udinese ha segnato le reti decisive per sbloccare e successivamente vincere i match e consentire ai bianconeri di allungare in vetta al campionato.
Una bella rivincita per lui e un grosso smacco per i tanti critici che l'avevano definito inutile, fuori luogo, inadatto al nostro calcio, sopravvalutato. La sua sembrava in effetti la fotocopia delle esperienze di altri attaccanti arrivati alla Juve con buone aspettative, non come obiettivi di mercato dichiarati, e rivelatisi con il passare del tempo un flop di cui liberarsi in fretta. Se Borriello, nel 2012, si era gradualmente fatto apprezzare con un paio di gol importanti, anche se non sufficienti a garantirgli la permanenza in bianconero, la scorsa stagione le esperienze di Bendtner (nove partite pressoché anonime) e del suo sostituto Anelka (due scampoli di gara senza lasciare il segno) avevano deluso non poco le aspettativa di tecnico e dirigenza. E dire che Llorente era dato sul piede di partenza già prima dell'inizio del campionato, sponda Barcellona, e che dopo il primo mese in cui non aveva quasi messo piede in campo i giornali spagnolo lo davano per "desaparecido", dimenticato chissà dove da Conte e dal suo staff...
Ora il nuovo "Re Leone", come viene chiamato dai tifosi per la lunga chioma castana e la barba (non ce ne voglia il grande Batistuta, proprietario ad honorem di questo titolo...), è praticamente insostituibile, la sua utilità in campo è sotto gli occhi di tutti, e lo stesso Conte lo elogia e sembra disposto a tutto pur di non privarsi di lui, anche ad esentarlo dal turnover. Da "desaparecido" ad eroe e potenziale colpo di mercato, il passo per Llorente è stato davvero breve.

SENZA UNO STRACCIO DI GIOCO

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Il match: al Sant'Elia, con la solita apertura al pubblico limitata a 5000 unità, si affrontano due squadre in salute di risultati: il Sassuolo reduce da 7 punti negli ultimi 3 match, ed il Cagliari reduce dalla fortunosa vittoria con il Torino e dall'altrettanto fortunoso pareggio contro la Roma.
Sassuolo senza Floro Flores, Cagliari senza Pinilla ed Agazzi, ufficialmente relegato al ruolo di terzo portiere. La gara ha un chiaro canovaccio: il Sassuolo domina il primo tempo e chiude sullo 0-2, passeggiando su un Cagliari balneare. Nel secondo tempo i neroverdi cercano di controllare chiudendosi in difesa e riescono nell'impresa di far segnare Nenè e Sau, due bomber in cerca di gol ormai da mesi. Pareggio sostanzialmente giusto, ma che pena.
La chiave tattica: il Cagliari sempre e solo cristallizzato sul 4-3-1-2 lento e prevedibile, il Sassuolo con un 5-3-2 perchè i terzini sono bloccati. Il furioso pressing emiliano stende la lentezza cagliaritana, e primo tempo giustamente chiuso sullo 0-2. Nella ripresa il Sassuolo si suicida con una tattica difensivista ad oltranza che non paga, quasi mai varca la propria metà campo e il Cagliari abbastanza casualmente pareggia. Peraltro in un totale minestrone tattico, con Pisano destro di piede sulla corsia mancina, che pesca addirittura un assist vincente, Ibraimi mancino sull'out di destra, Dessena messo al solito fuori ruolo come terzino destro, e togliendo Cossu, il più vivace di tutti nel secondo tempo. 
L'uomo partita: difficile individuarne uno sulla sponda cagliaritana. Diciamo Nenè, che sul primo gol del Sassuolo va a vuoto sull'angolo inzuccato da Marzorati, e che non ne azzecca una sino alla rete dell' 1-2 che riapre il match, con un colpo di testa perfetto. Poi, continua a non azzeccare un passaggio o uno stop. Ma quella rete è stata fondamentale.
La sorpresa: anche qui, tostissimo trovare una sorpresa. Proponiamo Checco Pisano, schierato terzino sinistro pur sapendo giocare solo con un piede, il destro, con una mossa pazza di ficcadentiana memoria. Eppure il nostro, sbagliando sull'out mancino controlli e passaggi da scuola calcio, riesce al momento giusto a rientrare sul destro e a crossare come mai gli era riuscito sinora, perfettamente in testa a Nenè. Farlo segnare è stata un'impresa.
La delusione: tuttora si cercano segni della presenza di Eriksson in campo, annega con la pioggia che cade in campo. Non si vede mai, fa numero in campo e basta. Incomprensibile concedergli 90 minuti, avendo comunque Ekdal in panchina. Dopo la prova convincente di Roma, quando c'è da costruire scompare. A 24 anni gli si chiede continuità.
La conferma: il pessimo gioco del Cagliari. In campo si passeggia, come consapevoli di una superiorità mai dimostrata. Il calcio dei sardi è lento, senza idee, spento. Esce Ibarbo, Cossu non è ai suoi livelli, e cala il buio. Son già più di una le partite rimesse in piedi senza lo straccio di un gioco. Non durerà. E Astori per l'ennesima volta perde palla e si prende gol. L'esperienza dovrebbe insegnare qualcosa, ma qui proprio no. Astori è l'emblema di una squadra che si specchia e si piace troppo, come se vivesse di rendita sulle prestazioni degli anni passati.
La classifica: il Cagliari attualmente è 14° con 15 punti, 3 vittorie, 6 pareggi e 5 sconfitte. 15 reti fatte e 22 reti subite in queste 14 partite. +3 sulla zona retrocessione.
Prossime gare: l' 8 dicembre Cagliari-Genoa, il 15 dicembre Parma-Cagliari, il 21 dicembre Cagliari-Napoli.

martedì 26 novembre 2013

UNA NOTTE DI SORPRESE

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Il match: la Roma per agguantare la Juve in vetta alla classifica, il Cagliari per dare un seguito alla vittoria con il Toro. Due defezioni in casa giallorossa: capitan Totti e Balzaretti, mentre in casa cagliaritana mancano Nainggolan (appiedato dal giudice sportivo), Agazzi ed Ekdal. Partita a senso unico: la Roma attacca e il Cagliari si difende, cercando di pungere in contropiede. Ne escono almeno 4/5 grandi parate di Vlada Avramov e 1 di De Sanctis. Finisce 0-0. La Roma recrimina per la serata di grazia del 34 enne estremo difensore serbo, il Cagliari mette nel paniere un punto d'oro per la corsa salvezza. E' andata di lusso insomma.
La chiave tattica: entrambe le squadre mettono in campo un tridente leggero, la Roma con Gervinho-Ljajic-Florenzi e il Cagliari con Ibarbo-Cossu-Sau. La squadra giallorossa però riesce spesso a sfondare sugli esterni. I terzini sardi vanno a chiudere sugli esterni offensivi, mentre manca quasi sempre il raddoppio su Maicon e Dodò, che risultano spesso pericolosi.
L'uomo partita: indubbiamente Vlada Avramov, 34enne portiere serbo del Cagliari, alla migliore gara in carriera. Almeno 4 interventi prodigiosi (quelli su Strootman e Maicon su tutti), e una sicurezza tra i pali che Agazzi quest'anno se la sogna. Propone la sua candidatura per il posto da titolare sin da domenica, considerando papere e contratto in scadenza del buon Michael.
La sorpresa: oltre al già citato Avramov, svetta Sebastian Eriksson, 24enne centrocampista svedese. Gran gara di sostanza, ben posizionato, non perde un pallone ed è deciso nei contrasti. E' un centrocampista di quantità, con un buon tiro dalla distanza. Dandogli un po' di fiducia, il Cagliari potrebbe aver trovato il sostituto di Nainggolan in casa. Alla terza stagione sarda. Tra lui ed Avramov, è stata una notte di sorprese.
La delusione: Marco Sau è in involuzione, fa bene Lopez a schierarlo, perchè magari con un gol si sbloccherebbe. Ma il bomber di Tonara (1 sola rete all'attivo quest'anno) è una pallida controfigura del folletto della passata stagione. Nullo in fase conclusiva, sbaglia alcune facili situazioni da contropiede. Speriamo si riprenda.
La conferma: Victor Ibarbo è l'uomo in più del Cagliari. Corre come un dannato, dribbla, recupera, aiuta la difesa. Non ha un ruolo definito. Come ala destra sarebbe splendido. A patto di giocare in una squadra che lo faccia risaltare, il Cagliari inizia a stargli stretto, proprio perchè non costruisce la squadra su di lui.

lunedì 25 novembre 2013

ADDII E SLIDING DOORS

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Ad Interlagos si è chiuso un Mondiale incantato sullo stesso spartito ormai da Agosto, con le vittorie in serie del quadricampione Vettel, arrivato a 9 consecutive e 13 stagionali. Record e record, tanto per cambiare.
Podio anche per Webber, all'ultima gara della carriera (con un giro d'onore meraviglioso senza casco) e per Alonso, primo degli "umani".
Massa, che chiude la sua esperienza ferrarista durata 8 stagioni, con un 7° posto che poteva essere 4° senza una strampalata penalizzazione della Fia per aver oltrepassato con le quattro ruote la linea di delimitazione dei box. D'altronde la triste barrichelizzazione nel tempo di Felipe, non poteva che concludersi con un finale del genere.
Molto carino l'omaggio di Vettel al compagno Webber allo start, quando decide di replicare perfettamente la mossa distintiva dell'australiano: la partenza da bradipo. Il buon Seb, proprio per far capire il margine sugli avversari, decide al pit-stop di montare solamente 3 pneumatici e di far arrivare il quarto direttamente dal retro box, per rendere spettacolare il tutto, mettendoci una decina di secondi in più. Chiude comunque con il gomito fuori dal finestrino 10 secondi prima di Webber. Diamo i numeri: 4 titoli, 39 vittorie, 45 pole e 22 giri veloci, il tutto in sei stagioni e mezza. Povero Webber.
Il rapporto Vettel-Webber è ormai da qualche stagione plafonato sullo status di seconda guida per Mark e di superstar per Seb. Il 14 Novembre 2010 però, la storia poteva essere riscritta. Forse in maniera decisiva. Ultimo Gp della stagione, Abu Dhabi. Alonso 246, Webber 238, Vettel 231. Red Bull in ascesa, con la monoposto più performante del lotto. Alonso ha il fiato sul collo, perderà il Mondiale dietro la meteora Petrov, sbagliando a seguire la strategia del pitstop, marcando Webber (con una strategia da esca) e lasciando il via libera al primo titolo di Seb. La Red Bull per tutto il weekend dà la sensazione di spingere Vettel nella rimonta a discapito di Webber. Sia in qualifica che nelle scelte delle strategie. E va tutto secondo i loro piani.
Ma se quel Mondiale, invece di andare a Vettel, fosse andato all'onesto mestierante Webber? 
Parleremmo ancora dello strapotere di Seb? Mark dopo quella botta psicologica, ha vinto solo 2 Gp in 3 anni (uno regalato da Vettel in Brasile nel 2011), mentre Seb ha collezionato numeri da marziano.
Immagine tratta da felipemassa.com e modificata su befunky.com
E il triangolo rosso Massa-Alonso-Raikkonen? Ha una data di svolta? Una sliding doors? 
Ebbene sì, la maledetta molla di Barrichello (proprio sinonimo di sfortuna!) all'Hungaroring che colpisce Massa sul casco, in uno dei pomeriggi più angosciosi degli ultimi decenni. 25 Luglio 2009. Da quella data cambia la carriera di Felipe. ancor più rispetto alla beffa del Mondiale perso all'ultima curva a Interlagos nel 2008. Felipe non vincerà più una gara, non farà più una pole, raggranellerà solamente 8 podi in 4 stagioni. Quella molla spinse la Ferrari, con il contratto di Alonso già in tasca per il 2010, ad aspettare il completo recupero del pilota paulista, dando il benservito a Kimi Raikkonen, con un anno di contratto senza correre pagato profumatamente da Santander, sponsor personale di Nando. Alonso-Raikkonen poteva essere la coppia in rosso già dal 2010, quattro anni prima. 4 anni in cui Massa si è progressivamente barrichelizzato, accettando umiliazioni ingiuste, come ad Hockenheim 2010 dove cedette la vittoria a Nando nel celebre "Nando is faster than you", e come ad Austin 2012, indietreggiato in griglia per favorire la rimonta dello spagnolo, con una sostituzione del cambio fittizia.
Massa nel 2010 avrebbe sicuramente trovato una sistemazione migliore della Williams 2014 (non era un mistero il corteggiamento della McLaren), senza perdere tempo, perchè così è stato 4 anni di carriera. 4 anni di gratitudine della Ferrari verso Massa, e di Massa verso la Ferrari, senza avere il coraggio di dirsi addio al momento giusto. 
Immagine tratta da formula1.com
E se poi, in sostituzione di Massa, Schumacher fosse sceso in pista a sostituirlo, come si era stabilito? 
Avrebbe poi accettato l'offerta triennale della Mercedes, che ne ha ridimensionato la grandezza?
Quella Ferrari era un catorcio nel 2009 (chiedere a Fisichella) e il Kaiser sarebbe o sprofondato (allontanando ogni velleità di rientro in F1) o avrebbe meravigliato (e allora la Rossa cosa avrebbe fatto?). 
Ma con i se e con i ma, la storia (neppure quella di Schumacher) non si fa.
Webber e Massa, da possibili eroi a comprimari.
Due sliding doors, due porte girevoli, che han cambiato i destini di Vettel, Webber, Massa, Raikkonen e anche Alonso e Schumacher. 
Senza queste due date, queste stagioni e il noioso finale di questo 2013 sarebbe stato lo stesso?

lunedì 18 novembre 2013

CHI LOTTAVA E CHI...L'OTTAVA!

Immagine tratta da f1grandprix.motorionline.com e modificata su befunky.com
Nella noiosissima gara monososta di Austin vince Seb Vettel. 
La miglior notizia di tutto il carrozzone è che siamo finalmente alla penultima corsa, dopo che ci siamo incantati da oramai 8 Gp sullo stesso andazzo. Una serie impressionante di corse clamorosamente uguali, di fughe solitarie, di domini schiaccianti, di gare decise alla prima curva. Ne beneficiano la vettura più forte (impressionante come riesca ad aprire prima degli avversari il gas in uscita di curva) e il pilota più forte, in uno stato di grazia clamoroso. Red Bull- Vettel è un binomio perfetto. Seb sembra l'unico in pista che non debba preservare le gomme, tira come e quando vuole, ed è talmente perfetto che spara il giro veloce sempre nelle ultime due tornate di ogni gara. L'ottava di Vettel entra nella storia, nessuno prima di lui ne vinse otto di fila. E domenica in Brasile è atteso per la nona. Aggiorniamo i numeri, imbarazzanti: 119 Gp disputati, 38 vittorie, 44 pole position, 61 podi, 22 giri veloci. Chapeau.
E mentre Vettel piazzava l'ottava, c'era chi semplicemente lottava.
Lottava Grosjean, forse alla miglior gara in carriera, nel tener dietro il vecchio cangurotto Webber, arrivando meritatamente secondo. E lottava Webber, contro i segni dell'età sempre più evidenti nelle sue partenze fallaci e ancora senza una vittoria stagionale (contro le 12 di Seb). La partenza-bradipo probabilmente rimarrà negli annali come la sua cifra distintiva.
Immagine tratta da formula1.com
Lottava Hamilton, in versione autista di gomme, che durante i suoi team radio chiedeva sempre e solo del degrado pneumatici, se potesse o meno spingere. Una pena vedere uno dei più talentuosi driver castrato dalle gomme di marzapane. Ma queste son gare di durata o di velocità, verrebbe da chiedersi.
Lottava Alonso, con una Ferrarina sbiadita, che dopo un garone gli consegna solo un 5° posto, segno che proprio non ci siamo. E lottava contro Hulkenberg, tornato l'incredibile Hulk quando la Pirelli è tornata alle gomme con la costruzione del 2012. Un caso?
Lottavano come leoni Perez e Bottas, rispettivamente 7° e 8°. Il messicano, con un camion di soldi forniti da Slim, l'uomo più ricco del mondo, è alla ricerca di un sedile 2014, dopo l'appiedamento dalla McLaren. Il finlandesino dimostra di andare molto più del raccomandato Maldonado (che probabilmente si accaserà addirittura in Lotus!) e non fa dormire sonni tranquilli a Massa.
Ah già. Massa. No, Massa non lottava, finendo 13° portato a spasso dalla sua Ferrari. E con lui Kovalainen, il sostituto di Kimi, portato a spasso dalla sconosciuta per lui Lotus e miseramente 15°.
E non illudiamoci, Valsecchi avrebbe rimediato la stessa magra figura.
Finalmente domenica si chiude. E speriamo si chiuda un'era. Un'era di noia, di Vettel, di gomme ridicole, di piloti costretti ad andar piano e risparmiarsi. Non se ne può più.

lunedì 11 novembre 2013

PER FAVORE, NON CHIAMATELI ULTRAS

Immagine tratta da giornalettismo.com
Con una partita come Juventus-Napoli, sarebbe sembrato più che logico scrivere un articolo in merito, parlare di quanto si è visto in campo, su una bella partita che dovrebbe essere uno stimolo per chi si è allontanato da questo sport per convincerlo a tornare allo stadio. Invece, preferisco concentrarmi su un semplice campo di Lega Pro in cui è accaduto qualcosa che altrove sarebbe sconcertante solo pensare, impossibile per chi non vive la realtà calcistica del nostro Paese.
Salerno, stadio Arechi: l'attesissimo derby tra la squadra locale e la Nocerina dura appena 20 minuti, perchè gli ospiti esauriscono i cambi dopo un minuto e rimangono infine in sei, troppo pochi da regolamento per disputare una partita. La vicenda è già assurda raccontata in questo modo, diventa irrazionale e inverosimile se si pensa che quanto è successo è il risultato delle minacce e delle intimidazioni di un pugno di violenti e delinquenti che non vale neanche la pena di chiamare tifosi. La motivazione è da ricercarsi nel pre-gara. Salernitana e Nocerina sono divise da una fiera rivalità, che è più volte sfociata in passato in scontri e violenza. Per evitare il sorgere di nuovi disordini, il Prefetto di Salerno ha disposto il divieto di trasferta ai tifosi ospiti, ma non è riuscita a scoraggiare i rappresentanti della curva. Questi si sono recati a Salerno e hanno intimato con minacce ai propri "beniamini" di non scendere in campo per solidarietà nei loro confronti, e sono riusciti nel loro intento, visto che la squadra è scesa in campo per evitare multe e sanzioni ma ha usato il ridicolo escamotage degli infortuni per far sospendere la sfida. E mentre i dirigenti e l'allenatore della Nocerina presentavano le dimissioni, mentre tutto il mondo del calcio si indignava di fronte a questo spettacolo patetico e desolante, gli unici ad esultare erano questi presunti "tifosi", felici per aver raggiunto il loro scopo.
La domanda che sorge spontanea è: vale davvero la pena di definire "tifosi" o "ultras" queste persone? Che diritto ha una frangia di appassionati di decidere al posto di altri se una partita si deve giocare o meno? Che potere hanno la tessera del tifoso, i Daspo e tutti i provvedimenti restrittivi se ogni volta ci troviamo di fronte a questo annoso problema che affligge tutti gli stadi d'Italia. Io, da amante del calcio e tifoso convinto, sinceramente non mi sento di definire "ultras" e meno che mai "tifosi" questa gentaglia, questa massa di delinquenti che si nasconde dietro ad una bandiera o a uno sport per giustificare azioni che di sportivo e di leale non hanno proprio niente. Sono anni che ci troviamo a parlare sempre dello stesso problema, che assistiamo impotenti a episodi simili a questo, con le susseguenti voci di protesta e condanna che si levano per qualche ora, e poi tutti tacciono e aspettano un intervento non si sa bene da chi, almeno fino al nuovo episodio qualche domenica dopo. Se davvero la Lega tiene al prodotto che sta vendendo, se davvero il movimento sportivo italiano vuole che la gente torni ad amare il calcio dopo tanti scandali, cominci con il dare un segnale forte in queste occasioni. Una minoranza non può comandare sugli altri, coloro che vanno allo stadio sono tutti uguali, che paghino un biglietto o un abbonamento, che siano della curva o della tribuna vip, che seguano la squadra sempre e ovunque o che la vedano solo una volta all'anno. Chi sta seduto tutto il tempo e non dice una parola ha gli stessi diritti e doveri di chi canta dal primo all'ultimo minuto, e non va per questo biasimato, isolato o insultato. Ognuno ha il suo modo di vivere un evento, sportivo e non, si tratta di libertà di opinione, a patto ovviamente di rimanere nei limiti consentiti dalla legge.
I capi delle curve sono noti a tutti, società in primis, hanno precedenti e segnalazioni ma sono sempre là, a comandare e ad imporre le proprie regole come fossero tanti padroni. Che i presidenti e i giocatori inizino a distanziarsi da questa gente, che li isolino e li segnalino a chi di dovere, che boicottino o addirittura facciano sciogliere i gruppi organizzati. Coreografie e incitamento sono parte essenziale del calcio, ma non devono essere seguiti da intimidazioni, minacce o prese di posizione, questo senso di impotenza e rassegnazione deve sparire una volta per tutte. E soprattutto, e questa è la cosa più importante, smettano i giornalisti di definire queste persone "ultras", perché queste persone sono tutto fuorché ciò che il termine ultras rappresenta. Nel dizionario, l'ultras "è caratterizzato da un forte senso di appartenenza al proprio gruppo e dall'impegno quotidiano nel sostenere la propria squadra, che trova il suo culmine durante le competizioni sportive." Nessun accenno alla violenza o alla prepotenza, solo sana passione e convinto tifo sportivo. E' questa l'essenza del calcio e del tifoso, è questo lo spirito con cui si deve assistere ad una partita, che si vinca o che si perda. Che tutti se lo ricordino, nei Palazzi dorati del pallone, prima che questo splendido gioco, già sporco e corrotto da troppi scandali, perda per sempre quel poco di innocenza che gli rimane.

domenica 10 novembre 2013

CHE BRUTTI

Immagine tratta da cagliaricalcio.net e modificata su befunky.com
Troppo brutto per essere vero questo Cagliari che ha, immeritatamente, battuto per 2-1 il Torino nel Sant'Elia al solito a capienza ridotta.
Non un reale tiro nello specchio della porta, nessuna idea, zero pressing. Questa la ricetta che propone mister Diego Lopez come soluzione alla crisi delle tre sconfitte consecutive.
Capitan Conti toglie le castagne dal fuoco siglando una doppietta su calcio di punizione, gentilmente aiutato dal non impeccabile portiere granata Padelli.
C'è da dire che il Torino non ha fatto nulla di trascendentale, meritandosi comunque quantomeno di pareggiare, ma è al solito vittima di quell'accontentarsi che si trasforma in terrore di subire reti in prossimità del novantesimo. Reti che da due anni puntualmente arrivano proprio negli ultimi attimi di gioco, come se piovesse.
Rossettini dimostra ancora di essere in crisi persa, lasciando accomodare Immobile in un corridoio che il centravanti di Torre Annunziata sfrutta a dovere siglando la rete del momentaneo pareggio.
Il Torino dopo il pareggio sembra squagliarsi, a fronte di un Cagliari inesistente nella ripresa. E' questa l'unica colpa dei ragazzi di Ventura, che sembrano accontentarsi del pari.
Zero tiri in porta, escludendo le due punizioni piuttosto fortunate del Capitano e una mozzarellina sgonfia di Sau. 
Lopez comincia a metterci del suo già dall'undici di partenza: il Cagliari si schiera con un 4-3-1-2 come tradizione, con l'avventata scelta di Eriksson in luogo di Cossu, Nainggolan schierato dietro le punte, e con Pinilla che non va neppure in panchina. 
Una pena, Ibarbo e Sau buttati in mezzo alla difesa granata, che riesce a tenerli a bada non con troppe difficoltà. Non uno straccio di idea, di gioco, di grinta. Lo stesso Capitano e Nainggolan non danno quella grinta consueta di quando sono in forma. Dessena ed Eriksson centrocampisti di quantità non pervenuti. Sau si conferma in involuzione. Le uniche azioni degne di nota nascono dalle fughe e dai dribbling di Ibarbo, peraltro sempre mandato in campo fuori posizione, centrale contro le difese schierate.
Aberrante poi, dopo l'1-1 granata quella specie di tridente schierato da Lopez, con Ibraimi, Cossu e Ibarbo, ai quali si è aggiunto l'ineffabile Cabrera dopo l'infortunio di Nainggolan.
Molta, molta fortuna. 
Il Cagliari attuale è poca roba, ancor meno dei 13 punti in classifica raggiunti oggi.
Non vorrei dire un'eresia, ma quasi quasi col pessimo, triste e inguardabile Ficcadenti, si vedeva un'idea di gioco migliore. Con Ballardini e Donadoni andiamo proprio sul caviale in termini di gioco. E se sorgono questi dubbi, siamo alla frutta.
Senza idee, senza tiri in porta e senza grinta non si andrà lontano.

lunedì 4 novembre 2013

CHE CONFUSIONE

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Lazio-Cagliari 2-0, Cagliari-Bologna 0-3, Verona-Cagliari 2-1.
Tre su tre in una settimana, roba da medaglia d'oro. E in tre partite i tiri in porta si contano sulle dita di una mano. Alla faccia di chi, dopo la prima sconfitta all'Olimpico contro la balbettante Lazio, aveva benedetto il turno infrasettimanale, al fine di mettere subito nel dimenticatoio la pessima prova offerta nel posticipo di domenica scorsa. Il bello del turno infrasettimanale è che giochi subito, recuperi subito. 
Alla faccia: due ganci in pieno viso, prima dal Bologna e poi dal Verona. Mica dal Barcellona e dal Real. 
Queste tre partite mettono il punto esclamativo sulla crisi del Cagliari. Ai tre avversari, infatti, basta mettersi dietro, lasciar giochicchiare i sardi, per poi affondare come coltello nel burro nella pessima fase difensiva di questa stagione.
Lazio, Bologna e Verona non fanno nulla di trascendentale. Non ti mettono sotto dall'inizio alla fine, non fanno azioni spettacolari. Sono squadre bruttine, ma pratiche. Contropiedi ficcanti, gestione ragionata della partita. Non tirano in porta molto, ma ci mettono convinzione e ogni tiro va al bersaglio. E si è preso una valanga di gol sui calci piazzati, dove la squadra pare schierata da un dilettante allo sbaraglio.
Il Cagliari è vittima del suo piacersi. Una miriade di passaggini tra Astori, Rossettini, Murru, Pisano (o Perico), Conti, Nainggolan e stop. E si torna indietro. Non c'è l'idea di gioco per portarla in avanti questa palla. Probabilmente i rossoblù hanno uno dei possessi palla maggiori tra linea di difesa e trequarti campo, ma poi torna indietro. Non un passaggio illuminante del numero 10, non un'apertura illuminante alle ali, non un pallone giocabile alle punte, che non hanno mai occasione di tirare in porta. E Lopez, che in panchina non ha un'esperienza di lunga data, è andato in centrifuga.
Immagine tratta da televideo.it
Con la Lazio, Pinilla match-winner con il Catania si accomoda in panchina, per il fuori forma Sau. Così fa Cossu, che lascia spazio all'inguardabile Cabrera. 
Con il Bologna, cade di fronte al falso assioma più giocatori offensivi = più gol. Improbabilissimo e sfilacciato 4-2-3-1 con Conti e Nainggolan mediani lontanissimi dai quattro giocatori d'attacco. Risultato: nessun tiro in porta, Cossu disperso sulla trequarti lontano sia dai centrocampisti, sia dalle punte, Pinilla da solo contro la difesa a 5 bolognese. 
Con il Verona torna al 4-3-1-2, ma senza Cossu e Pinilla e con Cabrera, ancora pessimo, e Nenè, che non ha stoppato un pallone neanche sotto tortura. La scelta di Rossettini terzino destro è stata clamorosamente sbagliata, dai suoi errori son derivate entrambe le segnature scaligere. La scelta in corsa dell'inserimento di Ibarbo catastrofica. Il colombiano viene schierato da solo contro la difesa ad oltranza dei veronesi, si perde, scompare. Non è una punta, lo capirebbe anche Stramaccioni, su. 
Bisogna ripartire dalle basi. Dalle basi del calcio. Non intestardirsi sul 4-3-1-2 se manca Cossu. Cabrera è impresentabile. Ibarbo è un'ala, va messo ala, al lato del campo, stop. Avelar è l'unico in squadra che sa crossare, ma difende male? Bene, ala anche lui, senza compiti difensivi che non sa sbrigare. Una prima punta come Pinilla, rende bene se ha un piccoletto di fianco, tipo Sau. Prima e seconda punta.
Il calcio è un gioco semplice, come spiega la Roma. Nella confusione, si va sul sicuro. 4-4-2 quadrato e stop. Pisano, Rossettini, Astori, Murru nei quattro dietro, belli bloccati, perchè quest'anno non si sa difendere. Ibarbo, Conti, Nainggolan, Avelar nei quattro di centrocampo. Con Conti e Nainggolan a proteggere e smistare i palloni vuoi sulle ali, vuoi sulla seconda punta che accorcia a collante di centrocampo e attacco. E davanti Sau (o Cossu) a sostegno di Pinilla. Seconda e prima punta. Senza confusioni. Bruttini ma quadrati. Il 4-4-2 lo sapranno fare anche in Uruguay no? 

sabato 2 novembre 2013

CAMBIANDO L'ORDINE DELLE LATTINE...

Immagine tratta da f1grandprix.motorionline.come e modificata su befunky.com
Sorpresa in quel di Abu Dhabi. L'ottuagenario nonno Mark Webber alla 215esima e terzultima gara in carriera piazza la pole position. Un decimino prima del quadricampione Seb Vettel, che da cannibale si mangerà le mani per essersi fatto beffare dal compagno di box.
Pole numero 14 per il canguro, che ha come mossa in pista distintiva la partenza da bradipo.
Domani bella gatta da pelare per il muretto delle lattine Red Bull: far vincere Webber (start permettendo) come ringraziamento per le sette stagioni nel team e placare il pensiero stupendo della settima vittoria consecutiva di Vettel, o inventare la classica sosta in più per l'australiano, o il problemino consueto all'alternatore, per permettere al tedeschino di vincere facile ancora una volta?
Si vedrà domani.
Immagine tratta da formula1.com
Per la sezione "altri", piccola rivoluzione anche lì. Rispetto alle ultime gare troviamo Nico Rosberg qualificarsi davanti a Hamilton, che va in testacoda sul finale per la rabbia. Mercedes che partiranno dalla seconda fila, pronte a difendere la piazza d'onore in graduatoria dalla Ferrari. Impresa che non sembra impossibile, tutt'altro, data l'inconsistenza della Rossa di Maranello. Anche qui, Massa (8°) davanti ad Alonso, undicesimo e tagliato in Q2. Da quando Felipe ha ufficializzato l'addio sembra essersi risvegliato. O forse Nando s'è addormentato una volta che il titolo è sembrato ancora una chimera. Sta il fatto che per domani le prospettive sono fosche, foschissime, nere. Un secondo netto in qualifica, e un passo gara balbettante. Finale di stagione calantissimo in pesante crisi, che rischia di vedere il Cavallino superato anche dalla squattrinata Lotus. 24 punti di ritardo che la coppia Kimi-Grosjean hanno già messo nel mirino.
Mini-insubordinazione rispetto all'ultimo trend anche qui: Raikkonen rifila mezzo secondo al francesino, e partirà quinto, con Romain settimo. In mezzo al panino Lotus, chi nella Lotus vorrebbe starci nel 2014, Hulkenberg, al solito notevole.
Da notare come Raikkonen tornando con la monoposto a passo corto, è sembrato subito molto più in palla delle ultime uscite. La coppietta finnico-francese si candida per il podio, data la consistenza nel passo gara.
Il terzo gradino. Perchè per i primi due, non c'è storia. Che vinca uno o l'altro.
Cambiando l'ordine delle lattine...

venerdì 1 novembre 2013

"MAGICA" COME NON MAI

Immagine tratta da laguidadelcalcio.it
Dieci vittorie su dieci partite disputate, record assoluto per la serie A a girone unico, 24 reti realizzate ed appena una subita, porta di casa ancora inviolata e ben 11 giocatori diversi a segno. Basterebbero solo questi pochi numeri per dare un'idea di quanto sia impressionante quello che sta facendo la Roma in questa nuova stagione di serie A. Un inizio spaventoso, imprevedibile alla vigilia e ancor più strabiliante se si pensa al gioco espresso e all'autorità mostrata in campo. Un exploit che ha sorpreso un po' tutti e sta scaldando sempre di più una piazza e una città in cerca di rivincite e risultati dopo una serie di annate deludenti, e che ha radici proprio nel recente passato, tutt'altro che positivo.
La scorsa stagione era stata altalenante e troppo discontinua, con un cambio di allenatore (da Zeman ad Andreazzoli) a campionato in corso, la seconda esclusione consecutiva dalle Coppe Europee e, ciliegina sulla torta amara, la sconfitta nella Finale di Coppa Italia ad opera degli acerrimi rivali della Lazio, che ha ulteriormente inasprito gli animi e incendiato la piazza. Così, per la terza estate consecutiva in casa Roma si è resa necessaria una rivoluzione, in primis nella dirigenza e in panchina, e poi nella rosa di giocatori. Salutato Franco Baldini, con conseguente cessione dei pieni poteri a Walter Sabatini, e dopo qualche no da parte di nomi eccellenti (Mazzarri, Allegri, Blanc), alla fine si è scelto di puntare su un allenatore semisconosciuto in Italia, ma decisamente apprezzato nel suo paese: Rudi Garcia. Francese di chiare origini spagnole, 49 anni, questo tecnico ha al suo attivo un double Scudetto-Coppa nazionale realizzato con il Lilla nel 2011, e come marchio di fabbrica un gioco offensivo e veloce, con tocchi rapidi e di prima e tanto pressing per interrompere sul nascere le manovre avversarie. Carattere forte e idee molto chiare nella testa, Garcia si è subito presentato ai nuovi tifosi come un allenatore sicuro di sé e in grado di fronteggiare un ambiente ostile e ancora scottato per le ultime delusioni. Le sue indicazioni sono state molto utili per ricostruire e sistemare la squadra, con operazioni di mercato chiaramente ispirate alle sue idee tattiche e tecniche. Così è partita la seconda fase della rivoluzione romana, con tante cessioni, qualcuna anche un po' dolorosa, e acquisti in grado di sostituire e possibilmente non far rimpiangere i partenti.
Gli effetti di questo cambiamento, tecnico e di uomini, sono adesso visibili agli occhi. La difesa, l'anello debole degli anni passati, adesso è uno dei fiori all'occhiello del lavoro di Garcia, con un solo gol incassato, peraltro in trasferta. Merito di alcuni acquisti praticamente a costo zero, come il portiere De Sanctis e il terzino Maicon, e un solo investimento oneroso ma ben giustificato come Benatia. Anche centrocampo e attacco sono stati rinforzati secondo il suo credo calcistico, con la geometria di Strootman e la verve e pericolosità di Ljajic e Gervinho, quest'ultimo considerato una punta di livello modesto in Premier e letteralmente rifiorito in Italia. I gol non sono più a carico dei soli attaccanti, sono andati a segno undici marcatori diversi, e soprattutto nessuno è esonerato dal sacrificarsi e dal lavorare per il gruppo. La vera abilità del tecnico francese però è stata quella di rigenerare e ridare fiducia a giocatori che erano in crisi, criticati dalla piazza o addirittura invitati espressamente ad andarsene. Balzaretti è tornato quello di Palermo dopo un anno in cui è stato praticamente assente, De Rossi è di nuovo Capitan Futuro, il leader e l'esempio in mezzo al campo, Pjanic da nemico per la sua (presunta) cena con il laziale Lulic è il regista e l'uomo in più nella costruzione del gioco, Borriello ha ritrovato continuità, si sacrifica e lotta come mai per la squadra, ed è stato decisivo nella decima vittoria, quella di ieri contro il Chievo. Il resto l'ha fatto l'abile regia di Sabatini, che ha sì sacrificato pedine giovani e importanti come Marquinhos e Lamela, oltre agli odiati e ormai indesiderati Stekelemburg e Osvaldo, ma così facendo ha potuto operare meglio sul mercato, chiudendo per la prima volta con un attivo nonostante i tanti cambiamenti in rosa.
Da tutti questi movimenti e cambiamenti, e non solo, sono scaturite queste dieci vittorie consecutive, un record assoluto per la serie A, e soprattutto una mentalità vincente e una convinzione sempre più grande, che candida questa Roma ad essere una seria pretendente per lo Scudetto. L'assenza dalle coppe potrebbe essere un ulteriore vantaggio nel periodo caldo della stagione, quando le rivali saranno ancora in corsa in Europa e potrebbero perdere energie e uomini preziosi. Il futuro è ancora tutto da scrivere, ma di certo con la guida sicura di Garcia e la leadership di simboli come l'eterno, inimitabile Francesco Totti possono mantenere la squadra con i piedi per terra e far sognare ancora a lungo i tifosi, per rendere questa Roma più "magica" che mai.